Steve McQueen, all’anagrafe: Terence
Steven McQueen,
nato il 24 marzo 1930 a Beech Grove nello stato Indiana degli USA e morto a
soli cinquan’tanni a Juarez in Messico, stroncato da un tumore ai polmoni.
Ombroso
più che tenebroso, seducente ma senza gli ammiccamenti da seduttore standard.
Inquieto ma anche rassicurante. Bello ma soprattutto affascinante. Talmente
affascinante da diventare uno dei simboli di vita vissuta, spericolata e
ispiratore, tra l’altro di quel cult musicale che è “Vita spericolata” di Vasco
Rossi.
Come spesso succede ai grandi
personaggi, l’infanzia non è di quelle facili. Non conosce suo padre, cresce
praticamente da solo vivendo d’espedienti che inducono la madre a farlo
rinchiudere in un istituto governativo.
A diciassette anni si arruola nei
Marines e inizia così, quasi come premessa di quello che potrà essere il suo
futuro, la sua avventura. Il suo essere uomo d’azione. Durante un’esercitazione
salva la vita a cinque persone buttandosi nell’acqua gelida del Polo Nord.
Dopo essersi congedato, svolge una
serie di mestieri tra il quale il corridore automobilistico e arriva nella
grande mela New York nel 1952. In quegli anni il punto di riferimento per chi
vuole fare l’attore è l’Actor Studio: vi entra e ci studia per anni, ma per
vivere lavora anche di notte come camionista.
Alla passione per la recitazione fa
compagnia quella per la motocicletta. Partecipa e vince parecchie gare
motociclistiche.
Arriva la prima occasione
professionale: è scelto per sostituire a Broadway Ben Gazzarra nel dramma “Un
cappello pieno di pioggia”.
L’anno successivo si sposa
con Neile Adams
che diventerà madre dei suoi due figli e dalla quale divorzierà nel 1971. Il debutto
cinematografico
avviene con una piccola parte in “Lassù qualcuno mi ama” accanto al protagonista Paul
Newman. Segue “Blob, fluido mortale” ma la popolarità comincia ad arrivare con
la televisione quando nel 1958 impersona Josh Randall nella serie tv
“Wanted dead or alive”.
Inevitabile che con quella infanzia
tormentata, una faccia nella quale spiccano gli occhi azzurri, un’espressione
tenera o spudorata Steve diventi un idolo per i giovani e si faccia notare e
colpisca il pubblico femminile
Ho incontrato per la prima volta
Steve McQueen ne “I magnifici sette”, versione western de “I sette
samurai” di Akira Kurosawa; ma è stato eletto tra i miei miti grazie a: “Il caso
Thomas Crown”, “Bullit”, “Getaway”.
Ne “Il caso
Thomas Crown”
sfodera tutto il suo fascino sornione impersonando un ladro di classe che
ingaggia un gioco seduttivo e pericoloso con la non meno affascinante Faye
Dunaway, detective incaricata dalla compagnia di assicurazione di trovare
colpevole e refurtiva.
“Bullit”, poliziesco ambientato a San
Francisco, città che si presta come perfetta scenografia per descrivere un
poliziotto fuori dallo schema hollywoodiano e per inscenare
uno spettacolare inseguimento girato ad alta velocità, anzichè con trucchi
di ripresa, con uno Steve McQueen, appassionato di motori che non poteva
concepire di lasciare il posto ad una controfigura.
Ma il
“film dei film” è “Getaway”.
Il
fascino non può mancare nel personaggio che esce di galera, trova la sua donna
che scopre lo ha tradito per farlo uscire di prigione e insieme, complici in
tutti i sensi: per amore e per denaro, fottono tutti quanti recuperando il
malloppo con il quale vivranno felici e contenti. Sì, perché qui il finale a
lieto fine è d’obbligo ma il modo con il quale ci si arriva, l’intepretazione
di Mc Queen e della MacGraw, la regia di un grande e mai banale Sam Peckinpah,
non danno nessuna impressione di scontato.
Steve
McQueen è inimitabile. Inconcepibile che qualcuno possa anche solo pensare di fare dei
remake dei suoi film. Chi non dovesse conoscere questo attore si affretti.
..Voglio
una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film
Voglio
una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen
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