mercoledì 9 novembre 2011

Mutui subprime: la ricetta della Finanza per cucinare i polli


24 agosto 2007

Come mai la concessione di mutui sub-prime concessi da banche americane a persone con redditi bassi e incerti sta avendo una ripercussione internazionale e occupa pagine dei quotidiani?

Perché esistono, coperti anche dal giornalismo economico professionista che volutamente non ne svela i trucchi, gli ingegneri della Finanza. Scritto rigorosamente con la effe maiuscola, come si addice alla principale espressione del capital-liberismo globalizzato.
Scopo principale degli ingegneri della Finanza è quella di “pensare” prodotti da “spacciare” all’investitore medio. Anche la Finanza ha i suoi ogm. Modificazioni genetiche di prodotti semplici (azioni, obbligazioni) per arrivare a creare prodotti più complessi che celano dietro ad una forma e ad un contenuto identificabile anche da chi ha una conoscenza limitata di servizi di investimento, un prodotto finanziario di difficile individuazione nei rischi. Siamo alla Finanza Strutturata. Solitamente apprezzata dagli stessi ingegneri finanziari che conoscendone le logiche riescono anche a trarne profitto (o a limitarne i danni), dai committenti gli ingegneri finanziari (banche, assicurazioni, fondi comuni di investimento, gestori di patrimoni) e da pochi grandi investitori dai patrimoni consistenti (i corteggiati dai private bankers).
Il risparmiatore medio è pregato di porgere il di dietro alla Finanza con effe maiuscola. L’ogm finanziario, pensato per esaltare il libero mercato, è esattamente lì che si vuole depositare.

E veniamo alla relazione tra il mutuo sub-prime americano e il deretano del risparmiatore medio. Risparmiatore non solo americano, bensì globalizzato.

Succede che da qualche anno a questa parte, senza che la stampa economica italiana ne faccia cenno, negli Stati Uniti le banche concedano a profusione (dal 2001, con un incremento notevole dal 2005), mutui per l’acquisto della casa a coloro che hanno un basso reddito se non addirittura incerto. L’importo elargito a credito può arrivare a coprire il 100% del costo d’acquisto della casa. I tassi applicati sono bassi e rimangono inalterati per qualche anno. Il debitore, cioè colui che chiede il prestito per la casa, si trova a pagare nel corso di alcuni anni solo gli interessi (le rate del mutuo prevedono invece il pagamento periodico di capitale + interesse).
Massima disponibilità nell’importo concesso a credito, tassi bassi. Ecco confezionato, per coloro che fino al qualche anno prima non avrebbero ottenuto un prestito da una banca, un prodotto allettante: il mutuo sub-prime.

Che c’è di “creativo” fin qui? Di creativo nulla, di strano parecchio.
E’ mai possibile che le banche americane (poi imitate da quelle inglesi, e con buona pace di certa stampa professionista di casa nostra, anche italiane) si accollino il rischio di concedere crediti a soggetti di dubbia solvibilità esponendosi ad un rischio elevato? No. Non è logicamente possibile.
Ed ecco che allora inizia la “creatività”. Scopo: trasferire il rischio credito dalla banca ai risparmiatori. Come? Primo atto: cartolarizzazione.

Le banche cedono a cosiddette società veicolo i mutui sub-prime (ma anche crediti potenzialmente incassabili) che hanno stipulato con clienti a basso reddito e quindi ad elevato rischio di insolvenza. Le società veicolo procedono con la cartolarizzazione, cioè emettono serie speciali di obbligazioni da collocare sui mercati. Principali soggetti interessati all’acquisto: gli investitori istituzionali, categoria nella quale troviamo i Fondi Comuni di Investimento.
Il Fondo Comune di Investimento non è nient’altro che un grande investitore che compra e vende titoli in relazione ai vari comparti offerti (obbligazionario, bilanciato, azionario). Il risparmiatore che sottoscrive quote di un fondo sceglie un comparto ma non sa, né può scegliere, i titoli che andranno a comporre il comparto. Si affida quindi alle scelte di analisi e gestione dell’investitore istituzionale. Ogni giorno il Fondo Comune di Investimento, per effetto degli investimenti/disinvestimenti effettuati, determina il valore della quota di ognuno dei comparti che colloca. Il valore della quota è ciò che il risparmiatore incasserà, al netto di commissioni e spese quando vorrà riscattare (cioè si farà rimborsare) le quote a sottoscritte.

Le obbligazioni emesse a fronte di cartolarizzazione sono quindi il modo con il quale si “travestono” i crediti. E’ ovvio che qualora i debitori (sottoscrittori dei mutui), sono in grado di rimborsare il credito ottenuto, le obbligazioni garantite da mutui sub-prime sono un prodotto che non riserva cattive sorprese. Il problema nasce se i titolari del mutuo non sono in grado di far fronte ai loro impegni, come è successo negli Usa per effetto del rialzo dei tassi e dell’aumentare esponenziale delle somme da restituire ai creditori. Il pagamento delle cedole e i rimborsi di capitale delle obbligazioni cartolarizzate arrivano dal flusso di cassa dei mutui. Se il debitore non è in grado di pagare le rate, i flussi di cassa diminuiscono. Se queste obbligazioni sono all’interno del portafoglio obbligazionario di un Fondo Comune di Investimento, se vengano declassate dalle non meno colpevoli agenzie di rating, se il valore di queste obbligazioni scende, se il Fondo deve vendere titoli “buoni” per mitigare gli effetti del diminuito valore di queste, è evidente che il valore giornaliero della quota del comparto obbligazionario che il risparmiatore ha sottoscritto diminuisce.
Ecco creato il legame negativo, l’effetto, tra il mutuo sub-prime sottoscritto da un debitore americano e l’investimento in obbligazioni di un risparmiatore. In qualsiasi parte del mondo. Perché i risparmiatori – italiani compresi - comprano fondi emessi nel proprio paese e in altri. Quali siano i titoli, nel caso in questione di tipo obbligazionario, che il Fondo Comune acquista e vende, il singolo risparmiatore non ne è a conoscenza. Il risparmiatore medio conoscerà solo gli effetti dell’investimento dei suoi risparmi, quasi sempre senza comprendere da cosa siano originati. Questo grazie all’omertà con la quale si mantengono vicendevolmente i “creativi”, gli investitori istituzionali, i giornalisti economici sul "libro paga" degli uni e degli altri. Quest’ultimi, nella migliore delle ipotesi, si prodigano in informazioni quando i buoi sono scappati, invocando a gran voce “le regole”. Quelle di cui si guardano bene di intrattenerci mentre la “finanza creativa” si veicola alla ricerca del di dietro dei risparmiatori. 

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