Film di Vittorio De Sica. Con Lamberto
Maggiorani, Lianella Carell, Elena Altieri, Enzo Staiola, Vittorio Antonucci, Memmo
Carotenuto, Gino Saltamerenda, Giulio Chiari, Mario Meniconi, Ida Bracci
Dorati, Fausto Guerzoni, Carlo Jachino, Sergio Leone, Massimo Randisi, Checco
Rissone, Michele Sakara, Peppino Spadaro, Nando Bruno, Giovanni Corporale,
Giulio Battiferri, Eolo Capritti, Emma Druetti.
Sceneggiatura: Cesare Zavattini, Gherardo
Guerrieri, Gherardo Gherardi, Adolfo Franci, Vittorio De Sica, Suso
Cecchi D’Amico, Oreste Biancoli. Biancoli, Cecchi D'Amico, Franci,
Gherardi, Guerrieri.
E’ uno dei
capolavori del neorealismo italiano. Un film che unisce poesia e realismo.
Per dare l’idea di
che sia questo film, riporto alcune parti della critica di Gian Luigi Rondi.
Non potrei descrivere, nè rappresentare meglio di lui questo film che,
ovviamente, è da cineteca.
Gian Luigi Rondi:
«Ad un povero
operaio può esser rubata la bicicletta – condizione indispensabile per il suo
lavoro –senza che alcuno si commuova: né il ladro, più volte rintracciato, né i
tutori della legge, né gli amici o gli estranei; tutto un giorno – un’intera
domenica – l’operaio s’affanna per le vie di Roma nella sua vana ricerca;
dovunque la malvagità o l’apatia lo respingono. Affaticato e deluso, anche lui,
per un attimo, diventa “cattivo” e tenta a sua volta di rubare una bicicletta,
ma è sorpreso sul fatto e solo i pianti del figlio, che non lo ha mai
abbandonato in quella triste giornata, possono all’ultimo momento salvarlo: i
due se ne tornano a casa desolati; sono due nuove vittime di un mondo in cui
anche i malvagi, a loro volta, sono vittime di qualcosa o qualcuno. È questo
mondo De Sica ha voluto offrire di nuovo alla nostra meditazione e alla nostra
emozione.
...Il nostro
cinema, infatti, raggiunge con questo film il suo vertice più alto, conquista
posizioni estetiche ed umane che lo pongono a buon diritto alla testa del
cinema mondiale: il realismo si salda finalmente alla Poesia e il suo oggetto
principale, la “verità dell’uomo”, si precisa in un messaggio più sacro,
l’importanza dell’uomo, si permea di lieviti cristiani, l’invito all’amore
fraterno. Tutta la vita di Roma passa in questo film chiuso nel rigido giro
d’un sabato e d’una domenica; tutta la vita della Roma periferica, dai
quartieri più miseri a quelli borghesi di Piazza Vittorio: i mercatini di Porta
Portese, la Messa del Povero, il Banco dei Pegni, i commissariati, le rive del
Tevere, lo Stadio, persino le case più equivoche, ma De Sica, a tutto questo
mondo di miseri, di malvagi o di troppo zelanti, guarda con occhio affettuoso,
quasi commosso anche se ironico o polemico, non chiede odio, disprezzo, ma
comprensione, ma amore, uniche armi per vincere il male, per vivificare quello
che è arido. Il suo tema più poetico rimane quello a lui sempre carissimo del
bambino, e a render meno aspra, meno dura la storia del padre, ecco che accanto
a lui ha posto il ragazzino settenne, già savio, già ornino, ma dai gesti,
dalle reazioni ancora tanto infantili. Che dire del contrasto fra padre e
figlio, così schietto, così umano ed autentico, che dire di quello fra i due e
la “folla” che li abbandona e li osteggia? E che dire del tatto con cui ha
dosato gli argomenti polemici, quando prende a narrare il susseguirsi delle
delusioni provate dal protagonista di fronte all’egoismo dei suoi simili? E che
dire del ritmo perfetto, tutto visivo, tutto cinematografico – con cui ha
scandito in modo quasi ossessivo il sorgere della tentazione del furto?
Occorrerebbe citare e citare, non v’è una sequenza che non meriti una
considerazione, un consenso, per oggi, in guisa di conclusione, citerò un
titolo con cui una rivista francese dava notizia della nostra attività
cinematografica: “La settima arte restituisce all’Italia quello splendore che
in passato le avevano procurato le altre sei”. Questo, io credo, è merito
soprattutto dell’italiano De Sica. Ladri di biciclette, dopo Sciuscià, è un’ora
importante per il cinema italiano. All’estero, domani, diranno anche: per
l’Italia. Grazie, De Sica.
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