Questa è parte della replica di Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, in aula ieri 15.10.24
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Questa è parte della replica di Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, in aula ieri 15.10.24
da: Il Fatto Quotidiano
All’apparenza sembra una disputa giuridica, in realtà gli avvisi a mezzo stampa partiti dai grandi fondi internazionali illuminano le difficoltà del governo Meloni a districarsi tra gli interessi di bottega del capitalismo italiano e la debolezza finanziaria del Paese. L’Ing Network, che racchiude colossi da 77 mila miliardi di asset gestiti, ha criticato il ddl con cui l’esecutivo ha rivisto le norme sulla governance delle società quotate. La lettera, anticipata dal Financial Times, era indirizzata al sottosegretario Federico Freni, che ha aperto a possibili modifiche nella riforma del Testo unico della finanza allo studio.
Per la verità, al Tesoro non tira aria di modifiche di rilievo su un testo approvato pochi mesi fa dal Parlamento, ma è vero che la pressione sta aumentando e va avanti da tempo. I fondi contestano la compressione dei diritti delle minoranze – tra voto maggiorato agli azionisti storici e assemblee societarie a porte chiuse – ma soprattutto il meccanismo di voto delle liste presentate dal cda uscente. Questa fattispecie, un tempo assai minoritaria in Italia e mai normata, è assurta alle cronache finanziare durante la recente battaglia per il controllo di Mediobanca e Generali, che ha visto il costruttore Francesco Caltagirone, in asse con la Delfin dei Del Vecchio, sfidare senza successo i cda dei due gruppi per il controllo.
da: Il Fatto Quotidiano
Alessandro Ballusti non dava tante soddisfazioni da quando finì ai domiciliari in casa Santanchè per una delle sue leggendarie bufale e poi, siccome nessuno capiva (all’epoca) cos’avesse fatto di male la Santanchè per espiare una simile condanna per conto terzi, tentò la fuga sul pianerottolo e si beccò un processo per evasione in aggiunta a quello per diffamazione. Allora tentò il martirio: rifiutò di chiedere i servizi sociali per finire in galera e dimostrare che siamo il Paese del giustizialismo, ma non ci riuscì neppure impegnandosi allo spasimo e dimostrò che siamo il Paese di Pulcinella. Ora, dopo avere svelato una miriade di complotti contro B. (tutti falsi, tanto pagava B.), ne sfodera uno fresco fresco per indagare Arianna Meloni per colpire Giorgia Meloni per rovesciare il governo per favorire Renzi che al mercato Bin Salman comprò. Da quattro giorni farfuglia frasi prive di senso compiuto per dimostrare che è tutto vero in base a “riscontri” e “fonti autorevoli” su “indagini su Arianna” per traffico di influenze, anche se lui dice “di influenza” perché confonde il Codice penale col bugiardino dello Zerinol (a meno che Arianna, nel tempo libero, non spacci virus a borsanera).
Il guaio è che i complotti sono cose troppo serie per essere affidate a tipi come lui. A fine anno Crosetto lo bruciò sul tempo e denunciò un complotto autunno-inverno di fake news contro il governo. Sallusti, pensando di fare cosa gradita, sparò in prima pagina sul Giornale una fake news: “Inchiesta su Crosetto”. Crosetto, che evidentemente non ci teneva a
da: Il Fatto Quotidiano
Il Guardagingilli Carlo Nordio, per gli amici Mezzolitro, ce la mette tutta per dimostrare la tardività della sua legge sugli esami psicoattitudinali ai magistrati: infatti lo divenne persino lui. Ripete: “Ho fatto per 40 anni il pm”, senza offesa per quelli veri. Ora fra una sbornia e l’altra, fa pure il ministro della Giustizia. Un video lo immortala mentre trinca in masseria con Bruno Vespa e altri giureconsulti, con un tasso alcolemico che farebbe impazzire il palloncino e una lucidità che, al confronto, Biden è vigile. “Il vino – dice fiero – potrebbe essere un buon alibi per le eventuali sciocchezze che potessi dire”. Ma soprattutto per le schiforme che ha fatto e farà. Tipo quella che impone al giudice di avvisare cinque giorni prima chi vuole arrestare: così quello scappa o si nasconde, magari non sotto il letto come Bozzoli, sennò prima o poi lo beccano (ogni Paese ha i delinquenti e i ministri che merita).
Tra un bicchiere e uno shottino, Carletto Mezzolitro ripete i suoi classici: “Siamo tutti intercettati” e “Il vero mafioso non parla al telefono perché sa di essere intercettato”. E non s’accorge che si elidono a vicenda: se siamo tutti intercettati, lo è anche il falso mafioso e nessuno telefona più. Resta da spiegare perché Messina Denaro fosse sempre al telefono e sui social: non era un vero mafioso o non sapeva di esserlo? Siccome la doppia minchiata viene pronunciata a un’ora pericolosamente tarda della sera, il cosiddetto ministro precisa che lui beve per motivi strettamente storiografici: “Uno dei miei miti è Churchill, che beveva e fumava”. Quindi, se per diventare Churchill basta scolarsi tre fiaschi, non si capisce perché il ministro non sia Superciuk. Sfortuna che Nordio non s’ispira a Socrate, altrimenti a furia di cicute non l’avremmo più tra i piedi. E fortuna che non ama Baudelaire o Bob Marley, sennò governerebbe da San Patrignano.
Le elezioni europee hanno visto una bassa affluenza. Diciamo che non è l’appuntamento elettorale a cui il cittadino italiano tiene maggiormente. Ma, soprattutto, sono state le ultime elezioni politiche, quelle che hanno portato alla vittoria la coalizione di centro-destra, per meglio dire: di destra-centro, a vedere una crescita dell’astensionismo. Meloni ha vinto non perché la maggior parte degli italiani è di destra o di centro o di centro-destra o di destra-centro. Meloni ha vinto perché tra gli elettori votanti il voto maggiore è andato a FDI e al resto della sua coalizione.
Dopo i risultati elettorali, sia interni sia per l'elezione del Parlamento europeo, parte il coro di coloro che – non avendo votato la compagnia Meloni – insorgono contro gli astensionisti. Sarebbero questi italiani i colpevoli della vittoria o riconferma della Meloni.
Se gli assenti hanno sempre torto, se astenendosi si lascia la decisione a chi vota, a me pare che il problema principale di questo paese sia il contrario. Non gli astensionisti. Non mi riferisco ai menefreghisti o chi – e sono parecchi - comunque vada, chiunque vinca, ha sempre qualcuno che difende i suoi interessi, ergo: manco c'è bisogno che vada alle urne.
Colpe o meriti non sono degli astensionisti che ne hanno pieni i coxxioni e/o rassegnati a uno status quo politico che mai affronta e risolve i problemi del paese.
da: Il Fatto Quotidiano – di Chiara Brusini
Pochi controlli. Ristoranti, bar, lavanderie ma pure notai, elettricisti, commercianti, tassisti: l’identikit degli autonomi che “tradiscono”
Se professionisti e piccoli imprenditori rischiano un controllo fiscale ogni 30 anni. Se per bar e ristoranti le probabilità di una verifica sono poco più dell’1%. Se il 98% degli idraulici ed elettricisti in un anno non ha incontri ravvicinati con le Entrate. Se le sospensioni della licenza ad attività che non fanno ricevute e scontrini sono poco più di 300 all’anno. Se il sistema funziona così, chi non vuol pagare le tasse vive sereno alle spalle di milioni di contribuenti che versano tutto per convinzione o perché non hanno alternativa. Al netto dell’invocato incrocio delle banche dati, partito da poco, in Italia finora è andata così: lavoratori autonomi e imprese individuali evadono più di due terzi del dovuto.
Ma la propensione al nero non è uguale per tutti. Le tabelle sugli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa) pubblicate dal dipartimento delle Finanze del Mef permettono di individuare, come ha fatto per primo Il Sole 24 Ore, le categorie in cui si concentrano i probabili evasori. Gli Isa classificano le attività attribuendo a ognuna un giudizio da 1 a 10. Per l’Agenzia delle Entrate chi prende almeno 8 dichiara il giusto, chi sta sotto è considerato inaffidabile. La platea a cui si applicano i voti, 2,7 milioni di partite Iva con ricavi fino a 5 milioni, è molto rappresentativa ma lascia fuori gli autonomi che godono della flat tax. Ecco un florilegio basato sulle statistiche sul 2022, che aiutano anche a capire perché secondo molti commercialisti il neonato concordato preventivo biennale, che richiede a chi aderisce di raggiungere in due anni un “voto” pari a 10, sia destinato al flop.
Non è meraviglioso, si chiede Travaglio alla fine del suo articolo.
Sì, una meraviglia. Di merdata. Questa riforma è la peggiore mai proposta. Una meravigliosa merdata. E le merdate costituzionali vanno fermate. Lo abbiamo già fatto, democraticamente, vorrà dire che lo rifaremo.
da: Il Fatto Quotidiano
Se non ci fosse da tremare per il combinato disposto fra premierato, autonomia e schiforma della magistratura, ci sarebbe da scompisciarsi.
Due partiti con l’Italia nel logo, FdI e FI, la polverizzano in 21 staterelli, ciascuno con le sue regole, per far contento un partito estinto che non era riuscito nell’impresa neppure quando veleggiava sul 40%. Poi, se un deputato 5S gli mostra il tricolore, reagiscono come il toro al drappo rosso: caricando a testa bassa. E i loro lecchini sono talmente idioti da dire (e forse addirittura pensare) che con l’elezione diretta del premier “basta governi tecnici, altolà ai ribaltoni, istituzioni più stabili”. Quattro balle al prezzo di una.
I 400 COLPI. Se la leader di Fratelli d’Italia non si ripulisce dalla risacca nera documentata anche dall'inchiesta di Fanpage, magari lasciando quelle derivazioni nostalgiche alla Lega di Vannacci-Farinacci, non diventerà mai reginetta dell’Unione. Dove nonostante tutto danno le carte sempre gli stessi. Mentre la Thatcher de noantri gioca in seconda serie.
Giorgia Meloni pensava che il paradosso bastasse, ma la realtà la obbliga a ricredersi. Entrata nell’agone europeo da playmaker, rischia di risultare ininfluente. Il paradosso è quello di un’Europa che sulla carta ha i numeri per confermare la maggioranza che l’ha sin qui governata, nonostante nei due Paesi che la guidano, Francia e Germania, il risultato delle elezioni abbia provocato un terremoto politico senza precedenti. A Parigi il travolgente consenso a Marine Le Pen ha costretto il presidente Emmanuel Macron a sciogliere il parlamento e giocarsi tra le critiche dei suoi l’azzardo elezioni. A Berlino il cancelliere Olaf Scholz ha subito l’umiliazione di vedersi superato dai neonazisti di Alternative für Deutschland (AfD). Eppure a Bruxelles sono ancora loro a dare le carte, e l’aver perentoriamente derubricato Meloni a estremista di destra complica le ambizioni della Thatcher de noantri. Non bastano certo le tiepide rimostranze di Antonio Tajani, uno che tra i Popolari gode di solida reputazione, per attenuare il drastico giudizio.
da: Il Fatto Quotidiano
In Europa trionfano le destre anti-europeiste. In Italia i partiti più ligi a Bruxelles – FdI, Pd e FI – vanno a gonfie vele. E ci andrebbe pure il centro, sesto al 7%, se la collisione fra gli ego di Bonino, Calenda e Renzi non l’avesse spaccato in due. Invece vanno male i più eurocritici: 5Stelle e Lega. Siamo o no il Paese delle restaurazioni senza rivoluzioni?
Pd. È il vero vincitore: 5 punti sopra il 19% racimolato due anni fa da Letta. Merito della Schlein, abile a far credere di essere l’unico argine alla Meloni, anche se su guerra e austerità votano allo stesso modo, e di voler “cacciare i cacicchi”, anche se la vittoria la deve soprattutto a loro (di preferenze ne ha raccolte pochine rispetto a quelle di ras locali come Decaro, Bonaccini, Zingaretti, Nardella, Gori), oltre a volti tv come Annunziata e rappresentanti dell’associazionismo come Strada. L’ambiguità di non scegliere né cambiare quasi nulla è la sua forza, anche grazie all’effetto-novità che, almeno la prima volta, riempie sempre le urne. Ma, se accade alle Europee, non porta benissimo: nel 2009 le stravinse B., nel 2014 Renzi, nel 2019 Salvini e durarono due anni ciascuno.
FdI. La Meloni è l’altra vincitrice: dopo quasi due anni di (mal)governo, guadagnare quasi 3 punti, pur perdendo 700 mila voti, è un miracolo. Anche lei è stata abile nell’operazione Gattopardo di stare con l’establishment fingendosi contro: intercetta i voti di protesta anti-Ue, pur essendo pappa e ciccia con Ursula von Sturmtruppen. Vediamo quanto dura: chi vince le Europee di solito poi perde le Politiche.
da: Il Fatto Quotidiano
Gli estimatori di Enrico Mentana (e noi fra questi: stimare non è condividere tutto) sono basiti per lo spettacolino inscenato mercoledì sera al posto del Tg La7: un monologo di Giorgia Meloni detta Giorgia intervallato da assist e battutine del conduttore a tre giorni dalle elezioni.
Il fatto che Mentana si giustificasse ogni due per tre spiegando che era tutto normale, un atto dovuto, nessun regalo, dimostra che era imbarazzato anche lui. E allora non si capisce perché si sia prestato a quello sketch imbarazzante, per lui e per la Meloni. Anche perché subito dopo, a Ottoemezzo, è tornata la normalità con Salvini bersagliato da Gruber e Giannini con domande vere e, quando mentiva, con contestazioni. A quel trattamento, detto anche giornalismo, si sono sottoposti tutti i leader (gli ultimi sono stati Calenda, Magi e ieri Conte) tranne Elly Schlein. E appunto la Meloni che, in modalità “io so’ io”, ha preteso e ottenuto il piedistallo del tg, sostituendolo quasi in toto. Invece tutti gli altri capipartito si sono messi in fila per le due prime serate elettorali di ieri e di oggi. Una violazione della par condicio ancor più smaccata di quella tentata da Meloni-Schlein chez Vespa e bloccata dall’Agcom.
da: https://www.ilfattoquotidiano.it/
Pubblichiamo
l’intervento di Demetrio Guzzardi, ricercatore post-dottorato presso la Scuola
Superiore Sant’Anna di Pisa.
Il
sistema fiscale italiano attuale favorisce i più ricchi. Nonostante l’Irpef sia
progressiva, questa non è sufficiente a rendere progressivo l’intero sistema
fiscale quando consideriamo tutte le imposte e tasse pagate annualmente.
Infatti, il 5% degli italiani più ricchi gode di un’aliquota fiscale via via
decrescente (totale di tutte le imposte pagate diviso la totalità dei redditi
guadagnati), con lo 0,1% più ricco degli italiani che paga un’aliquota fiscale
inferiore rispetto al resto della popolazione nonostante abbia guadagni che
superano i 500mila euro.
Questo è uno dei risultati di uno studio condotto in collaborazione con le economiste e gli economisti Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Journal of the European Economic Association. Nel nostro studio, mostriamo che il sistema fiscale italiano, considerando tutte le imposte e le tasse versate, non è affatto progressivo; anzi, risulta solo debolmente progressivo e diventa addirittura regressivo per il 5% degli italiani più ricchi. Il top 0,1%, coloro con guadagni totali oltre i 500mila euro, versa un’aliquota effettiva del 36%, inferiore a quella della popolazione più povera che versa invece un’aliquota effettiva poco sopra il 40%.