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sabato 20 agosto 2022

Nei sondaggi l’agenda Draghi già non esiste più?

 


da: Il Fatto Quotidiano – di Tommaso Rodano

Sorpresa: si è ristretta “l’agenda Draghi”. Ammesso che sia mai esistita e che se ne conoscano i contenuti effettivi, la strategia di coloro che impugnano la bandiera del premier dimissionario e la sventolano come un feticcio elettorale non sembra dare buoni frutti. Il più recente sondaggio di Antonio Noto, pubblicato dal Corriere della Sera, premia i due partiti meno draghisti di tutti: Fratelli d’Italia sale tra il 24 e il 25%, guadagnando un paio di punti rispetto ai giorni della crisi di governo. Il Movimento Cinque Stelle ne guadagnerebbe tre, passando dal 9-10% di un mese fa all’attuale 12-13%. Una tendenza abbastanza netta e in direzione contraria rispetto alla narrazione dei giornali mainstream sulla popolarità plebiscitaria dell’ex banchiere centrale: a beneficiare della caduta dell’esecutivo sarebbe l’unico partito che si è sempre opposto al suo governo (quello di Giorgia Meloni), insieme al Movimento di Giuseppe Conte, individuato dai media come principale responsabile della sua caduta. Gli esegeti della fantomatica “agenda Draghi” invece boccheggiano: il Pd arretra tra il 21 e il 22%, il nuovo polo centrista di Renzi e Calenda, nonostante sia appena stato lanciato con una copertura mediatica straordinaria, non va oltre il 7-8% e buca l’obiettivo della doppia cifra (quella di Noto peraltro è la stima più generosa: Gdc sondaggi li colloca al 5,1, Demopolis al 5,3).

“Penso sia un effetto legato soprattutto all’immaginario collettivo”, sostiene Noto, “che non riguarda necessariamente il sentimento degli elettori su Draghi in persona: quando ci sono elezioni dopo la caduta di un governo, gli elettori si aspettano qualche genere di cambiamento. Non si accontentano che gli venga promessa una continuità con l’esecutivo che è caduto”.

mercoledì 1 giugno 2022

Marco Travaglio: Matteo Renzi, 'Open day'

 


da: Il Fatto Quotidiano

È dal 2016, quando Renzi si ritirò dalla politica restandoci, che la sua parola vale un po’ meno di quella del divino Otelma. Dunque nessuno, a parte pochi spostati, ha mai creduto a una sillaba delle sue innumerevoli interviste a giornali e tv contro i pm di Firenze Creazzo, Turco e Nastasi che indagavano sui traffici e le marchette della fondazione Open.

C’è un unico posto, nel mondo, dove quelle ridicole calunnie (“Mi hanno spiato e intercettato illegalmente”) hanno trovato udienza e financo approvazione: il Senato, che il 22 febbraio, con 167 Sì (destre, Pd e Iv) e 76 No (M5S e LeU), sollevò un conflitto di attribuzioni alla Consulta contro la Procura per violazione dell’art. 68 della Costituzione sulle guarentigie parlamentari. La pagina più nera, anzi marron, della storia parlamentare dopo Ruby nipote di Mubarak. Non contento, Renzi denunciò i tre pm alla Procura di Genova per abuso d’ufficio. E mal gliene incolse, perché in tribunale le balle stanno a zero: conta la legge. Ieri il gip Claudio Siclari ha archiviato la denuncia di Renzi, impartendo a lui e agli altri 166 senatori somari una lezione di diritto.

Secondo Renzi, i pm gli avrebbero sequestrato “scambi di corrispondenza, specie telematica” (chat Whatsapp e email con gli amici Manes e Carrai, un estratto conto bancario) “violando specifiche regole di condotta”, e cioè la “previa autorizzazione del Senato”, con “grave danno all’immagine pubblica e alla reputazione professionale” per le notizie di stampa.