22/1/09
Eutanasia o no: perchè non ho certezze...
Inizierò
con domande che per la Chiesa, Sacconi e altri risulteranno banali e inutili.
E’ che non sono dotata come loro, per quanto, ritengo che Dio - nel quale credo
- mi abbia dato il dono dell’intelligenza.
Una
persona subisce un evento traumatico per effetto del quale viene ricoverato in
ospedale in condizioni cosiddette gravi. Ed entra in coma.
I medici
non sanno valutare o non si esprimono in merito a quando il malato potrà uscire
dallo stato di incoscienza. Ovviamente, non essendo autonomo nè fisicamente nè
cerebralmente, viene sottoposto a cure adeguate e alimentato forzatamente per
vivere.
Credo
che conveniamo tutti sul fatto, che vogliamo e ci aspettiamo per il paziente
cure appropriate che comprendono anche un sostitutivo dell’alimentazione. Non
ci aspettiamo certo che i medici stacchino la spina. Tanto meno per liberare un
posto letto.
Non sono
un medico. Quindi mi chiedo. Lo stato di coma non provocato farmacologicamente,
ma dovuto appunto ad un evento che ha danneggiato il fisico e il cervello di
una persona, può essere di entità e sviluppi diversi? E’ in grado la medicina
di stabilire se il paziente può risvegliarsi dal coma: come e quando?
Poniamo
di essere in presenza di una persona in coma, con danni cerebrali, per la quale
non è possibile prevedere se e quando potrà riprendere una vita autonoma. Ci
sono pazienti che stanno in coma per anni e ad un certo punto si risvegliano.
Domanda. La medicina sa spiegare perchè. Mi spiego. Se si verifica l’evento “a”
e “b” ci può essere il risveglio, se si verifica l’evento “c”, no.
Se è
possibile stabilire - non con certezza - ma con un fondamento dettato da
conoscenza ed esperienza in quali casi è possibile che il paziente riprenda
vita autonoma la questione è semplice. Anzi, forse non c’è questione. Non si
dovrebbe trattare di accanimento terapeutico, ma, di cure adeguate per mettere
in condizione il paziente di tornare a miglior vita.
Se,
viceversa, non è ragionevolmente pensabile di definire a priori o nel corso
delle cure se e quando il paziente tornerà a vivere autonomamente (seppure con
le conseguenze e gli strascichi lasciati dall’evento traumatico) la questione
si apre.
Siamo
nel caso in cui, i medici hanno predisposto cure per restituire alla salute
fisica e psichica il paziente e conseguentemente, poichè il malato non era in
grado di alimentarsi autonomamente, hanno disposto l’alimentazione forzata. Il
tempo passa, il paziente continua nello stato di coma. Si può definire la sua
condizione stato vegetativo? Si o no? Quando scientificamente si può definire
uno stato come vegetativo?
Vorrei
capire a questo punto cosa sia quel comportamento che alcuni sostengono essere
praticato per il quale, in presenza di alcune condizioni, si sospende
l’alimentazione forzata o non so che altro e nel silenzio, nell’ignoranza
dell’opinione pubblica, il paziente passa a tutti gli effetti a miglior vita.
Vorrei sapere se ciò che una parte del popolo mormora succeda talvolta in
qualche ospedale abbia un fondamento di verità.
Se vi
sono casi umani come quelli di Welby o di Eluana Englaro nel quale “qualcuno”
“alcuni” provvedono nel silenzio, di che si tratta?E’ eutanasia?
Veniamo
al caso in cui il tempo passa e la persona vive, nel senso che il suo cuore
batte, che altri organi lavorano più o meno compiutamente e correttamente ma la
testa non riprenda appieno le sue funzioni. Il mantenimento in vita è dovuto ad
una macchina e/o ad una alimentazione forzata.
Se
abbiamo umanamente e sensatamente deciso che vogliamo che i medici pongono in
essere tutte le cure adeguate perchè il paziente potrebbe risvegliarsi e
quindi, non ci aspettiamo che stacchino la spina, se l’attesa si protrae, se
passano i mesi e nulla muta nella condizione del paziente, le condizioni che
hanno consentito di mantenere le funzioni che servono per stare in vita, cioè
per avere un battito cardiaco sono da considerarsi lecite, morali, dovute o
accanimento terapeutico. Staccare una spina, togliere l’alimentazione forzata è
eutanasia o no in questi casi?
C’’è poi
il caso di chi ha subito un evento traumatico per effetto del quale non è
incosciente ma il suo fisico è collegato ad una macchina, tolta la quale il
battito cardiaco cesserebbe. La persona in questa condizione non ha vita
propria autonoma e si considera un vegetale. Staccare la macchina tramite la
quale vengono mantenute le funzioni essenziali perchè non si passi a migliore
vita cos’è. E’ eutanasia?
Dopo
queste banali domande alle quali il cardinale Poletto e molti altri che si
definiscono - come me - cattolici credenti, hanno già le risposte, aggiungo per
onestà quanto segue.
Viviamo.
Nel senso che abbiamo facoltà fisiche e psichiche che ci fanno sentire vivi.
Nel momento in cui questo equilibrio si dovesse spezzare per noi o per una
persona che amiamo il dolore ci porta immediatamente a pensare: non voglio
vivere così, non voglio che viva così. Questa non è vita.
La fede
può venire in aiuto e farci accettare qualcosa che razionalmente respingiamo.
Ma non tutti hanno fede. Non si può obbligare nessuno ad avere fede. E, comunque,
anche chi crede può attraversare momenti di crisi profonda. Di dubbi e di
domande. Può trovare risposte. Può allontanarsi dalla fede.
Laicamente
e ragionevolmente parlando e riconoscendo un valore alla parola collettiva
morale, non è pensabile che in uno Stato ognuno decida - seppure spinto da
amore - quando deve porre fine alla vita. Certo. Nessuno può impedire il
suicidio. Se seguissimo il “sentire” il “volere” dell’uno o dell’altro (e con
quale criterio, perchè uno e non perchè l’altro) superata la soglia di
tolleranza e attesa di questo, si deciderebbe per sè ma anche per altri.
E’ ovvio
- la storia insegna - che il decidere la fine della persona non è sempre affare
di cuore. Anzi, quasi mai.
Nel
corso dei secoli, si sono succeduti modelli politici sociali diversi. Ciò che
un tempo era norma è diventato illecito in altri momenti e viceversa. Si
gettavano i bambini nati con malformazioni dalla rupe Tarpea. Oggi si mostrano
in televisione per farsi quattro risate. Come scriveva Brecht: prima di tutti
vennero a prendere gli zingari, poi vennero a prendere gli ebrei....La
diversità rispetto al modello è stata perseguitata ed eliminata. Persone che
non sono in grado di vivere autonomamente possono essere ritenuto un peso, un
costo. Da evitare. Da eliminare.
L’eutanasia
può essere un modo per eliminare pesi sociali. Come l’aborto.
Capisco
- e non può essere diversamente perchè sono umana - che ciò che molti sentono è
la sofferenza per l’amore che provano. Che non vi è intento di abuso e di
manipolazione nel chiedere di porre fine ad una certa condizione di vita. Ma il
vivere insieme in un paese comporta - laicamente - che lo Stato pensi alla
vita delle persone, non che ne disponga la morte secondo un modello politico
sociale di convenienza. Non è pensabile che si lasci ad ogni singola emozione -
seppure rispettabilissima e comprensibile - una decisione che ha riflessi
collettivi. Uno Stato deve mettere in condizioni di vivere, deve garantire il
rispetto della dignità umana. Deve porre in essere le condizioni di massima
assistenza ai malati e alle loro famiglie. E deve legiferare per rispondere
alle esigenze, alle attese di chi vive un dramma umano che bandisce certezze
presunte.
Si
facciano leggi. Ma non potranno essere dignitose, ragionevoli e accettabili
dalle diverse concezioni personali se non ci poniamo alcune domande e se non
siamo attraversati anche da qualche dubbio.
Coloro
che non hanno dubbi, che non si pongono domande, sono morti dentro anche se
hanno una vita autonoma a tutti gli effetti.
A loro non delego la decisione
su cosa sia o no eutanasia. Capito Poletto?
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