mercoledì 9 novembre 2011

Casablanca


Film di Michael Curtiz. Con Humprey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains.

Cos’è, com’è un grande film? Molto spesso, almeno in quel genere cinematografico che non punta sugli effetti speciali ma sul raccontare e mostrare le storie di “uomini e donne”, è una storia semplice, quasi banale, mostrata in modo tale da farla risultare unica. Impossibile che un simile risultato si ottenga senza perfette intepretazioni, intense, inimitabili.
Casablanca è questo. Una storia lineare, non diversa da altri film ambientati sullo sfondo del secondo conflitto mondiale. Togliete Bogart e Bergman, questo film farebbe parte del mucchietto bellico prodotto da Hollywood.
La predominanza dei due intepreti è tale che non ricordo mai il nome del regista.

Il protagonista è Rick, intepretato da Humprey Bogart, dalla sigaretta e dal bicchiere di wiskey. Sì, perché sigaretta e bicchiere di wisky sono essenziali e un tutt’uno con lo sguardo di Bogart. Tre sguardi per la precisione: lo sguardo di colui che è arrivato a Casablanca in fuga da qualcosa che gli ha lasciato il segno, di un uomo apparentemente indifferente verso ciò che sta succedendo intorno a lui. Lo sguardo di colui che rivede lei, Ilsa, cioè Ingrid Bergman, che lo ha mollato a Parigi. L’odio che nasconde una ferita mai chiusa. E poi lo sguardo di Rick che scopre che Ilsa non lo ha lasciato perché non l’amava ma per un legame riapparso inaspettatamente. Non servono più di tre tipi di sguardi per rendere questa intepretazione inimitabile. Impossibile trovare un erede di Humprey Bogart, e neppure Ingrid Bergman è sostituibile. C’è una misura perfetta nella sua intepretazione. Se Bogart deve ringraziare sigaretta e bicchiere di wiskey la Bergman deve ringraziare il suo cappello che le ombreggia una parte della fronte esaltando gli occhi languidi, un po’ umidi ma senza nessun rischio di scadere nello stucchevole. E’ bellissima e perfetta Ingrid. Così diversa da Humprey e così fatta per lui.

Casablanca è anche una canzone indimenticabile suonata al pianoforte da Luois Armstrong: “As time goes by”.
Come in tutti i film che fanno la storia del cinema, non può mancare una scena che rappresenta in sintesi tutto quello che si è visto fino ad un’ora e mezza prima. Finale da cult. La nebbia che avvolge l’aeroporto, lui che appare con il suo trench bianco, il suo borsalino, lo sguardo ormai rasserenato anche se sta accompagnando la sua amata all’aereo che la porterà, insieme al marito (ricomparso a Parigi e oppositore dei nazisti) via da lui. Finale perfetto, che evita il lieto fine ma lascia la possibilità agli spettatori di credere che in realtà, sarà solo questione di tempo.
Un film affascinante. Senza tempo. Perché quando una storia semplice diventa qualcosa di unico, il tempo “non passa”. Casablanca ha vinto tre Oscar: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Io ne aggiungerei altri tre per miglior attore, attrice, fotografia.  

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