mercoledì 17 dicembre 2014

Vincoli europei, investimenti fuori dal patto: Renzi insiste, ma Bruxelles continua a dire “no”



Posto che, il futuro di Renzi dipende dalle risposte di Bruxelles, come sostenevo qualche giorno fa, e che la richiesta di considerare diversamente gli investimenti rispetto al resto della nostra spesa pubblica è sensata e quanto mai opportuna, come può un paese dalla corruzione imperante e dilagante che ha messo radici in più istituzioni e si propaga di giorno in giorno, chiedere all’Europa di considerare in maniera diversa la spesa per investimenti. Chi e che cosa può garantire Bruxelles che quegli investimenti non si tramuteranno nell’ennesimo ladrocinio di Stato, che non diventeranno l’ennesima torta da dividere tra mafia, criminalità organizzata e politica? 


da: La Stampa

Il premier: investimenti fuori dal Patto. Per Bruxelles, impossibile.
L’Europa gela Renzi: “le regole non cambiano”
di Marco Zatterin

Matteo Renzi va avanti convinto, vuole che l’Europa «consenta lo scorporo dei grandi investimenti in opere pubbliche» dal Patto di Stabilità, magari «anche previa verifica Ue». Promette battaglia domani in sede di Consiglio Ue, come nei colloqui ad alto livello in seno al Partito socialista europeo che accusa di
ostentare «una timidezza incomprensibile». Vuole la regola aurea, il premier, la vuole contro la crisi, però la risposta che raccoglie dalla Commissione, proprio da quel vicepresidente Frans Timmermans, un socialista che parla italiano, è rigorosa e ortodossa. «Le regole sono le regole e non posso cambiarle con un tocco - ammette l’olandese -. Noi dobbiamo garantirne il rispetto. Se vuole fare altrimenti, Renzi deve aprire un dibattito al Consiglio europeo».
Le parole di Timmermans sono in linea con lo spirito che anima il Programma di lavoro per il 2015 che la Commissione Ue ha presentato ieri all’Europarlamento. L’agenda è stata alleggerita, «abbiamo messo solo quello che possiamo portare a compimento», avverte l’olandese. Il presidente Juncker assicura che il suo esecutivo «intende concentrarsi sull’essenziale» e che «la priorità principale è la crescita e l’occupazione», seguite dal perfezionamento del mercato unico, in particolare per l’Energia, e dalla lotta all’evasione e all’elusione fiscale, problema scivoloso per il lussemburghese. Un menu più magro, più facile, «con la disponibilità a cambiare se il Parlamento o i governi ce lo chiederanno».
E’ importante il ruolo che la Commissione si propone di giocare, diverso dal passato e riflesso nella replica a Renzi. Sostiene Timmermans che «non è detto che l’Ue debba risolvere tutti i problemi, particolarmente quelli che possono e devono essere affrontati a livello nazionale». Di seguito, auspica che la Commissione diventi motore di pressione su Parlamento e governi perché ognuno faccia la propria parte al giusto livello, a Bruxelles e in casa propria. Oltre a ciò, l’esecutivo deve mantenere il ruolo di garante dei trattati. Applicare e far applicare le regole esistenti, quindi rimettersi alla politica dei Ventotto per scriverne delle nuove.
E’ questo il caso degli investimenti e l’ipotesi di un loro scorporo. L’Italia lo chiede da tempo, sarebbe una via di uscita per togliersi di dosso - anche solo temporaneamente e su un percorso preciso - una parte dell’immenso fardello del debito nazionale. Eppure la partita non è affatto facile. Buona parte della Commissione, sostenuta da molti a partire dalla Germania, invita a non minare la credibilità del Patto. I popolari all’Europarlamento sono piuttosto per il rigore, mentre Gianni Pittella (presidente gruppo socialista) sposa la linea Renzi: «Serve una scelta chiara a favore della flessibilità». Dialogo aperto, insomma, nell’ambito del dibattito sulla flessibilità che sarà avviato in gennaio, alla vigilia degli insidiosi esami marzolini sui conti di Italia, Francia e Belgio. Sebbene una fonte altolocata ricordi che «la flessibilità non deve essere una scusa per non fare le riforme» e che «sarà comunque difficile».
Timmermans, pragmatico, vuole riportare la responsabilità nelle mani di chi c’è l’ha davvero, i governi nazionali e l’europarlamento. Il programma alleggerito della Commissione ha suscitato un vespaio, proteste per il taglio della proposte sulla circolarità dei rifiuti, sulle lavoratrici in dolce attesa, le emissioni nell’aria, l’armonizzazione delle accise sugli alcolici. «Erano cose che voi e il Consiglio non siete riusciti ad ratificare», a detto agli eurodeputati. Ora promette «provvedimenti migliori» per sostituire formule obsolete, «senza compromessi sugli obiettivi, cercando tuttavia un metodo più adeguato per realizzarli», fermo restate «che faremo quello ci verrà detto di fare». Mossa interessante, quella di Juncker e del vice olandese. Vogliono un faro sul fatto che le decisioni sono politiche e dipendono da entità democraticamente elette dai cittadini europei. Se glielo lasceranno fare, è una mossa che potrebbe ridare un discreto tono all’immagine dell’Unione.

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