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mercoledì 9 novembre 2011

Il Federale


Un film di Luciano Salce. Con Ugo Tognazzi, Gianni Agus,Georges Wilson, Gianrico Tedeschi, Leopoldo Valentini, Gino Buzzanca, Franco Giacobini, Mimmo Poli, Mireille Granelli, Nando Angelini, Luciano Salce, Renzo Palmer, Elsa Vazzoler, Stefania Sandrelli

Un fascitello alla ricerca della promozione si propone ai suoi superiori per riportare a Roma un professore antifascista. E così, inizia l’on the road all’italiana, a bordo di un sidecar tra due persone diverse per ideologia e scelte di vita ma che non sono nemiche. Anzi. Al contrario si instaura, come spesso succede quando la diversità diventa convivenza forzata che ti apre occhi e orecchie, una sorta di solidarietà e complicità. A iniziare dall’avvertimento: “buca con acqua”..”buca con fango”..che il guidatore Tognazzi dice al professore ogni qual volta il sidecar sussulta sulle strade sconnesse di un’Italia sconnessa socialmente dalla dittatura fascista.
Grande film diretto da Luciano Salce con la miglior sceneggiatura che siano mai riusciti a scrivere Castellano e Pipolo. Perfetta la scelta di Tognazzi. Pochi sanno intepretare come lui il grottesco. Un grande attore che sa essere brillante e drammatico.
E’ un film sempre attuale, da non considerare un film sul fascismo. E’ piuttosto la storia di come due persone possono essere in una realtà politica e sociale che chiede ad uno di essere una macchietta e all’altro di non esistere. La supremazia del professore è la conseguenza non solo del suo essere antifascista ma anche del non vedere il fascistuncolo come un nemico, bensì come un uomo da aiutare.

Le Iene


Un film di Quentin Tarantino. Con Harvey Keitel, Steve Buscemi, Tim Roth, Michael Madsen, Chris Penn, Lawrence Tierney.

“Le Iene” è il film d’esordio di Quentin Tarantino. Questo e “Pulp Fiction” per me sono i suoi film migliori. Quelli che mostrano esattamente e compiutamente lo stile di Tarantino. Per sintetizzare: ne “Le Iene” ci sono le componenti standard che si rivedono e sono magnificamente trattate anche in “Pulp Fiction”: violenza, dialoghi originali, unici. La caratteristica di Tarantino è che la violenza dei suoi film può anche non disturbare perché non è gratuita, non è ingiustificata, non è messa lì così per suscitare una scossa. La violenza è la trama. La prima protagonista del film di Tarantino è lei. Ma il modo di raccontare, mostrare la realtà assoluta della violenza da parte di Tarantino non è morbosa. Quasi non ti accorgi che è presente dall’inizio alla fine.
Non poteva del resto che raccontare e mostrare così, i partecipanti alla rapina fallita di una gioielleria a Los Angeles. I sei rapinatori, trovano all’uscita della gioielleria la Polizia. Due muoiono e un terzo rimane ferito gravemente. Tra loro vi è sicuramente un infiltrato.
I sei, che non si conoscono tra loro, sono al corrente solo di un parte di verità e sono soprannominati con il nome di un colore. Finezza snob narrativa: “lavorano” in giacca e cravatta. I quattro superstiti si ritrovano in un deposito che diventa la scena teatrale dell’azione con gli eventi che si snodano tra momenti ante e post rapina.   
Il cast è eccellente con Harvey Keitel al massimo della forma. E, ovviamente, un film come questo non tradisce certo nel montaggio.
E’ un film che metti nella categoria cult o che smetti di vedere dopo dieci minuti. Per me sta nei cult. 

Il Sorpasso


Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Claudio Gora, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Linda Sini, Luciana Angiolillo, Franca Polesello, Luigi Zerbinati.

E’ il film per eccellenza di Vittorio Gassman ed è un film simbolo dell’Italia del boom. Incoscienza, benessere, voglia di sfida, ma anche il modo per scansare le malinconie di ciò che vorremmo e non riusciamo ad essere o ad ottenere. E’ ferragosto. Ci sono la strada, la macchina, il sorpasso che supera tutto. Che li lascia lì, dietro di te. E chi ti ferma. Chi può fermare Bruno Cortona (Gassman) quarantenne, di professione seduttore, una vita di espedienti, un incosciente, uno “pieno di vita”. E poi c’è Roberto, il contrario di Bruno. Educato, timido. Uno senza vizi. Si lascia coinvolgere dalla personalità travolgente di Bruno e con lui percorre le strade, dalla Balduina all’Aurelia. Capolinea previsto è Viareggio. Ma alla meta non arrivano.  
Grandissimo film. Scelta perfetta del cast, sceneggiatura scritta da Scola e da Maccari. Il tutto perfettamente diretto da Dino Risi. 

Nick mano fredda


Film di Stuart Rosenberg. Con Paul Newman, George Kennedy, Harry Dean Stanton, Lou Antonio, Dennis Hopper.

Lui è Nick, che si ritrova in carcere per aver preso a calci dei parchimetri. Non è un delinquente professionista è un ribelle, un uomo “contro”. Questo è il film: un uomo contro il Sistema.
La rappresentazione è tale che non si può che essere dalla parte di Nick. Tenta la fuga una volta, e viene ripreso e poi un’altra volta e viene nuovamente riacciuffato. In carcere si scontra, nel senso più fisico della parola con Dangline. Non c’è storia. Cade sotto i suoi pugni, ma si rialza. Non molla. E’ Dangline (ottimo George Kennedy che ha vinto l’Oscar per questa intepretazione) ad affibbiargli il soprannome “mano fredda” per la sua abilità al poker.
Quando viene catturato per la seconda volta, il direttore del carcere gli riserva un’attenzione particolare. Le misure contro di lui si inaspriscono; anche Nick cede e si trasforma in carcerato modello. E perde la stima dei compagni.
Ma il suo cedimento è solo il temporaneo istinto di sopravvivenza che nulla può contro la sua natura e la missione di anti-sistema. Riesce a fuggire un’altra volta. L’ultima.
Meravigliosa l’ironica chiusa finale di Nick: “il grosso guaio qui, e la mancanza di comunicatività”

E’ inconcepibile che non abbiano dato l’Oscar a Paul Newman per questa interpretazione. Semplicemente eccezionale il suo Nick “mano fredda”.
Mi piace molto la filmografia di Paul Newman, alcuni dei suoi film stanno nella mia videoteca. Ho scelto questo film perché trovo che sia la sua massima espressione artistica.

Full Metal Jacket


Film di Stanley Kubrick. Con Matthew Modine, Lee Ermey, Adam Baldwin, Vincent D’Onofrio, Kevyn Howard, Dorian Harewood, Arlise Howard, Ed O’Ross, Joh Terry, Kirk Tayler, Ngoc Lee, Papillin Soo Soo, Leanne Hong, Tim Colceri.

Lo sfondo è quello della guerra del Vietnam. Full Metal Jacket è la cartuccia corazzata calibro 7.62 in dotazione al corpo dei “marines”.
La figura centrale del film è “Joker”, reporter di un giornale militare, che fa parte del gruppo di diciassette marines addestrati a diventare macchina da guerra.
I dialoghi del film, crudi, fanno di questo film è un “cult”. Impossibile dimenticare il discorso di presentazione del sergente Hartman e il suo “scambio” con il soldato Joker.

“Io sono il sergente maggiore Hartmann vostro capo istruttore. Da questo momento potrete parlare soltanto quando vi sarà richiesto, e la prima e ultima parola che uscirà dalle vostre fogne sarà signore. Se voi signorine supererete questo corso sarete un'arma, sarete dispensatori di morte e pregherete per combattere, ma sino a quel giorno siete uno sputo, la più bassa forma di vita che ci sia nel globo, non siete neanche fottuti esseri umani, sarete solo pezzi informi di materia organica anfibia comunemente detta merda. Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi, ma più mi odierete più imparerete. Io sono un duro però sono giusto. Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani e messicani. Qui vige l'uguaglianza non conta un cazzo nessuno. I miei ordini sono di scremare tutti quelli che non hanno le palle per servire nel mio beneamato corpo. Capito bene luridissimi vermi”

Soldato Joker: Sei proprio tu John Wayne? E io chi sarei?
Sergente Hartman: Chi ha parlato? Chi cazzo ha parlato? Chi è quel quel lurido stronzo comunista checca e pompinaro che ha firmato la sua condanna a morte? Ah, non è nessuno eh? Sarà stata la fatina buona del cazzo, vi ammazzo a forza di ginnastica, vi faccio venire i muscoli al buco del culo, che ci potete succhiare il latte senza cannuccia! Allora, sei stato per caso tu brutto stronzo?

Ciò che colpisce del film di Kubrick, con una trama e situazioni non diverse dai film del genere non è solo la rappresentazione della violenza continua e sottile sull’uomo per farlo diventare una macchina da guerra, ma la ricerca del perchè si origina. Meraviglioso il cinismo apparente di questi marines che, tra un’imboscata e l’altra, rispondono sorridendo ai cineoperatori: ma anche la loro capacità di manternersi umani, perchè dotati di pensiero, nel chiedersi il perchè di quel morire.
Il cast è perfetto. Un "cult". 

Dalla terrazza


Film di Mark Robson. Con Paul Newman, Joanne Woodward, Mirna Loy, Leon Ames, Ina Balin

Filmone americano, trama classica. Il protagonista è Alfred Eaton, figlio di un industriale che non lo ha amato che lo riteneva responsabile della morte del fratello, il figlio preferito.
Diventato adulto, sogna di superare il successo paterno per riscattare la sua frustrazione di figlio non amato, Incontra lei: Mary, bella e sensuale. Si sposano. Matrimonio che inizia a scricchiolare. Lei si sente trascurata e lo tradisce, ma, arriva ad accettare il compromesso di un matrimonio finito per consentire a lui di coronare il suo sogno professionale. Ma ecco che l’uomo (e che uomo...Paul Newman è bravo come attore e qui è al top della bellezza fisica) ha uno scatto d’orgoglio. Manda all’aria l’accordo tacito tra l’ipocrita capo dell’azienda che non vuole sottoposti divorziati e la moglie insoddisfatta e fedifraga alla quale viene chiesto di non farsi notare nelle sue esternazioni di piacere (si sa, la gente mormora anche a New York) per tornare da colei che, conosciuta durante un viaggio di lavoro gli ha fatto riscoprire l’amore (seppure accantonato per un periodo e poi riesploso, come la classica trama americana vuole).

Lo so, è un film maschilista e descritto così non sollecita l’acquisto. E, invece, è da vedere e collezionare. E’ un bel film, anche se un pò lungo, che decolla dal momento in cui il destino fa sì che Alfred (David per il secondo amore) salvi dall’annegamento il nipote di un ricco e potente uomo d’affari (oggi si direbbe manager) di New York. Alfred piace al ricco affarista che lo assume nella sua compagnia, suscitando le invidie del genero, velocemente dimentico che l’uomo gli ha salvato il figlio.
Il finale, come d’obbligo, è il lieto fine. L’amore vince sulla carriera.
Paul Newman e Joanne Woodward molto bravi. Lui, come dicevo, è bello da fare schifo in questo film.

Due per la strada


Mi toccherà ringraziare la 20th Century Fox, che dopo aver - finalmente - distribuito il film “Dalla terrazza” ha deciso di distribuire anche “Due per la strada” con Audrey Hepburn e Albert Finney.
 
Film di Stanley Donen. Con Albert Finney, Audrey Hepburn, Georges Descrières, William Daniels, Nadia Gray

Joanna e Mark sono sposati da dodici anni e hanno una figlia. Mentre sono in viaggio nel sud della Francia per raggiungere l’Italia, scorrono gli anni della loro vita insieme. Con una serie di flash back, Stanley Donen ci mostra il loro primo incontro, il romanticismo e la passione dei primi tempi, il fascino di Mark non insensibile a quello femminile con relativo tradimento scoperto da Joanna. Lui, architetto di successo inizia a “non vedere” la moglie che ricambia spostando la sua attenzione su altrettanto fascinoso corteggiatore. E arriva il suo tradimento con tanto di abbandono di un incredulo Mark che riscopre (come spesso succede agli uomini) la moglie Joanna mentre la sta perdendo.
Perfetti e intensi sono Audrey Hepburn e Albert Finney con i loro sguardi di delusione e di dolore, con un dialogo tanto breve quanto crudele con il quale Mark colpisce Joanna che torna da lui. Ma non è un film drammatico. Stanley Donen gestisce tutto sul piano della commedia, con tocchi d'ironia (orribile la famigliola con la quale Joanna e Mark fanno autostop, con tanto di figlioletta che ti viene voglia di strangolare).
Audrey Hepburn e Albert Finney: fatti per stare insieme sullo schermo. Stanley Donen è il regista di film come “Cantando sotto la pioggia” e altri film con Gene Kelly e Audrey Hepburn. Uno dei registi che preferisco. Alcuni dei suoi film sono nelle mia videoteca ideale. Dove ci è finito anche “Due per la strada”.

Ladri di biciclette


Film di Vittorio De Sica. Con Lamberto Maggiorani, Lianella Carell, Elena Altieri, Enzo Staiola, Vittorio Antonucci, Memmo Carotenuto, Gino Saltamerenda, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Giovanni Corporale, Giulio Battiferri, Eolo Capritti, Emma Druetti.
Sceneggiatura: Cesare Zavattini, Gherardo Guerrieri, Gherardo Gherardi, Adolfo Franci, Vittorio De Sica, Suso Cecchi D’Amico, Oreste Biancoli. Biancoli, Cecchi D'Amico, Franci, Gherardi, Guerrieri.

E’ uno dei capolavori del neorealismo italiano. Un film che unisce poesia e realismo.
Per dare l’idea di che sia questo film, riporto alcune parti della critica di Gian Luigi Rondi. Non potrei descrivere, nè rappresentare meglio di lui questo film che, ovviamente, è da cineteca.

Gian Luigi Rondi:
«Ad un povero operaio può esser rubata la bicicletta – condizione indispensabile per il suo lavoro –senza che alcuno si commuova: né il ladro, più volte rintracciato, né i tutori della legge, né gli amici o gli estranei; tutto un giorno – un’intera domenica – l’operaio s’affanna per le vie di Roma nella sua vana ricerca; dovunque la malvagità o l’apatia lo respingono. Affaticato e deluso, anche lui, per un attimo, diventa “cattivo” e tenta a sua volta di rubare una bicicletta, ma è sorpreso sul fatto e solo i pianti del figlio, che non lo ha mai abbandonato in quella triste giornata, possono all’ultimo momento salvarlo: i due se ne tornano a casa desolati; sono due nuove vittime di un mondo in cui anche i malvagi, a loro volta, sono vittime di qualcosa o qualcuno. È questo mondo De Sica ha voluto offrire di nuovo alla nostra meditazione e alla nostra emozione.
...Il nostro cinema, infatti, raggiunge con questo film il suo vertice più alto, conquista posizioni estetiche ed umane che lo pongono a buon diritto alla testa del cinema mondiale: il realismo si salda finalmente alla Poesia e il suo oggetto principale, la “verità dell’uomo”, si precisa in un messaggio più sacro, l’importanza dell’uomo, si permea di lieviti cristiani, l’invito all’amore fraterno. Tutta la vita di Roma passa in questo film chiuso nel rigido giro d’un sabato e d’una domenica; tutta la vita della Roma periferica, dai quartieri più miseri a quelli borghesi di Piazza Vittorio: i mercatini di Porta Portese, la Messa del Povero, il Banco dei Pegni, i commissariati, le rive del Tevere, lo Stadio, persino le case più equivoche, ma De Sica, a tutto questo mondo di miseri, di malvagi o di troppo zelanti, guarda con occhio affettuoso, quasi commosso anche se ironico o polemico, non chiede odio, disprezzo, ma comprensione, ma amore, uniche armi per vincere il male, per vivificare quello che è arido. Il suo tema più poetico rimane quello a lui sempre carissimo del bambino, e a render meno aspra, meno dura la storia del padre, ecco che accanto a lui ha posto il ragazzino settenne, già savio, già ornino, ma dai gesti, dalle reazioni ancora tanto infantili. Che dire del contrasto fra padre e figlio, così schietto, così umano ed autentico, che dire di quello fra i due e la “folla” che li abbandona e li osteggia? E che dire del tatto con cui ha dosato gli argomenti polemici, quando prende a narrare il susseguirsi delle delusioni provate dal protagonista di fronte all’egoismo dei suoi simili? E che dire del ritmo perfetto, tutto visivo, tutto cinematografico – con cui ha scandito in modo quasi ossessivo il sorgere della tentazione del furto? Occorrerebbe citare e citare, non v’è una sequenza che non meriti una considerazione, un consenso, per oggi, in guisa di conclusione, citerò un titolo con cui una rivista francese dava notizia della nostra attività cinematografica: “La settima arte restituisce all’Italia quello splendore che in passato le avevano procurato le altre sei”. Questo, io credo, è merito soprattutto dell’italiano De Sica. Ladri di biciclette, dopo Sciuscià, è un’ora importante per il cinema italiano. All’estero, domani, diranno anche: per l’Italia. Grazie, De Sica.

La lunga estate calda


Film di Martin Ritt. Con Paul Newman, Orson Welles, Joanne Woodward, Anthony Franciosa, Lee Remick, Angela Lansbury, Richard Anderson.
Sceneggiatura: Irving Ravetch e Harriett Frank Jr

Ben Quick vagabonda nel profondo e caldo sud per colpa della fama (ingiusta) che lo accompagna: quello di essere un piromane.
Arriva nella cittadina del possidente e patriarca Willy Varner, interpretato dal grandioso (non solo in senso fisico) Orson Welles che gli dà un lavoro. Conosce e tampina la di lui figlia: Clara (Joanne Woodward), apparentemente frigidina ma in realtà con il fuoco (giusto per rimanere in tema) che cova dentro e più o meno fidanzata con un rampollo al quale la mamma non ha vuole staccare il cordone ombelicale e che lascia intuire di non stravedere per il genere femminile.
Ben, non privo di carattere e iniziativa, suscita l’invidia del frustrato figlio maschio: Jody (Anthony Franciosa). Lontano dal padre, dalla notevole e ingombrante presenza fisica e carattariale, con il quale non riesce ad entrare in sintonia e che tenta di uccidere appiccicando il fuoco alla stalla per far ricadere la colpa su Ben Quick.

I rapporti che si snodano tra Ben, il padrone terriero Willy, i figli Clara e Jody, le frustrazioni e le attese nascoste, sono delineate nel più classico ed efficace modo del cinema americano. Sceneggiatura e regia in perfetta armonia, ottimo cast dove spiccano oltre a Welles un Paul Newman tanto bello quanto bravo e altrettanto dicasi di Joanne Woodward fredda-calda Clara che finisce inevitabilmente per apprezzare la rudezza ma anche ironia di Ben, che riesce a liberarsi della sua brutta fama di piromane.

Il finale con lieto fine, anche se un po’ scontato, ci sta perché nell’insieme è uno di quei film che si fanno guardare piacevolmente, che producono qualche sorriso e la sensazione di aver visto qualcosa che regge, dalla prima inquadratura alla fine.
Momento del film da segnalare, per quanto mi riguarda, è la discussione tra Clara e suo padre Willy Warner. Argomento: il “fidanzato” di lei e Ben Quick, colui che il patriarca vorrebbe vedere accanto alla figlia pensando che sia l’uomo adatto a lei, che può risvegliarne i suoi sensi e ….renderlo nonno.

Il dialogo tra Clara e Willy è nel prossimo post.

Blues Brothers



30 anni di 'Blues Brothers'. Arriva la lode del Vaticano: è un film cattolico doc

Dopo trent'anni i 'Blues Brothers' ancora "in missione per conto di Dio". Con tanto di benedizione dell'Osservatore romano che elegge il film a 'cattolico' doc. Il cult movie, che uscì nella sale cinematografiche degli Stati Uniti il 16 giugno del 1980, è "un film memorabile. Stando ai fatti, cattolico", sottolinea il direttore del giornale, Gian Maria Vian, in un un corsivo dedicato alla storia dei due fratelli Blues interpretati da John Belushi (scomparso due anni dopo l'uscita della pellicola) e Dan Aykroyd. Di fatto, Vian certifica la cattolicità dell'opera diretta da John Landis dopo un'attenta disamina della trama e dei personagi del film.
''The Blues Brothers è un film cattolico? Gli indizi non mancano - afferma l'Osservatore - in un'opera dove i dettagli non sono certo casuali. A iniziare dalla foto incorniciata di un giovane e forte Giovanni Paolo II nella casa dell'affittacamere - dall'accento siciliano e vestita di nero, dunque cattolica - di Lou 'Blue' Marini. Senz'altro cattolico, come Alan 'Mr. Fabulous' Rubin, di origine polacca, e come soprattutto i fratelli Jake ed Elwood Blues. E a notarlo, con maligna ostilità, sono gli avversari più determinati, cioè gli insopportabili nazisti dell'Illinois''.
L'analisi di Vian prosegue: ''Jake ed Elwood sono infatti cresciuti nell'orfanotrofio intitolato a sant'Elena e alla santa Sindone, governato dalla terribile ma a suo modo affettuosa Sister Mary Stigmata, detta la Pinguina, e ora a rischio di sopravvivenza per cinquemila dollari di tasse non versate''.
''Ma per i due - si legge ancora - quella istituzione cattolica e' tutta la loro famiglia - solo il vecchio impiegato Curtis suonava per loro l'armonica in cantina, ricordano con nostalgia - e decidono di salvarla a ogni costo con i suoi piccoli ospiti''. Quindi l'interrogativo: ''Ma come farlo senza allontanarsi (troppo) dai valori trasmessi dalle suore e, nonostante qualche trasgressione, sempre ritenuti validi? L'illuminazione arriva nella chiesa battista di Triple Rock dove li ha indirizzati Curtis e dove ascoltano un sermone del reverendo Cleophus James sulla necessità di non sprecare la propria vita''.
''Ed è proprio il religioso protestante - afferma il giornale della Santa Sede - ad accorgersi del cambiamento di Jake ('tu hai visto la Luce!') che scatena tra i fedeli un'ondata carismatica, ovviamente rock, ma che soprattutto porterà i fratelli a ricostituire 'la banda' per raccogliere i dollari necessari alla salvezza dell'orfanotrofio''.
A fianco dei piccoli (e della Pinguina), i fratelli Blues sono capaci di toccanti attenzioni -conclude Vian - così Elwood non si dimentica di una terribile crema al formaggio commissionatagli da un anziano amico. E nulla antepongono - Elwood, il più galante, rinuncia persino all'avventura con una fascinosa signorina - alla 'missione per conto di Dio'. Che alla fine riuscirà. Consegnando alla storia del cinema e della musica un film memorabile. Stando ai fatti, cattolico''.

I magnifici sette


Film di John Sturges. Con Yul Brinner, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Robert Vaughn, Eli Wallach, Brad Dexter, Horst Buchholz, Rosenda Monteros, Vladimir Sokoloff, Jorge Martinez de Hoyos, Rico Alaniz

I contadini di un villaggio messicano che devono subire le scorrerie del  bandito Calvera decidono di ingaggiare dei pistoleri professionisti per porre fine ai soprusi. Il primo che incontrano è Chris Adams (Yul Brinner) che con più o meno fatica e vincendo le refrattarietà di chi preferirebbe far soldi in altro modo che difendendo contadino messicani, trova altri sei compagni di avventura.
I sette mercenari portano a compimento il compito assegnato scacciando la banda Calvera (Eli Wallach) ma quattro di loro muoiono sul campo. Tra i tre vincitori sopravvisuti, due lasceranno il villaggio per riprendere la solita vita errante mentre il cucciolo (Horst Bucholz) che nel villaggio ha incontrato l’amore rimane accanto alla sua lei.

I magnifici sette è la trasposizione western americana de “I sette samurai” di Akira Kurosawa. Trasposizione perfettamente riuscita grazie al regista John Sturges, ad un ottimo cast nel quale spiccano Brinner e McQueen.
Notevole e indimenticabile la colonna sonora.
Notevole anche – dal mio punto di vista – il fascino intrigante della camminata di Yul Brinner.
E’ così che deve camminare un uomo.

I Soliti Ignoti


Film di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò, Memmo Carotenuto, Tiberio Murgia, Claudia Cardinale, Renato Salvatori, Carla Gravina, Carlo Pisacane, Mario Feliciani, Lella Fabrizi,
  
Vittorio Gassman è Peppe il Pantera
Totò è Dante Cruciani
Marcello Mastroianni è Tiberio
Tiberio Murgia è Michele
Claudia Cardinale è Carmelina
Renato Salvatori è Mario Angeletti
Memmo Carotenuto è Cosimo
Carla Gravina è Nicoletta
Carlo Pisacane è Capannelle

Mentre è in prigione, Peppe il Pantera riesce a scoprire con uno stratagemma (fa credere di aver subito una lunga condanna) da un più vecchio ed esperto ladro, il colpo che ha intenzione di organizzare uscito dalle patrie galere.
Si tratta di scassinare la cassaforte del Monte dei Pegni. Per farlo, bisogna abbattere la parete dell’appartamento confinante. Peppe sfodera il suo fascino per attirare l’attenzione di Nicoletta, la cameriera che lavora nell’appartamento dal quale accedere per arrivare alla cassaforte, mentre gli altri componenti della banda si ripartiscono gli incarichi. Ladruncoli dilettanti, prendono lezioni “professionali” di scasso da un maestro: Dante Cruciani, interpretato da Totò.
In una Roma dei quartieri popolari, con aspiranti ladri che altro non sono che brave persone che cercano un modo di arrangiarsi senza in realtà nessuna vocazione alla delinquenza professionale, il colpo che dovrebbe cambiare la vita…fallisce. La parete viene, sì, abbattuta, ma anziché nella stanza della cassaforte i nostri eroi (perché finiamo per tifare per loro) si trovano in una cucina. Il bottino: pasta e ceci che si dividono per poi fuggire dall’appartamento prima che la polizia arrivi per mostrargli un altro tipo di appartamento.

La sceneggiatura è di signori del calibro di Age, Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico. La regia è del grande Mario Monicelli. Non c’è nulla che stona, nulla di fuori posto in questo film. Un’amalgama perfetto che ne fa un capolavoro che continuerà a divertire generazioni su generazioni. Intramontabile e indimenticabile grazie anche ad un cast perfetto. 

Bellissima


Film del 1951 diretto da Luchino Visconti. Con: Anna Magnani, Walter Chiari, Tina Apicella, Gastone Renzelli, Teresa Battaggi, Alessandro Blasetti, Lola Braccini, Arturo Bragaglia, Luciano Caruso, Mario Chiari, Michele Di Giulio, Liliana Mancini, Corrado Mantoni, Lilly Marchi, Sonia Marinelli, Guido Martufi, Filippo Mercati, Gisella Monaldi, Vittorio Musy Glori, Anna Nighel, Nora Ricci, Lina Rossoni, Tecla Scarano, Linda Sini.
Soggetto di Cesare Zavattini. Sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, Francesco Rosi 

Luchino Visconti è considerato un aristocratico, un esteta. Una parte della sua cinematografia non fa che confermarlo; eppure, due dei suoi capolavori raccontano storie del popolo e lo fanno con tale intensità da rendere questi personaggi così veri da far dimenticare nel corso delle immagini che si tratta di finzione.
“Rocco e i suoi fratelli” è uno dei questi film. L’altro è “Bellissima”. Magnificamente intepretato da una Anna Magnani che più la guardi, più la ascolti, più dimentichi che stai vedendo un film. Perché Anna Magnani ha questa capacità, più unica che rara: è così vera che non sembra stia recitando.
Immedesimazione totale per talento, sensibilità acuta, esperienza di vita vissuta. Il volto di Anna Magnani dice: confesso che ho vissuto. E in “Bellissima” vive.
Vive come Maddalena Cecconi, popolana romana, sposata a Spartaco a madre di Maria, la giovanissima figlia per la quale sogna un avvenire nel mondo dello spettacolo. Contro la volontà del marito, per realizzare il suo sogno per la figlia, la iscrive a corsi di recitazione e di ballo, le fa fare foto per partecipare ai provini. Si fa abbindolare da Alberto, meschino millantatore - ottimamente intepretato da Walter Chiari – che le fa credere di avere le conoscenze per far ammettere Maria ai provini. Maddalena gli crede e gli consegna tutti i suoi risparmi. Quando Maddalena si renderà conto di essere stata ingannata sarà tardi e dovrà spiegare al marito quanto è successo. La reazione di Spartaco è quanto di più verosimile vi sia. Un momento di rabbia e durezza, ma poi l’amore, il legame con Maddalena e figlia fanno superare tutto e la dolcezza, l’affetto prende il sopravvento.

Come ogni capolavoro richiede, c’è una sequenza che mostra più di ogni altra il senso del film. Maddalena, nonostante l’inganno di Alberto, riesce a far ammettere la figlia Maria ai provini. In preda alla smania di capire cosa stia avvenendo durante il provino e sicura che la figlia possa essere scelta, riesce ad accedere alla sala di proiezione ed assiste alle prese in giro del regista e dei suoi collaboratori nei confronti di Maria, trasformata da Maddalena con quei capelli e vestitino in una macchietta. La sorpresa, il dolore, la rabbia di Maddalena sono tutte nell’espressione di Anna Magnani. Maddalena si rende conto improvvisamente, per la prima volta, di quello che sta facendo a sua figlia. Vedere il viso spaventato di Maria le fa capire che la realizzazione del sogno, a portata di mano nonostante la derisione alla quale ha assistito, perché la figlia viene scelta, chiede in cambio di rinunciare all’innocenza, alla dignità di Maria. E allora, vi è il ritorno alla propria dimensione reale. Che non è la rinuncia al sogno ma l’armonia di aver capito ciò che conta e serve a chi si ama.

Il Selvaggio


Film di Laszlò Benedek. Con Marlon Brando, Lee Marvin, Robert Keith, Mary Murphy

La sequenza iniziale è di quella che fanno un film.Lo identificano, lo stampano nella memoria visiva. Ed è quella che unisce mito al mito: quello di Marlon Brando. La prima volta che ho visto questo film sono stata catturata dalla sequenza inziale. Johnny, cioè Marlon Brando, è il capo di una banda di teppisti in motocicletta. Arriva in una piccola cittadina californiana insieme alla squadra di motociclisti per spaventare il tranquillo tran tran piccolo borghese. Ronza intorno alla brava ragazza di turno che fa la barista. Le parla, la guarda e la scruta con la provocazione di chi sa di aver di fronte qualcuno lontano dal proprio modo di essere ma, nel contempo che lo attrae.
Non si tratta di un capolavoro cinematografico, ma è un film da vedere e da collezionare. E’ uno di quei film per i quali diciamo: “di Marlon Brando”, e non “con” Brando. Il regista, la scenografia, la sceneggiatura e tutto il resto sono in secondo piano. In primo piano c’è sempre e solo lui: Brando.

Casablanca

Film di Michael Curtiz. Con Humprey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains.

Cos’è, com’è un grande film? Molto spesso, almeno in quel genere cinematografico che non punta sugli effetti speciali ma sul raccontare e mostrare le storie di “uomini e donne”, è una storia semplice, quasi banale, mostrata in modo tale da farla risultare unica. Impossibile che un simile risultato si ottenga senza perfette intepretazioni, intense, inimitabili.
Casablanca è questo. Una storia lineare, non diversa da altri film ambientati sullo sfondo del secondo conflitto mondiale. Togliete Bogart e Bergman, questo film farebbe parte del mucchietto bellico prodotto da Hollywood.
La predominanza dei due intepreti è tale che non ricordo mai il nome del regista.

Il protagonista è Rick, intepretato da Humprey Bogart, dalla sigaretta e dal bicchiere di wiskey. Sì, perché sigaretta e bicchiere di wisky sono essenziali e un tutt’uno con lo sguardo di Bogart. Tre sguardi per la precisione: lo sguardo di colui che è arrivato a Casablanca in fuga da qualcosa che gli ha lasciato il segno, di un uomo apparentemente indifferente verso ciò che sta succedendo intorno a lui. Lo sguardo di colui che rivede lei, Ilsa, cioè Ingrid Bergman, che lo ha mollato a Parigi. L’odio che nasconde una ferita mai chiusa. E poi lo sguardo di Rick che scopre che Ilsa non lo ha lasciato perché non l’amava ma per un legame riapparso inaspettatamente. Non servono più di tre tipi di sguardi per rendere questa intepretazione inimitabile. Impossibile trovare un erede di Humprey Bogart, e neppure Ingrid Bergman è sostituibile. C’è una misura perfetta nella sua intepretazione. Se Bogart deve ringraziare sigaretta e bicchiere di wiskey la Bergman deve ringraziare il suo cappello che le ombreggia una parte della fronte esaltando gli occhi languidi, un po’ umidi ma senza nessun rischio di scadere nello stucchevole. E’ bellissima e perfetta Ingrid. Così diversa da Humprey e così fatta per lui.

Casablanca è anche una canzone indimenticabile suonata al pianoforte da Luois Armstrong: “As time goes by”.
Come in tutti i film che fanno la storia del cinema, non può mancare una scena che rappresenta in sintesi tutto quello che si è visto fino ad un’ora e mezza prima. Finale da cult. La nebbia che avvolge l’aeroporto, lui che appare con il suo trench bianco, il suo borsalino, lo sguardo ormai rasserenato anche se sta accompagnando la sua amata all’aereo che la porterà, insieme al marito (ricomparso a Parigi e oppositore dei nazisti) via da lui. Finale perfetto, che evita il lieto fine ma lascia la possibilità agli spettatori di credere che in realtà, sarà solo questione di tempo.
Un film affascinante. Senza tempo. Perché quando una storia semplice diventa qualcosa di unico, il tempo “non passa”. Casablanca ha vinto tre Oscar: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Io ne aggiungerei altri tre per miglior attore, attrice, fotografia.  

A qualcuno piace caldo


Film del 1959 di Billy Wilder con Marylin Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon, George Raft, Joe E. Brown

L’inizio non è propriamente quello che ti aspetti in una commedia. E’ quello di un film di gangster: banda e poliziotti all’inseguimento con acclusa sparatoria. E’ il modo con il quale Billy Wilder, regista ma anche sceneggiatore insieme a I.A.L. Diamond, introduce i due protagonisti e la vicenda che li vedrà trasformarsi in Josephine e Daphne. Da un inizio classico anni trenta, ad una meravigliosa commedia. Ottimamente scritta, diretta, interpretata.

Joe (Tony Curtis) e Jerry (Jack Lemmon) sono due musicisti che si trovano ad essere testimoni della Strage di San Valentino: Chicago, 14 febbraio 1929. La prima chicca di Wilder è il modo con il quale presenta il boss della gang: inquadra le sue ghette, lo fa scendere e camminare con un movimento che sembra più femminile che maschile. In un certo senso il primo travestito è proprio lui. Joe e Jerry assistono al massacro e vengono scoperti. Riescono a scappare, ma ben sapendo che saranno trovati Joe ha l’illuminazione. Si trasformeranno in donne per proporsi ad una band femminile che sta per partire per la Florida. La cantante della band è la sinuosissima, sensuale e dolce Sugar Kane, cioè Marylin Monroe, il cui fascino colpirà Jerry e Joe ormai diventate Daphne e Josephine. Joe, il più mandrillo dei due, aggiungerà al travestimento in Josephine un altro trasvestimento: quello nel milionario Shell. Così si farà conoscere da Zucchero, partirà alla sua conquista ma, in perfetta logica da commedia, ne rimarrà intrappolato come mai prima.
Anche Daphne non è da meno. Il suo arrivo all’hotel in Florida attira l’attenzione di un milionario che la mezza età l’ha lasciata da un pezzo, ma che usa le mani come un ragazzino. Sposato sette o otto volte con ballerine e specie analoghe vuole impalmare anche Daphne. Divertente la scena del tango tra il milionario e Daphne, altrettanto la scena nella quale “lei” confessa a Joe che il suo milionario le ha chiesto di sposarlo e “lei” vuole accettare.

Il momento clou del film, per quanto non vi sia mai un cedimento, anche solo qualche secondo di banalità o inconsistenza, è il riapparire della gang. “Ghette” si presenta insieme ai suoi scagnozzi in Florida per un convegno mafioso (nel quale saranno fatti fuori). Scoprono ben presto il travestimento di Joe e Jerry. A così inizio il loro tentativo di fuga. Esilarante. E la preparazione di un finale da Commedia. Ma alla Wilder, si intende.

Joe, ormai innamorato di Zucchero, mette a repentaglio la fuga. Raggiunge Zucchero, la bacia vestito da Josephine. Solo un attimo di stupore e poi la fuga con lui. Daphne, nel frattempo, è riuscita a contattare il suo milionario. Tutti e quatto raggiungono il motoscafo che li porterà allo yacht. Joe svela a Zucchero di non essere nè Josephine, nè un Shell, ma un sassofonista (esattamente il tipo di maschio dal quale Zucchero scappa). Mentre Joe e Zucchero sono presi a baciarsi e a unire i loro destini, Daphne cerca di spiegare allo stagionato e innamorato milionario che non si possono sposare. Esaurita/o dalle obiezioni del suo spasimante (e ricordandoci che Wlder ha scritto la sceneggiatura insieme a Diamond) si svela completamente: toglie la parrucca e dice: «sono un uomo!». Il milionario, senza scomporsi nè scandalizzarsi minimamente, risponde con una battuta indimenticabile: «nessuno è perfetto!».

Nessuno è perfetto? Falso. Questo film lo è. Mi piace in particolare questo gioco di travestimenti apparenti e meno apparenti. Il travestimento apparente è quello di Joe e Jerry. Ma la trama, la regia, l’interpretazione, rendono Daphne e Josephine vere donne quando svolgono questo ruolo. Joe e Jerry sono due uomini effettivi quando rimangono in abiti maschili. L’unica incertezza di ruolo, l’unico vero travestimento è quando Daphne e Josephine si struccano, o tolgono la parrucca; insomma quando non sono nè maschi nè femmine. Il boss con le sue ghette ha una movenza da femminuccia che non può essere casuale. Wilder prende in giro, e lo fa benissimo. I travestimenti, sono relativi e non sempre quelli che appaiono. Se non fosse così, la trama, di una linearità e semplicità, renderebbe questo film un banale filmetto con equivoci e doppi sensi, anzichè un capolavoro della Commedia. E’ invece un film da guardare e riguardare. Da collezionare. E’ in assoluto tra i film che più amo e che considero tra i migliori dall’invenzione del cinema. 

Fronte del porto


Film del 1954 di Elia Kazan, con Marlon Brando, Eve Marie Saint, Karl Malden, Lee J. Cobb.

L’ambiente è quello dei lavoratori portuali di New York. La storia è quella di Terry Malloy, ex pugile, fratello di un criminale che fa parte di una banda che controlla il sindacato dei lavoratori portuali.
Obbediente nei confronti del fratello e riconoscente nei confronti del boss, si presta a lavoretti non particolarmente delinquenziali, ma un giorno, inconsapevolmente, attira un giovane operaio portuale che si era ribellato ai soprusi del sindacato nel luogo dove sarà ucciso.
Da lì, l’inizio di un cambiamento nella sua vita. Per quanto cerchi di eludere la presa di coscienza dei legami e delle attività del fratello, l’incontro con la sorella della vittima e con un prete impegnato a fianco dei portuali, lo allontana dal fratello, lo espone agli occhi del boss come un intralcio da eliminare. Quando il fratello si oppone all’eliminazione di Terry, rimane egli stesso vittima della vendetta del boss che ne decreta l’eliminazione. Il dolore e la ribellione di Terry diventano denuncia e ribellione. Si innamora della sorella del portuale ucciso. Si schiera a fianco dei lavoratori portuali. Memorabile, indimenticabile, la sequenza finale con Terry Malloy riempito di pugni che barcolla, incede, cede, fino ad arrivare a varcare la soglia che simboleggia il suo riscatto totale.

Storia semplice, standard hollywooddiano: buono contro cattivi.
Questo film è Marlon Brando. Se non ci fosse lui, la sua faccia intensa, le sopracciglia segnate, la grandiosità della sua recitazione, la tensione che riesce a trasmettere negli ultimi cinque minuti - che da soli valgono il film -, il tifo inevitabile che Terry Malloy ti provoca ad ogni movimento barcollante, “Fronte del Porto” non rientrerebbe tra i capisaldi del cinema americano. Una sottolineatura all’intensità dell’inimitabile e insuperabile intepretazione di Marlon Brando è anche la fotografia.
Il film ha vinto otto Oscar: miglior film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia, montaggio. Principalmente per merito di Marlon Brando e dell’effetto trascinamento della sua intepretazione.
           
Marlon Brando: quando un attore discende in linea retta da Dio.

Casablanca


Film di Michael Curtiz. Con Humprey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains.

Cos’è, com’è un grande film? Molto spesso, almeno in quel genere cinematografico che non punta sugli effetti speciali ma sul raccontare e mostrare le storie di “uomini e donne”, è una storia semplice, quasi banale, mostrata in modo tale da farla risultare unica. Impossibile che un simile risultato si ottenga senza perfette intepretazioni, intense, inimitabili.
Casablanca è questo. Una storia lineare, non diversa da altri film ambientati sullo sfondo del secondo conflitto mondiale. Togliete Bogart e Bergman, questo film farebbe parte del mucchietto bellico prodotto da Hollywood.
La predominanza dei due intepreti è tale che non ricordo mai il nome del regista.

Il protagonista è Rick, intepretato da Humprey Bogart, dalla sigaretta e dal bicchiere di wiskey. Sì, perché sigaretta e bicchiere di wisky sono essenziali e un tutt’uno con lo sguardo di Bogart. Tre sguardi per la precisione: lo sguardo di colui che è arrivato a Casablanca in fuga da qualcosa che gli ha lasciato il segno, di un uomo apparentemente indifferente verso ciò che sta succedendo intorno a lui. Lo sguardo di colui che rivede lei, Ilsa, cioè Ingrid Bergman, che lo ha mollato a Parigi. L’odio che nasconde una ferita mai chiusa. E poi lo sguardo di Rick che scopre che Ilsa non lo ha lasciato perché non l’amava ma per un legame riapparso inaspettatamente. Non servono più di tre tipi di sguardi per rendere questa intepretazione inimitabile. Impossibile trovare un erede di Humprey Bogart, e neppure Ingrid Bergman è sostituibile. C’è una misura perfetta nella sua intepretazione. Se Bogart deve ringraziare sigaretta e bicchiere di wiskey la Bergman deve ringraziare il suo cappello che le ombreggia una parte della fronte esaltando gli occhi languidi, un po’ umidi ma senza nessun rischio di scadere nello stucchevole. E’ bellissima e perfetta Ingrid. Così diversa da Humprey e così fatta per lui.

Casablanca è anche una canzone indimenticabile suonata al pianoforte da Luois Armstrong: “As time goes by”.
Come in tutti i film che fanno la storia del cinema, non può mancare una scena che rappresenta in sintesi tutto quello che si è visto fino ad un’ora e mezza prima. Finale da cult. La nebbia che avvolge l’aeroporto, lui che appare con il suo trench bianco, il suo borsalino, lo sguardo ormai rasserenato anche se sta accompagnando la sua amata all’aereo che la porterà, insieme al marito (ricomparso a Parigi e oppositore dei nazisti) via da lui. Finale perfetto, che evita il lieto fine ma lascia la possibilità agli spettatori di credere che in realtà, sarà solo questione di tempo.
Un film affascinante. Senza tempo. Perché quando una storia semplice diventa qualcosa di unico, il tempo “non passa”. Casablanca ha vinto tre Oscar: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Io ne aggiungerei altri tre per miglior attore, attrice, fotografia.  

Un americano a Parigi


Film di Vincente Minelli. Con Gene Kelly, Leslie Caron, Oscar Levant, Nina Foch, Georges Guetary, Eugene Borden, Mary Young

Film del 1951, con un Gene Kelly in versione coreografo e primo ballerino che mostra tutto il suo talento nell'insieme di impetuosità e romanticismo. E' l'esordio di Leslie Caron, che seppure alla prima esperienza è partner perfetta di Kelly. Il tutto con le musiche di Gershwin. Risultato: uno dei migliori musical della storia del cinema.

Jerry (Gene Kelly) è  appunto un americano a Parigi. Pittore in cerca di gloria trova sulla sua strada una generosa tardona e Lisa (Leslie Caron), ragazza dalla quale rimane folgorato. Jerry però non sa che Lisa sta per sposarsi con un suo amico al quale confida appunto di essere diviso tra la gratitudine verso la musa protettrice e questa ragazza un pò sfuggente. La storia privata è semplice, solo un pretesto per un film spettacolare nella quale spiccano le coreorafie e la scenografia di Parigi, originale nella sua rappresentazione da cartolina.

Sabrina


Film di Billy Wilder. Con Audrey Hepburn, Humphrey Bogart, William Holden, Martha Hyer, John Williams II

Sabrina (Audrey Hepburn), è la figlia dell’autista, giovane, carina e innamorata di David (William Holden), uno dei figli del patriarca della famiglia Larrabee. L’altro figlio, più stagionato, serio, tutto preso dalla gestione dell’impresa di famiglia è Larry (Humprey Bogart).
David, donnaiolo, senza voglia di impegnarsi, non si fila minimamente di Sabrina. Lui vola di “fiore in fiore”, fino a quando nel rivederla, trasformata dopo una cura parigina in una giovane donna affascinante, ne rimane colpito. E così David che non amava Sabrina, si accorge di lei a tal punto da voler far saltare il matrimonio d’affari. Ovviamente, l’interesse che David mostra per la figlia dell’autista non è visto di buon occhio dal fratello serioso, Larry, che cerca di distogliere la sua attenzione finendo per diventare, suo malgrado, vittima del fascino di Sabrina. Da cinico uomo che ha come unica priorità della vita il consolidamento delle richezze di famiglia diventa il romanticone che esce dal torpore e corre all’inseguimento della figlia dell’autista.

E’ un film di una leggerezza meravigliosa, ottimamente diretto da Billy Wilder, regista non monocorde perchè ha diretto film di diverso genere e anche quando ha affrontato la commedia, come in questo film e anche in “Quando la moglie è in vacanza”, lo ha fatto distinguendosi dallo stile del momento. Nelle commedie di quel periodo, il giovane e bello prevale sul più vecchio e sicuramente sul più brutto. Qui no. Wilder cambia la regola (stessa cosa nel film con Marylin) e fa prevalere Larry nella conquista del cuore di Sabrina. Una mossa quasi azzardata, visto che sceglie un Bogart non in versione misterioso e affascinante come in “Casablanca” ma apparentemente cinico e noiosetto con quel suo ombrello sempre appresso.
Il cast è perfetto in tutti, da protagonisti a comprimari. Alcune sequenze rendono poi questo film indimenticabile e improponibile per un remake (che purtroppo è stato osato ed è orribile). Come si può dimenticare quella carognetta di Larry che nel vedere il fratello David con le tasche posteriori rigonfie e intuendo dove stia per andare e con quale compagnia (Sabrina) lo invita a sedersi. E David si siede. Si siede sui bicchieri che aveva messo nelle tasche posteriori per andare a brindare con Sabrina. Il povero David è così bloccato con tante schegge di vetro nelle chiappe e la sceneggiatura di Ernest Lehman non può che continuare a farci sorridere per questo incidente di David. E allora ecco che mentre il nostro bel rampollo se ne sta prono, al dottore che gli sta asportando i frammenti di vetro collocati nel suo bel di dietro, chiede: «come faremo a sapere di averli tolti tutti», «ricostruiremo i bicchieri» risponde serafico (e ironico) il dottore. E anche la scena successiva con il ventilatore che manda refrigerio alle chiappe del povero David e con Larry che ha fatto predisporre un’amaca con un buco in mezzo, buco nel quale sarà collocato il deratano del più giovane e bel fratello è un’altra scena da gustare.
In un film di tale grazia, ironia non poteva che esserci una massima della vita. Di quelle da annotare:
Thomas, autista nonchè padre di Sabrina rivolgendosi a Larry Larrabee (Bogart): «Io vedo la vita come una limousine, anche se viaggiamo assieme, ognuno di noi ha il proprio posto: c’è un sedile anteriore, uno posteriore e un finestrino in mezzo»
Larry: «Caro Thomas, mi sto accorgendo solo ora che siete un terribile snob»
Thomas: «Sissignore».
Risposta di chi sa che il suo posto è sul sedile anteriore.