mercoledì 9 novembre 2011

Ladri di biciclette


Film di Vittorio De Sica. Con Lamberto Maggiorani, Lianella Carell, Elena Altieri, Enzo Staiola, Vittorio Antonucci, Memmo Carotenuto, Gino Saltamerenda, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Giovanni Corporale, Giulio Battiferri, Eolo Capritti, Emma Druetti.
Sceneggiatura: Cesare Zavattini, Gherardo Guerrieri, Gherardo Gherardi, Adolfo Franci, Vittorio De Sica, Suso Cecchi D’Amico, Oreste Biancoli. Biancoli, Cecchi D'Amico, Franci, Gherardi, Guerrieri.

E’ uno dei capolavori del neorealismo italiano. Un film che unisce poesia e realismo.
Per dare l’idea di che sia questo film, riporto alcune parti della critica di Gian Luigi Rondi. Non potrei descrivere, nè rappresentare meglio di lui questo film che, ovviamente, è da cineteca.

Gian Luigi Rondi:
«Ad un povero operaio può esser rubata la bicicletta – condizione indispensabile per il suo lavoro –senza che alcuno si commuova: né il ladro, più volte rintracciato, né i tutori della legge, né gli amici o gli estranei; tutto un giorno – un’intera domenica – l’operaio s’affanna per le vie di Roma nella sua vana ricerca; dovunque la malvagità o l’apatia lo respingono. Affaticato e deluso, anche lui, per un attimo, diventa “cattivo” e tenta a sua volta di rubare una bicicletta, ma è sorpreso sul fatto e solo i pianti del figlio, che non lo ha mai abbandonato in quella triste giornata, possono all’ultimo momento salvarlo: i due se ne tornano a casa desolati; sono due nuove vittime di un mondo in cui anche i malvagi, a loro volta, sono vittime di qualcosa o qualcuno. È questo mondo De Sica ha voluto offrire di nuovo alla nostra meditazione e alla nostra emozione.
...Il nostro cinema, infatti, raggiunge con questo film il suo vertice più alto, conquista posizioni estetiche ed umane che lo pongono a buon diritto alla testa del cinema mondiale: il realismo si salda finalmente alla Poesia e il suo oggetto principale, la “verità dell’uomo”, si precisa in un messaggio più sacro, l’importanza dell’uomo, si permea di lieviti cristiani, l’invito all’amore fraterno. Tutta la vita di Roma passa in questo film chiuso nel rigido giro d’un sabato e d’una domenica; tutta la vita della Roma periferica, dai quartieri più miseri a quelli borghesi di Piazza Vittorio: i mercatini di Porta Portese, la Messa del Povero, il Banco dei Pegni, i commissariati, le rive del Tevere, lo Stadio, persino le case più equivoche, ma De Sica, a tutto questo mondo di miseri, di malvagi o di troppo zelanti, guarda con occhio affettuoso, quasi commosso anche se ironico o polemico, non chiede odio, disprezzo, ma comprensione, ma amore, uniche armi per vincere il male, per vivificare quello che è arido. Il suo tema più poetico rimane quello a lui sempre carissimo del bambino, e a render meno aspra, meno dura la storia del padre, ecco che accanto a lui ha posto il ragazzino settenne, già savio, già ornino, ma dai gesti, dalle reazioni ancora tanto infantili. Che dire del contrasto fra padre e figlio, così schietto, così umano ed autentico, che dire di quello fra i due e la “folla” che li abbandona e li osteggia? E che dire del tatto con cui ha dosato gli argomenti polemici, quando prende a narrare il susseguirsi delle delusioni provate dal protagonista di fronte all’egoismo dei suoi simili? E che dire del ritmo perfetto, tutto visivo, tutto cinematografico – con cui ha scandito in modo quasi ossessivo il sorgere della tentazione del furto? Occorrerebbe citare e citare, non v’è una sequenza che non meriti una considerazione, un consenso, per oggi, in guisa di conclusione, citerò un titolo con cui una rivista francese dava notizia della nostra attività cinematografica: “La settima arte restituisce all’Italia quello splendore che in passato le avevano procurato le altre sei”. Questo, io credo, è merito soprattutto dell’italiano De Sica. Ladri di biciclette, dopo Sciuscià, è un’ora importante per il cinema italiano. All’estero, domani, diranno anche: per l’Italia. Grazie, De Sica.

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