Sabato 14 agosto, ore 9
Capì che l’uomo con il pigiama
turchese era morto quando il gatto nero balzò improvviso sul letto miagolando,
e non successe nulla. Il vice commissario Giulio Ambrosio sfiorò con la mano
destra la fronte gelida, guardando l’infermiera e disse:
«E’ andato, e da
molte ore».
Che strana
giornata. Si era alzato d’umore incerto, svegliato da una telefonata di
Emanuela che stava partendo con un’amica per Forte dei Marmi e, per un attimo,
aveva pensato che gli dicesse che rimaneva a Milano per passare il ferragosto
con lui, come le aveva chiesto. E invece con quella sua voce bassa, che lo
turbava sempre:
«Fammi un piacere,
Giulio, sii buono, questa mia ex collega che adesso è in pensione ha bisogno di
te. Ha il sospetto che sia successo qualcosa di grave a un suo cliente anziano.
Si è ricordata che ho un amico poliziotto e mi ha telefonato due minuti fa».
«Come si chiama
questa tua infermiera?»
«Ida Fuseri.»
«E’ quella che
avete festeggiato in gennaio quando ha lasciato l’ospedale?»
«Che memoria. Sì,
è lei.»
«Capirai, era di
domenica e io ero stato costretto a mangiare da solo.»
«Giulio…»
«Sì?»
«Fai il bravo, vai
in via Anelli. Sai dov’è? Ti aspettano in portineria.»
Gli aveva detto il
numero civico esatto e lui era andato a prendere la Golf verde-erba nel garage
di San Marco, a due passi dalla sua casa di via Solferino. Indossava un abito
di cotone color panna, una camicia a righe bianche e azzurre con una cravatta
ruggine, antico dono di Francesca, l’ex signora Ambrosio trasmigrata a Roma.
Mattina di afa con
qualche nuvola, traffico scarso, un vago malessere alla nuca.
Via Luigi Anelli è
una strada quieta che unisce via Quadronno a viale Beatrice d’Este, tra Porta
Vigentina e Porta Lodovica. Una volta ci abitavano Mario Del Monaco e Natalino
Otto (ba, ba, baciami piccina), i palazzi sono quasi tutti moderni, piuttosto
sobri, ricoperti di edera e vite canadese, salvo quello segnalatogli da
Emanuela, del primo Novecento quando erano di moda i finti castelli color
mattone con finestre ad arco. Una pianta di glicine prosperava dal giardinetto
sulla strada, protetto da una cancellata nera da residenza inglese, e si
protendeva rigogliosa sino al quarto piano coprendo un balcone che sarebbe
piaciuto a un pittore preraffaellita.
La portinaia, una
ragazza minuta con un viso da topo, in jeans e camicetta rosa, lo aspettava
davanti al portone insieme a una donna sulla sessantina, pallida nonostante
l’estate, con un neo tra le sopracciglia che le dava un aspetto vagamente
maligno, da zia anziana, rimasta nubile per remote traversie amorose che l’avevano
resa brusca, ostile. Ma quando Ambrosio le disse chi era, la voce di lei, forse
per l’accento veneto che ha una sua gradevole blandizia, ne trasformò
l’immagine, e il vice commissario, con quella fantasia che lo perseguitava sin
dall’infanzia, la vide vestita da suora.
Sabato 14
agosto, ore 11,30.
Milano vuota: un
quadro metafisico di De Chirico.
Se avesse potuto
girare per ore, ogni strada o piazza gli avrebbe suggerito un momento della sua
vita. Una specie di topografia dei sentimenti, ecco perché non viaggiava mai.
Gli era sempre bastato stare qui, dove era nato quarantotto, anzi quarantanove
anni fa. In ufficio, guardando la carta della città si chiedeva: ho mai visto
via Arturo Graf o via Hermada o piazza Gran Paradiso? Bisogna proprio che ci vada.
Posteggiò in via
Marina sotto i platani.
«Che caldo» disse
Lia gli sfiorò il
braccio:
«Venga a bere
qualcosa di fresco a casa».
Non era un invito,
somigliava di più a una richiesta di aiuto, così andò in via della Spiga, nella
casa che faceva angolo con via Sant’Andrea, tutta giallo ocra, rimessa
completamente a nuovo.
Si capiva che
l’appartamento era stato arredato da una donna che guardava le riviste.
Venivano a mente certe vetrine di mobili con lampade bianche a forma di
palmetta, i tavolini bassi in ottone e acciaio accostati e i ripiani di
cristallo, il divano e le poltrone di una banana pallido, due pannelli indiani,
portaritratti con cornici a specchio. Un filo di liberty, un pizzico di art
déco, come si usa tra borghesi danarosi e informati.
Lia preparò subito
un martini e si scusò che non ci fossero i cubetti di ghiaccio, andò in cucina
a innestare la spina del frigorifero e poi si ritirò in bagno per una doccia.
Ambrosio si
aggirava per il soggiorno non vasto, ma gradevole, sfogliando libri, non
troppi, però di buona scelta (compreso Divertimento 1889 di Morselli).
Dieci minuti più tardi Lia tornò avvolta in una vestaglia di spugna gialla,
camminando a piedi nudi sulla moquette color corda. Teneva nella destra il
bicchiere quasi vuoto, si sedette sul divano e volle che Ambrosio che le desse
ancora quel po’ di martini che era rimasto, disse, nello shaker.
….Lia lo guardò e
sorrise:
«Che strano sbirro
è lei» commentò
«Decente,
ricorda?»
«Prima le ho detto
di mia madre e di un suo amico fotografo, non è stata una frase felice. Lei ha
la sua vita, ed è giusto sia così. Ha detto bene: qualche volta giudicare è
impossibile.»
«Spesso è anche
inutile.»
Si sedette ad un
tavolo d’angolo e riprese la lettura del Corriere. Non riuscì a
dimenticare Andrea Bulgari e con lui i volti di Valeria, di Lia, di John
Ragusa, di Berardi, di Bettina, dell’infermiera di viale Bligny. Era accaduto
qualcosa di sottilmente provocatorio: come se le parole che ognuno di loro gli
aveva detto di propria volontà fossero sincere, ma nello stesso tempo
discordanti, come se ciò che raccontava uno non concordasse con le opinioni
degli altri e Andrea, il morto, apparisse di volta in volta diverso dall’idea
che lui stava facendosene.
Qual’era il punto
di contrasto? Non riusciva a trovarlo. Sicchè la figura di Bulgari gli si
mostrava imprecisa, inafferrabile.
Domani, o martedì,
pensò, gli faranno l’autopsia, consegneranno il suo corpo a un’impresa che lo
trasporterà a Mantova, Valeria seguirà il furgone con la sua Mini De Tomaso. In
compagnia di Zeno Berardi?
Il pesce, come di
solito in quel ristorante, era gustoso e il Pinot grigia aveva quella giusta
punta d’amaro che sempre lo rallegrava.
Immenso dolore
Chi poteva aver
dettato all’ufficio necrologi una fandonia del genere? Va bene che a Roma c’è
un detto: Falso come una lapide, un tempo ne aveva riso, adesso meno.
Provava un senso di vuoto, una percezione di provvisorietà, di inutilità.
L’avrebbero portato a Mantova, sarebbero tornati a Milano, e il giorno dopo…Ma
questo succede per tutti.
La torta era
gradevole.
Immenso dolore.
Si alzò, chiese un
gettone.
«E’ in casa, nel
pomeriggio? Bene, sarò da lei verso le due e mezza. Non si preoccupi. Cosa
vuole che sia successo? Vorrei solo parlarle con più calma di ieri mattina.»
Ida Fuseri lo
aspettava in un tinello disadorno arredato con quei mobili in uso tra il 1920 e
il 1930 nella case della piccola borghesia: buffet, controbuffet e tavolo con
il piano di cristallo. Un ramo di ulivo dentro un vaso viola, la fotografia di
un bersagliere, una piccola torre Eiffel in rame, un diploma del regio istituto
tecnico Carlo Cattaneo. Dalla finestra si vedeva l’insegna del cinema.
Nessun commento:
Posta un commento