Appena due anni
dopo la realizzazione di uno dei più famosi e amati film americani, che invece
io colloco ai primissimi posti tra i più orribili, sotto tutti i punti di
vista: “Via col vento”, esordisce un genio: Orson Welles. A
soli venticinque anni, nel 1941, è il protagonista e il regista del suo primo
film: “Quarto potere”, giustamente e indiscutibilmente
considerato una pietra miliare del cinema. Questo film si merita la fama di
capolavoro, perché da questo, grazie alla genialità e passionalità di Orson
Welles, sorretta da un’innovazione tecnica inizia una separazione. La
separazione tra il cinema e il resto.
La storia è quella
di Charles Foster Kane, interpretato da Orson Welles, il ricco magnate
dell’editoria ancora in vita quando uscì il film, che osteggiò in tutti i modi
perché descriveva impietosamente la sua sconfitta umana. La vita del magnate è
narrata tramite l’indagine di un giornalista, intepretato da Joseph Cotten alla
ricerca del significato dell’ultima parola pronunciata prima di morire: Rosebud
(Rosabella). La ricerca di quale mistero vi sia dietro questa parola porta a
scoprire l’ascesa e la discesa del ricco capitalista americano. Ovviamente, il
film è visto anche in chiave di critica al sistema capitalista americano.
Ciò che però più mi colpisce in questo film non è la storia in sé, se vogliamo neppure tanto originale, ma il modo con il quale è rappresentata. Orson Welles è il precursore di una nuova tecnica cinematografica, fatta di profondità di campo e di piano sequenza. La profondità di campo è la messa a fuoco sia di ciò che sta in primo piano come in lontananza. Il piano sequenza è un modo di mettere insieme insieme più scene che appaiono allo spettatore come un’unica sequenza. Due tecniche che danno una profondità, che ti portano a seguire la scena in ogni particolare e che danno un ritmo e pause senza che tu ne percepisca gli stacchi.
Un film che non può
non stare nella videoteca degli appassionati di cinema.
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