Film di Michael Curtiz. Con Humprey
Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains.
Cos’è, com’è un
grande film? Molto spesso, almeno in quel genere cinematografico che non punta
sugli effetti speciali ma sul raccontare e mostrare le storie di “uomini e
donne”, è una storia semplice, quasi banale, mostrata in modo tale da farla
risultare unica. Impossibile che un simile risultato si ottenga senza perfette
intepretazioni, intense, inimitabili.
Casablanca è
questo. Una storia lineare, non diversa da altri film ambientati sullo sfondo
del secondo conflitto mondiale. Togliete Bogart e Bergman, questo film farebbe
parte del mucchietto bellico prodotto da Hollywood.
La predominanza
dei due intepreti è tale che non ricordo mai il nome del regista.
Il protagonista è
Rick, intepretato da Humprey Bogart, dalla sigaretta e dal bicchiere di wiskey.
Sì, perché sigaretta e bicchiere di wisky sono essenziali e un tutt’uno con lo
sguardo di Bogart. Tre sguardi per la precisione: lo sguardo di colui che è
arrivato a Casablanca in fuga da qualcosa che gli ha lasciato il segno, di un
uomo apparentemente indifferente verso ciò che sta succedendo intorno a lui. Lo
sguardo di colui che rivede lei, Ilsa, cioè Ingrid Bergman, che lo ha mollato a
Parigi. L’odio che nasconde una ferita mai chiusa. E poi lo sguardo di Rick che
scopre che Ilsa non lo ha lasciato perché non l’amava ma per un legame
riapparso inaspettatamente. Non servono più di tre tipi di sguardi per rendere
questa intepretazione inimitabile. Impossibile trovare un erede di Humprey
Bogart, e neppure Ingrid Bergman è sostituibile. C’è una misura perfetta nella
sua intepretazione. Se Bogart deve ringraziare sigaretta e bicchiere di wiskey
la Bergman deve ringraziare il suo cappello che le ombreggia una parte della
fronte esaltando gli occhi languidi, un po’ umidi ma senza nessun rischio di
scadere nello stucchevole. E’ bellissima e perfetta Ingrid. Così diversa da
Humprey e così fatta per lui.
Casablanca è anche
una canzone indimenticabile suonata al pianoforte da Luois Armstrong: “As time
goes by”.
Come in tutti i
film che fanno la storia del cinema, non può mancare una scena che rappresenta
in sintesi tutto quello che si è visto fino ad un’ora e mezza prima. Finale da
cult. La nebbia che avvolge l’aeroporto, lui che appare con il suo trench
bianco, il suo borsalino, lo sguardo ormai rasserenato anche se sta
accompagnando la sua amata all’aereo che la porterà, insieme al marito
(ricomparso a Parigi e oppositore dei nazisti) via da lui. Finale perfetto, che
evita il lieto fine ma lascia la possibilità agli spettatori di credere che in
realtà, sarà solo questione di tempo.
Un film
affascinante. Senza tempo. Perché quando una storia semplice diventa qualcosa
di unico, il tempo “non passa”. Casablanca ha vinto tre Oscar: miglior film,
miglior regia e miglior sceneggiatura. Io ne aggiungerei altri tre
per miglior attore, attrice, fotografia.
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