24 agosto 2007
Come mai la
concessione di mutui sub-prime concessi da banche americane a persone con
redditi bassi e incerti sta avendo una ripercussione internazionale e occupa
pagine dei quotidiani?
Perché esistono,
coperti anche dal giornalismo economico professionista che volutamente non ne
svela i trucchi, gli ingegneri della
Finanza. Scritto rigorosamente con la effe maiuscola, come si
addice alla principale espressione del capital-liberismo globalizzato.
Scopo principale
degli ingegneri della Finanza è quella di “pensare” prodotti da “spacciare” all’investitore
medio. Anche la Finanza ha i suoi
ogm. Modificazioni genetiche di prodotti semplici (azioni,
obbligazioni) per arrivare a creare prodotti più complessi che celano dietro ad
una forma e ad un contenuto identificabile anche da chi ha una conoscenza
limitata di servizi di investimento, un prodotto finanziario di difficile
individuazione nei rischi. Siamo alla
Finanza Strutturata. Solitamente apprezzata dagli stessi ingegneri
finanziari che conoscendone le logiche riescono anche a trarne profitto (o a
limitarne i danni), dai committenti gli ingegneri finanziari (banche,
assicurazioni, fondi comuni di investimento, gestori di patrimoni) e da pochi
grandi investitori dai patrimoni consistenti (i corteggiati dai private
bankers).
Il risparmiatore
medio è pregato di porgere il di dietro alla Finanza con effe maiuscola. L’ogm finanziario,
pensato per esaltare il libero mercato, è esattamente lì che si vuole
depositare.
E veniamo alla
relazione tra il mutuo sub-prime americano e il deretano del risparmiatore
medio. Risparmiatore non solo americano, bensì globalizzato.
Succede che da
qualche anno a questa parte, senza che la stampa economica italiana ne faccia
cenno, negli Stati Uniti le banche
concedano a profusione (dal 2001, con un incremento notevole
dal 2005), mutui per l’acquisto della
casa a coloro che hanno un basso reddito se non addirittura incerto.
L’importo elargito a credito può arrivare a coprire il 100% del costo
d’acquisto della casa. I tassi applicati sono bassi e rimangono inalterati per
qualche anno. Il debitore, cioè colui che chiede il prestito per la casa, si
trova a pagare nel corso di alcuni anni solo gli interessi (le rate del mutuo
prevedono invece il pagamento periodico di capitale + interesse).
Massima disponibilità
nell’importo concesso a credito, tassi bassi. Ecco
confezionato, per coloro che fino al qualche anno prima non avrebbero ottenuto
un prestito da una banca, un prodotto allettante: il mutuo sub-prime.
Che c’è di
“creativo” fin qui? Di creativo nulla, di strano parecchio.
E’ mai possibile
che le banche americane (poi imitate da quelle inglesi, e con buona pace di
certa stampa professionista di casa nostra, anche italiane) si accollino il
rischio di concedere crediti a soggetti di dubbia solvibilità esponendosi ad un
rischio elevato? No. Non è logicamente possibile.
Ed ecco che allora
inizia la “creatività”. Scopo: trasferire il rischio credito dalla banca ai
risparmiatori. Come? Primo atto: cartolarizzazione.
Le banche cedono a
cosiddette società veicolo
i mutui sub-prime (ma anche crediti potenzialmente incassabili) che hanno
stipulato con clienti a basso reddito e quindi ad elevato rischio di
insolvenza. Le società veicolo procedono con la cartolarizzazione, cioè emettono serie speciali di obbligazioni da collocare sui mercati. Principali soggetti interessati all’acquisto: gli
investitori istituzionali, categoria nella quale troviamo i Fondi Comuni di
Investimento.
Il Fondo Comune di Investimento non è
nient’altro che un grande investitore che compra e vende titoli in relazione ai
vari comparti offerti (obbligazionario, bilanciato, azionario). Il
risparmiatore che sottoscrive quote di un fondo sceglie un comparto ma non sa,
né può scegliere, i titoli che andranno a comporre il comparto. Si affida
quindi alle scelte di analisi e gestione dell’investitore istituzionale. Ogni giorno il Fondo Comune di Investimento,
per effetto degli investimenti/disinvestimenti effettuati, determina il valore della quota di
ognuno dei comparti che colloca. Il valore della quota è ciò che il risparmiatore incasserà, al netto di
commissioni e spese quando vorrà riscattare (cioè si farà rimborsare) le quote
a sottoscritte.
Le obbligazioni
emesse a fronte di cartolarizzazione sono quindi il modo con il quale si “travestono”
i crediti. E’ ovvio che qualora i
debitori (sottoscrittori dei mutui), sono in grado di rimborsare il credito
ottenuto, le obbligazioni garantite da mutui sub-prime sono un
prodotto che non riserva cattive sorprese. Il problema nasce se i titolari del
mutuo non sono in grado di far fronte ai loro impegni, come è successo negli
Usa per effetto del rialzo dei tassi e dell’aumentare esponenziale delle
somme da restituire ai creditori. Il
pagamento delle cedole e i rimborsi di capitale delle obbligazioni
cartolarizzate arrivano dal flusso di cassa dei mutui. Se il debitore non è in
grado di pagare le rate, i flussi di cassa diminuiscono. Se
queste obbligazioni sono all’interno del portafoglio obbligazionario di un
Fondo Comune di Investimento, se vengano declassate dalle non meno colpevoli
agenzie di rating, se il valore di queste obbligazioni scende, se il Fondo deve
vendere titoli “buoni” per mitigare gli effetti del diminuito valore di queste,
è evidente che il valore giornaliero
della quota del comparto obbligazionario che il risparmiatore
ha sottoscritto diminuisce.
Ecco creato il
legame negativo, l’effetto, tra il mutuo sub-prime sottoscritto da un debitore
americano e l’investimento in obbligazioni di un risparmiatore. In qualsiasi
parte del mondo. Perché i risparmiatori – italiani compresi - comprano fondi
emessi nel proprio paese e in altri. Quali siano i titoli, nel caso in
questione di tipo obbligazionario, che il Fondo Comune acquista e vende, il
singolo risparmiatore non ne è a conoscenza. Il risparmiatore medio conoscerà solo gli effetti dell’investimento
dei suoi risparmi, quasi sempre senza comprendere da cosa siano originati.
Questo grazie all’omertà con la quale si mantengono vicendevolmente
i “creativi”, gli investitori istituzionali, i giornalisti economici sul
"libro paga" degli uni e degli altri. Quest’ultimi, nella migliore
delle ipotesi, si prodigano in informazioni quando i buoi sono scappati,
invocando a gran voce “le regole”. Quelle di cui si guardano bene di intrattenerci
mentre la “finanza creativa” si veicola
alla ricerca del di dietro dei risparmiatori.
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