...I giovani
single, che lasciano la famiglia per un desiderio di maggiore libertà e/o allo
scopo di sperimentare la propria capacità di autonomia, non sanno ancora
apprezzare la solitudine e la sfuggono come la peste.
Del resto, è
normale che sia così. Nel corso della giovinezza il bisogno di aggregazione,
per condividere esperienze di vita, è fondamentale. Una condizione di
isolamento sarebbe quasi innaturale. La difficoltà a socializzare che alcuni
ragazzi solitari manifestano è, in molti casi, segnale di un profondo malessere
interiore.
Il concetto della
vita da single è, dunque, per la maggior parte dei giovani, un modello di vita
di stampo piuttosto adolescenziale, in cui la funzione del gruppo dei coetanei
è fondamentale. Il gruppo fa sentire affettivamente protetti e comunica il
senso dell’appartenenza. A volte, può addirittura compensare, almeno
parzialmente, le carenze affettive di un contesto familiare inadeguato. Se la
rete relazionale di un giovane individuo è ricca e i legami di amicizia
sufficientemente calorosi, il distacco dalla famiglia è facilitato.
Spesso, tuttavia,
il gruppo si rivela altrettanto vincolante. Nel senso che non favorisce l’emancipazione
dei suoi componenti. Ecco, allora, l’omologazione, l’appiattimento del pensiero
e la difficoltà a formulare progetti di vita personalizzati. E’ questa una
delle ragioni per cui molti single non diventeranno mai autonomi, né amanti
della solitudine.
D’altra parte, la
funzione del “gruppo dei pari” non è quella di promuovere l’autonomia dei suoi
membri: è una funzione di solidarietà, di confronto, di rassicurazione e di
condivisione di esperienze.
La conquista
dell’autonomia è invece altamente favorita dal fatto di aver potuto
attraversare una fase di “buona” dipendenza affettiva dai genitori o, in loro
assenza, da altre figure adulte sostitutive.
Una “buona”
dipendenza si distingue da una dipendenza vincolante e costrittiva per una
prerogativa essenziale: la disponibilità degli adulti, dai quali i ragazzi
dipendono emotivamente, a promuovere e ad alimentare in loro la capacità di
arrivare a sostenersi con le proprie forze, contando sull’iniziativa personale
e sulle convinzioni maturate attraverso l’esperienza diretta.
Altrimenti, la
dipendenza potrebbe non risolversi mai. L’unico cambiamento prevedibile è che
possa eventualmente trasferirsi da una figura di riferimento a un’altra, da un
contesto di riferimento a un altro. Il bisogno di dipendenza, in tal modo, si
perpetua e ricrea continuamente nell’individuo una condizione emotiva
caratterizzata da insicurezza, paura dell’abbandono e della solitudine.
Malessere di cui soffrono anche moltissimi adulti ai quali è mancato, da
giovani, un corretto apprendistato.
Pertanto, per
molti giovani che lasciano la famiglia (neanche tanti in Italia…), è possibile
vivere da single fintanto che hanno il supporto del gruppo degli amici.
Trascorrono in loro compagnia praticamente tutto il tempo libero, coltivando interessi
e svaghi comuni, per distrarsi da se stessi e allontanare la prospettiva della
solitudine.
Hanno bisogno di
sentirsi uguali, integrati nel gruppo dei coetanei, di fare le stesse
esperienze. E’ facile, in tal modo, diventare preda dell’omologazione di
gruppo, per sentirsi accettati.
Cambiano nel tempo
gli orientamenti ideologici, i modelli culturali, ma non cambia la tendenza
generale a confermarsi alla mentalità e agli schemi di comportamento imposti
dai sistemi sociali di riferimento e amplificati dalla propaganda dei mezzi di
comunicazione.
I giovani
rischiano di subire, in massa, l’influenza di spinte e di bisogni
artificiosamente indotti e di nuovi modelli di vita, la cui matrice culturale è
in contrapposizione a criteri e ruoli tradizionali. Preferiscono farsi muovere
i fili dal gruppo degli amici piuttosto che dai genitori, ma non è ancora
autonomia.
Ecco, io ho
l’impressione che molti giovani optino per l’indipendenza della famiglia perché
scelgono la dipendenza da modelli sociali alternativi alla famiglia, non il
riferimento a se stessi. Il modello della vita da single ha, per diversi
giovani, sostituito il modello tradizionale, ma è semplicemente un modello di
integrazione alternativo, che risponde a nuovi canoni, che dovrebbero essere di
emancipazione giovanile, e femminile in particolare.
Le ragazze,
infatti, sono le più ferventi sostenitrici dello status di single. Rispetto ai
loro coetanei maschi sono più attratte dall’ideale di una vita indipendente, in
cui dare prova del loro valore e delle loro fresche continue. Non a caso si è
ultimamente affermato con successo lo stereotipo della single che ha le
caratteristiche riconoscibili di una donna giovane, rampante, aggressiva quel
tanto che basta per suggestionare il prossimo, orientata verso l’affermazione
in campo professionale.
Ho visto molte di
queste facce crollare alla prima seria difficoltà, nell’impatto con una di
quelle turbolenze di cui la vita è prodiga. Allora, in un batter d’occhio, può
capitare che queste ragazze vedano polverizzarsi la loro sicurezza e le loro
convinzioni. La loro determinazione era più apparente che sostanziale. Le loro
scelte e le loro opinioni erano, più che altro, frutto di un’ideologia e
dell’adesione formale alle linee di una nuova tendenza.
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