domenica 21 febbraio 2016

Addio a Umberto Eco, scrittore da best seller e gigante della cultura italiana



da: Il Sole 24 ore - di Armando Massarenti 



Qualche anno fa, nel 2009, Umberto Eco si prestò, insieme a molti altri scrittori e intellettuali italiani al gioco degli autoepitaffi in un volume intitolato «Meglio qui che in riunione». L'epitaffio che scrisse per sé era, come suo solito, molto spiritoso: «Aspetta, aspetta», «Non posso, non posso».
Ieri sera alle 22,30, nella sua casa milanese, la morte del più importante intellettuale italiano del secondo dopoguerra, non ha potuto più aspettare, privandoci di una voce che mancherà moltissimo a una cultura, quella italiana, che egli forse più di chiunque altro ha contribuito a svecchiare e che ancora è dominata da molti di quei tic che egli ha sapientemente combattuto e smascherato.

Bibliofilo quasi per caso, non per feticismo, ma perché interessato a consultare fonti di prima mano sui temi del sapere che più gli interessavano, il medioevo innanzitutto, Eco è stato il massimo esponente della cultura del libro, quello tradizionale, cartaceo, ma è anche stato il primo curatore, già negli anni Ottanta, di una delle prime Enciclopedie multimediali.


Benché avesse esordito alla Rai, vincendo un concorso insieme a Furio Colombo e a Gianni Vattimo, ed essendo assai noto come massmediologo, la cultura del libro e la dimensione enciclopedica del sapere - che sovrintende anche il settore che ha contribuito a fondare, la semiotica - sono il trait d'union di tutta la sua immensa produzione, dalla tesi di laurea su «Il problema estetico in San Tommaso d'Aquino» (con Pareyson, nel 1956) fino all'opera licenziata poco prima di morire per la neonata casa editrice La Nave di Teseo, «Pape Satan Aleppe» (la cui uscita in libreria è stata anticipata a sabato 27 febbraio). Una produzione nella quale il megabestseller planetario «Il nome della rosa» (1980, premio Strega, 50 milioni di copie vendute in tutto il mondo) rappresenta una delle tante chiavi, anche se la più eclatante e la più nota, per introdurre il lettore con grazia, humour e intelligenza ai reali processi della costruzione del sapere. Un sapere entro il quale, nell'era di internet, bisogna saper navigare armati proprio di quegli strumenti critici, figli della cultura del libro, che Eco ha voluto fornire al lettore.

Ancora oggi scritti come «Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee», 1962, «Apocalittici e integrati», 1964, «La struttura assente», «La definizione dell'arte», 1968 (e più recentemente le incursioni sulla bellezza e sull'estetica del brutto), «Trattato di semiotica generale», 1975, «Il superuomo di massa. Studi sul romanzo popolare», 1976, «Lector in fabula», 1979 e molti altri, su su fino a un'opera filosofica di grande impegno come «Kant e l'Ornitorinco» (vai alla recensione), 1997, seguito a «I limiti dell'interpretazione» (1990) in cui si confrontava da par suo, confutandolo, con il relativismo di Richard Rorty.
Di tutta questa sterminata produzione accademica di sente un costante riverbero nei romanzi. Dopo «Il nome della rosa, 1980,«Il pendolo di Foucault», 1988, «L'isola del giorno prima», «Baudolino», 2000, «La misteriosa fiamma della regina Loana. Romanzo illustrato» , 2004, «Il cimitero di Praga», 2010, fino all'ultino «Numero zero», uscito all'inizio del 2015, più che un romanzo una lunga lezione di giornalismo incentrata sull'analisi della mentalità complottista (vai alla recensione).

Come ha ricordato uno dei suoi allievi più noti, Stefano Bartezzaghi, Eco è stato soprattutto un grande maestro e un grande professore universitario, oltre che un grande organizzatore culturale. Era un mestiere che gli piaceva enormemente, quanto la scrittura di calembour, parodie e di giochi di ogni genere con cui ci ha deliziato con le Bustine di Minerva e, negli anni precedenti, con il «Diario minimo» (1963) e i memorabili saggi ivi contenuti sulla fenomenologia di Mike Bongiorno, l'elogio di Franti e il paradosso di Porta Lodovica. Dopo una lunga vita in cui ha pubblicato tutte le sue opere importanti per Bompiani, è a un altro paradosso, famoso nella storia della filosofia, che si riferisce la nuova avventura editoriale che stava iniziando: La nave di Teseo. È questo tocco di raffinato umorismo, legato anche alle imprese più serie, che ci mancherà di questo straordinario «buon maestro».

Ripubblichiamo di seguito due contributi recenti scritti per la Domenica del Sole 24 Ore dallo scrittore appena scomparso

Nessun commento:

Posta un commento