sabato 18 marzo 2017

La Porta Rossa, serie tv originale e di qualità: aspettando il finale…






La quinta puntata de La Porta Rossa è stata la migliore in assoluto.
Mi aspetto che il finale sia all’altezza di quanto visto finora dove il meccanismo principale è stato: ti presento un presunto colpevole ma alla fine della puntata te lo mostro come innocente. Nella quinta puntata il colpevole di turno è Piras (Ettore Bassi) il magistrato collega di Anna (Gabriella Pession), moglie di Leonardo Cagliostro (Lino Guanciale), il poliziotto ammazzato e che gli sceneggiatori – tra cui Carlo Lucarelli – fanno rivivere come fantasma.

In questa fiction – di rara originalità e qualità  - tutto si incastra perfettamente: sceneggiatura, regia, fotografia, interpretazione, colonna sonora.

E continuo a non capire perché non sia andata in onda su Rai1.

Chi non l’avesse vista vada su RaiPlay. Non guardi l’ultima puntata. Sarebbe un crimine!. Si guardi tutte le puntate precedenti prima di arrivare all’ultima…

immagine da: tvzap

Beppegrillo.it: chi rivendica libertà nei blog deve assumersi anche le responsabilità



Condivido ciò che scrive Guido Scorza e, in particolare, il rischio che si usi questa “deresponsabilizzazione” di Grillo per presentare nuove leggi bavaglio. Per cui…a Giuseppe Piero Grillo va il mio più sentito vaffanculo…


da: Il Fatto Quotidiano – di Guido Scorza

Ha infiammato il web e la scena politica la polemica scoppiata dopo la notizia che Beppe Grillo si è difeso da una querela presentata, nei suoi confronti, dal Partito Democratico a seguito della pubblicazione di un post sul “suo” (il possessivo è tra virgolette perché è parte del problema, ndr) blog, sostenendo che non sarebbe lui a gestirlo e che beppegrillo.it è, in realtà, una community aperta al pubblico; lui, dunque, risponderebbe esclusivamente dei post a sua firma mentre quello oggetto della querela non lo era.

Apriti cielo.

“La tua difesa è ridicola, se vuoi parlare a milioni di persone abbine rispetto e assumiti la responsabilità delle cose che dici e scrivi di fronte a loro e di fronte alla legge”, lo ha incalzato Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd e firmatario della querela. “Il Pd rosica perché ha perso il giudizio” (che, in realtà, è ancora alle battute iniziali, ndr), ha risposto il leader del movimento pentastellato.

Alessandro Gilioli: Sparite voi e i vostri lavoretti…



da: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/

Le cronache della politica raccontano oggi della determinazione assoluta con cui il governo e la sua maggioranza stanno lavorando per impedire il referendum sui voucher, che in teoria si dovrebbe svolgere il 28 maggio.

Non è difficile vedere le ragioni di questa corsa per impedirci di votare.

Una è quasi ovvia: c'è il rischio che anche questo referendum, così come quello sulla Riforma Boschi, si trasformi in un giudizio sul Pd. E su Renzi, che nel Jobs Act ha alzato del 40 per cento il tetto dei voucher, aumentandone la diffusione. Un bis del 4 dicembre non sarebbe esattamente utile a confermare la narrazione del "ricominciamo", "ci rialziamo", "ora rimontiamo come il Barcellona" che l'ex premier e i suoi hanno inaugurato al Lingotto.

Ma ce ne sono altre due, di ragioni per cui vogliono evitare il referendum, anche se meno visibili.

La prima è che la sinistra di questo Paese - allo stato dispersa e derisa -

Marco Travaglio: Minzolotti




da: Il Fatto Quotidiano

Tecnicamente, quello inscenato ieri in Senato da Pd, Forza Italia e frattaglie varie è un atto eversivo, un abuso di potere, un colpo di Stato contro la Costituzione, svuotata di uno dei suoi principi cardine: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Un golpe nero che abolisce lo Stato di diritto e legittima l’arbitrio del più arrogante, torcendo in senso antidemocratico la regola delle democrazie parlamentari fondate sulla maggioranza. Il voto di scambio non potrebbe essere più plateale: mercoledì FI, verdiniani di Ala e àscari centristi salvano il ministro Pd Luca Lotti dalla sfiducia a 5Stelle e giovedì il Pd regala a FI, verdiniani di Ala e àscari centristi i voti necessari (l’elenco della vergogna è qui a fianco, così gli elettori sanno chi li ha traditi) a salvare la poltrona e la pensione del senatore forzista cioè pregiudicato Augusto Minzolini. Sette mesi fa l’ex direttore del Tg1 è stato condannato in via definitiva a 2 anni e 6 mesi per peculato nel processo sulle spese personali pagate con la carta di credito della Rai. E una legge dello Stato, la Severino, approvata nel 2012 da tutti i partiti, stabilisce che i parlamentari condannati a più di 2 anni decadono ipso facto dal seggio, rimpiazzati dal primo dei non eletti: il voto della Camera di appartenenza è una semplice presa d’atto della sentenza e delle conseguenze, senz’alcun margine di discrezionalità (come il Pd sbandierava ai quattro venti nel 2013, quando cacciò B. da Palazzo Madama). Dunque da sette mesi Minzolini incassa stipendi e accumula contributi pensionistici abusivi. E, col voto di ieri, continuerà a farlo sedendo sullo scranno di un altro: le sue dimissioni sono fumo negli occhi, visto che non scatteranno finché non saranno approvate dall’aula, che di solito le respinge (almeno al primo scrutinio). Campa cavallo: intanto finirà la legislatura.

venerdì 17 marzo 2017

Martin Luther King: Se non puoi essere un pino



Se non puoi essere un pino su un monte
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello.

Se non puoi essere un albero
sii un cespuglio.

Se non puoi essere un'autostrada
sii un sentiero.

Se non puoi essere il sole
sii una stella.

Sii sempre il meglio di ciò che sei.

Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere
poi mettiti con passione e realizzalo nella vita.

mercoledì 15 marzo 2017

La maratona dei diritti umani di Amnesty International, che ci riguarda tutti



da: http://www.glistatigenerali.com/

Il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta nella storia dell’umanità era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo senza distinzioni. Per la prima volta veniva scritto che esistono diritti di cui ogni essere umano deve poter godere per la sola ragione di essere al mondo. Eppure la Dichiarazione è disattesa, perché ancora troppo sconosciuta. Amnesty International dal 1961 si impegna perché per tutti siano garantiti questi diritti. Sempre.

Il Movimento, mettendo in evidenza le ingiustizie perpetuate nel mondo, dà voce a chi non ne ha, cambiando la vita delle persone. Amnesty ha contribuito a ridare libertà e dignità a oltre cinquantamila persone, salvando, fino ad oggi, tre vite al giorno, perché “ogni ingiustizia ci riguarda personalmente” e il percorso affinché i diritti umani siano davvero garantiti a tutti è ancora lungo. Ne abbiamo parlato con Laura Perrotta, direttrice raccolta fondi di Amnesty International Italia.

Quanti soci e attivisti conta Amnesty oggi?
Amnesty International in Italia nel 2016 ha contato 117 mila persone che si sono mobilitate in difesa dei diritti umani. A questi si aggiungono duemila attivisti veri e propri, cioè coloro che dedicano molto del loro tempo e lavoro ad Amnesty International; sono le persone che sono presenti in ogni città di Italia in maniera capillare. Abbiamo infatti sedi in moltissime città del paese, circa 150 e la sede ufficiale è a Roma.

Ed Sheeran: Shape of you


lunedì 13 marzo 2017

Povero paese: Leopolda, Lingotto e altro...



da: http://unoenessuno.blogspot.it/

Rottamato il PD, il partito a vocazione maggioritaria che doveva essere progressista e che si è rivelato l'amalgama a freddo di correnti e capi-partito, la corrente renziana è riuscita solo a rottamare la sua Leopolda diventata Lingotto.
Costretta a questa rottamazione per ritrovare quella linfa, forse, o magari solo per rifarsi la facciata in attesa di quelle primarie che, per l'ex segretario, si riveleranno forse più complicate di quello che si aspettava.

Ma, se non si hanno idee e visioni (se non quelle degli sponsor dietro il grande partito del fu centro sinistra), dentro il sacco della politica rimane ben poco. Solo slogan, parole dal suono vuoto, pure false.

I reduci di una battaglia.
La battaglia contro chi?
Contro gli italiani che in maggioranza hanno votato no alla riforma.
Contro la minoranza PD, costretta a votare fiducie su fiducie e pure sbeffeggiata.

Vigliacchi.
Vigliacchi quelli che cambiano partito, dice Chiamparino. L'ex politico poi banchiere e poi di nuovo politico.

lunedì 6 marzo 2017

Delrio, ministro col vizio delle grandi opere inutili



da: Il Fatto Quotidiano

I più importanti esperti di infrastrutture chiedono all’ex sindaco di Reggio Emilia di fare almeno analisi di costi e benefici prima di fare gli investimenti. Ma il ministero sembra paralizzato dalle vecchie logiche

È in corso un grande rilancio politico delle “Grandi Opere”. I denari pubblici in gioco sono moltissimi, pari a circa 70 miliardi. Una cifra enorme se si pensa agli stretti vincoli di bilancio e tutti concentrati su un numero limitato di grandi interventi, a cui si sommano le risorse dei Contratti di Programma con Fsi e Anas. Il costo complessivo dei soli interventi ferroviari ammonta a quasi 26 miliardi di euro (Allegato al Def 2016), equivalente a oltre un terzo di quello complessivo di tutte le opere “strategiche”. Esistono in ambito internazionale consolidate regole di valutazione economico-finanziaria, ma in Italia sono state finora ignorate. Per nessuna delle opere sopra citate c’è stata una valida analisi, pubblicamente disponibile al momento della decisione, che ne dimostrasse l’utilità sociale. Solo per alcune (il Brennero ad esempio), sono stati pubblicati documenti, peraltro oggetto di critiche metodologiche, solo dopo che la decisione era stata presa. Lo stesso vale per grandi progetti stradali, come la Pedemontana veneta, quella lombarda, e la Livorno-Civitavecchia.

Il Delrio politico, un’opera incompiuta pure al ministero



da: Il Fatto Quotidiano – di Giorgio Meletti e Carlo Tecce

La parabola: Renzi l’ha usato per la scalata, poi illuso e infine esiliato alle Infrastrutture, che non ha rivoluzionato dopo l’era Incalza: dagli investimenti alle concessioni, fino alle nomine

Una volta, quasi vent’anni fa, Graziano Delrio ha usato il coraggio in politica. Poi ha smesso. Il medico endocrinologo, padre di nove figli, sfidò il candidato di Pierluigi Castagnetti per la Regione Emilia Romagna, prese oltre 4 mila preferenze e fu eletto consigliere. Il mite presidente dell’associazione Giorgio La Pira partì da lì per strappare agli ex comunisti il Comune di Reggio Emilia. Anche se La Pira non c’entra niente, la carriera di Delrio passa per Firenze. Con il supporto di un Matteo Renzi agli esordi sullo scenario nazionale, cinque anni fa, il medico scala pure l’Anci, l’Associazione dei Comuni italiani e da lì costruisce la sua piccola corrente con Sergio Chiamparino e Angelo Rughetti.

GRAZIANO considera Matteo un fratello minore, vorrebbe far valere la differenza d’esperienza, ma il ragazzotto di Pontassieve detesta i pigmalioni. Lo sfrutta per conquistare i palazzi romani e lo piazza ministro nel governo di Enrico Letta. Quando il tenero esecutivo lettiano va in difficoltà dopo la condanna di Silvio Berlusconi e la scissione nel centrodestra, Renzi continua a ripetere a Delrio: soltanto tu puoi prendere il posto di Letta. Poi il posto

domenica 5 marzo 2017

Marco Travaglio: Memorie di Tiziano



da: Il Fatto Quotidiano

Dobbiamo prepararci a porgere le nostre scuse a B. e all’avvocato Ghedini. Da anni sghignazziamo sulla loro linea difensiva in Mignottopoli, imperniata su quattro capisaldi: B. credeva che Ruby, marocchina, fosse nipote di Mubarak, egiziano; ad Arcore nessun bungabunga, solo cene eleganti; lui pagava la giovane prostituta perché non si prostituisse e le olgettine perché disoccupate a causa della sua persecuzione giudiziaria; e comunque è innocente perché fu al massimo l’utilizzatore finale delle mignotte. Ma ora, dinanzi alle difese di babbo Renzi e dei compagni di merende, dobbiamo cospargerci il capo di cenere: B. al confronto aveva un alibi di ferro. Anzi, di acciaio inox.
Il padre pellegrino. Il renziano Luigi Marroni, ad di Consip nominato da Renzi, racconta ai pm di aver incontrato babbo Tiziano che, con Carlo Russo, gli fece pressioni e ricatti per favorire Alfredo Romeo in un mega appalto; e che ad avvertire i vertici Consip delle indagini furono i generali Del Sette e Saltalamacchia, il sottosegretario Lotti e il presidente di Publiacqua Vannoni (che conferma), così lui fece rimuovere dagli uffici le microspie piazzate due giorni prima e rovinò l’indagine. Ma babbo Renzi nega pressioni e ricatti, giura di non conoscere Romeo (invece il commercialista di Romeo parla di un pranzo fra i due in una bettola) e accusa Russo di “abuso del mio cognome”. Poi cala l’arma segreta: incontrò due volte Marroni, ma per parlargli della Madonna di Medjugorje e aiutarlo col parroco che lo guardava storto perché separato dalla moglie. La prima chiese a Marroni di “mettere una statua della Madonna di Medjugorje davanti all’ospedale pediatrico di Firenze”. La seconda, dopo oltre

venerdì 3 marzo 2017

A Otto e mezzo c'è il solito Renzi: una garanzia...



Matteo Renzi era a Otto e Mezzo: nervi scoperti per le domande sul padre, solito effluvio di parole per interrompere, cosa che si potrebbe risparmiare perché la Gruber non fa domande scomode. Manco Cerno. Che ha l’attenuante che Renzi lo interrompe.

Matteo Renzi è una garanzia: è il fanfarone di sempre. Questa volta non più solo come “un uomo solo al comando” perchè si ripresenterà con “la squadra”, cioè la sua slide parlante Maria Elena Boschi il suo amico Lotti e qualche altro del suo cerchio magico. Garanzia su garanzia!

Però è simpatico!...soprattutto quando dice che è stato nella Locride e in altre zone d’Italia a sue spese per conoscere la realtà del paese. Insomma: sta facendo quello che si è guardato bene dal fare quando era presidente del consiglio perché non gli piaceva essere fischiato. 

Se non è simpatico sto fanfarone…sempre più grasso....sempre più somigliante a Pinocchio...

Michele Bravi: album Anime Di Carta




da: http://www.rockol.it/ - di Mattia Marzi

Mantenere l'equilibrio, quando si è dentro una piccola barca sperduta in mezzo al mare in tempesta, è difficile. Basta un attimo e finisci giù, ingoiato dalle onde. Ogni tua traccia scompare. Nella sua piccola barca, Michele Bravi l'equilibrio è riuscito a mantenerlo: per resistere alla forza delle onde, all'impeto del vento e al peso della pioggia, ha dovuto crearsene un nuovo, di equilibrio. "Anime di carta", il nuovo album in studio del già vincitore di X Factor, racconta questo viaggio, la ricerca di nuovi equilibri, il ritorno a casa.

Una chiave di lettura per interpretare questo viaggio ce la mette nelle mani proprio Michele. Il cantante umbro presenta "Anime di carta" come un disco che parla della fine di una storia d'amore: "È una seduta di psicanalisi con me stesso. Volevo mettere per iscritto le mie emozioni e farlo su un foglio di carta", commenta. Un'altra possibile chiave di lettura potrebbe la crisi (e il suo superamento) vissuta da Michele nei mesi successivi la vittoria a X Factor e l'uscita del suo primo album in studio. D'altronde, già il precedente EP era un vero e proprio vomito d'odio verso la discografia, a partire dal titolo: "I hate music", "Odio la musica". "Non rinnovarmi il contratto era una cosa giustificata, non lo è dire 'sei morto, sei finito' a un ragazzo di 19 anni che per la prima volta affronta tutto questo", dice a proposito del suo ex discografico.

Mannarino: Arca di Noè

giovedì 2 marzo 2017

Massimo Gramellini: “Salvini allo specchio”



da: Corriere della Sera
Secondo una teoria non priva di fascino, tendiamo a detestare quelle persone che ci restituiscono l'immagine dei nostri difetti come in uno specchio. D'Alema che accusa Renzi di arroganza è un caso di scuola insuperabile. Ma gli investigatori della psiche umana potrebbero dedicarsi con analogo profitto all'esame di quella di Matteo Salvini. L'impresa non richiederebbe loro neanche troppo tempo. Ieri, nel suo quarto d'ora d'odio quotidiano, la Le Pen barbuta se l'è presa con il truccatore italiano che aveva appena vinto l'Oscar, Alessandro Bertolazzi, colpevole di avere dedicato il premio agli immigrati. «Ipocrisia al potere! Facile fare i buonisti col portafoglio pieno», è stato il suo arguto commento. Ora, lo spirito del tempo impone di attaccare chiunque abbia successo, poiché per il fatto stesso di averlo è un privilegiato in combutta con l'establishment della grammatica. Se però volessimo dare retta alla teoria dello specchio, scopriremmo che Salvini non intendeva criticare il premio Oscar, ma se stesso. Rifletteteci un attimo. Nessuno può mettere in dubbio che Salvini sia

martedì 28 febbraio 2017

E io pago..il sistema bancario italiano: il salvataggio di Etruria e C. lo pagano i clienti



da: Il Fatto Quotidiano

Etruria & C., il costo del salvataggio scaricato sui clienti
Unicredit, Banco Popolare, Ubi e Pop Bari scaricano tutto sui correntisti
di Marco Maroni

Si potrebbe definire un “bail out” camuffato, o una specie di prelievo patrimoniale: le banche italiane, senza far troppo rumore, stanno scaricando sui correntisti il peso degli istituti in crisi salvati. I costi delle crisi bancarie sono andati fuori controllo. E le banche cercano di fare cassa scaricandoli sui clienti.
Il salvataggio delle banche locali di Etruria, Ferrara Marche e Chieti è costato al sistema 3,6 miliardi, quasi altrettanti ne sono stati messi nel fondo Atlante, quello che ha ricapitalizzato le dissestate Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma le cui partecipazioni nei bilanci bancari ora devono essere svalutate perché le due banche venete continuano a perdere. Il risultato è che gli istituti italiani, gravati dal fardello, si rifanno sui clienti. E così i salvataggi, che il governo aveva assicurato sarebbero stati fatti “senza soldi pubblici”, sono fatti anche con i soldi dei clienti bancari che man mano lo stanno scoprendo.

L’ultimo istituto ad aver messo la gabella salva-banche, in ordine di tempo, è stato il gruppo Popolare di Bari. Con una lettera inviata ai clienti della controllata Tercas a fine dicembre, si avvisa che dal primo aprile (anche la data non è delle più azzeccate) le “spese per conteggio interessi e competenze”,

lunedì 27 febbraio 2017

Eutanasia o no: perchè non ho certezze...



Ho scritto questo post nel lontano 22 gennaio 2009, nel momento in cui imperversava il “dibattito” dei Sacconi, dei Quagliarello e del cardinale Poletto sulla morte di Eluana Englaro, sulla decisione del padre di staccare la spina.
Sono passati 8 anni. Nulla è cambiato dal punto di vista legislativo, e non solo, in Italia.
Io la penso come allora. Non ho certezze. Ho le stesse domande di allora. La risposta a certe domande è il presupposto per scrivere una legge sensata in uno Stato laico in cui convivono credenti e non credenti.

**************

Inizierò con domande che per la Chiesa, Sacconi e altri risulteranno banali e inutili. E’ che non sono dotata come loro, per quanto, ritengo che Dio - nel quale credo - mi abbia dato il dono dell’intelligenza.

Una persona subisce un evento traumatico per effetto del quale viene ricoverato in ospedale in condizioni cosiddette gravi. Ed entra in coma.
I medici non sanno valutare o non si esprimono in merito a quando il malato potrà uscire dallo stato di incoscienza. Ovviamente, non essendo autonomo nè fisicamente nè cerebralmente, viene sottoposto a cure adeguate e alimentato forzatamente per vivere.

Credo che conveniamo tutti sul fatto che vogliamo e ci aspettiamo per il paziente cure appropriate che comprendono anche un sostitutivo dell’alimentazione. Non ci aspettiamo certo che i medici stacchino la spina. Tanto meno per liberare un posto letto.

Non sono un medico. Quindi mi chiedo. Lo stato di coma non provocato farmacologicamente, ma dovuto appunto ad un evento che ha danneggiato il fisico e il cervello di una persona, può essere di entità e sviluppi diversi? E’ in grado la medicina di stabilire se il paziente può risvegliarsi dal coma: come e quando?

sabato 25 febbraio 2017

Rai fiction: dai “Bastardi di Pizzofalcone” a “La Porta Rossa e "Montalbano", mentre Mediaset è “non pervenuta”…



Non è la prima volta che succede, la Rai supera in qualità le fiction di Mediaset, una più scadente dell’altra.

Ma la qualità mostrata nel palinsesto da settembre, quando si apre la cosiddetta fascia di garanzia, la sta mostrando soprattutto su un filone che, a parte Montalbano, non è quello in cui si distingue per originalità del soggetto, tecnica di ripresa.

Dopo aver sbancato con I Medici e aver conseguito risultati ragguardevoli per fiction più in stile Rai Uno (C’era una volta Studio Uno), due serie hanno mostrato di non essere le parenti poveri della serialità americana, fatte salve, ovviamente, le diversità di linguaggio e ambientazione. Mi riferisco a: I bastardi di Pizzofalcone e La Porta Rossa. Quest’ultima non mi faceva presagire granché dato il promo, fortunatamente, per chi l’ha prodotta e per me che ho guardato la prima puntata, sceneggiatura, racconto, cast e regia si sono mostrati molto meglio del promo. Tanto da farmi apprezzare l’onnipresente Lino Guanciale.
Ho visto anche la seconda puntata e non mancherò le altre, tv o streaming,

Il sistema bancario italiano, commissioni calcolate a proprio favore: così Mediolanum ha guadagnato 1,2 MLD



da: http://www.glistatigenerali.com/  - di Andrew Sentance

Ieri, durante la conferenza stampa sui risultati dell’anno 2016, Mediolanum  ha comunicato che le commissioni di performance potranno calare fino al 75% a partire dal 2018, quando cioè saranno applicate le nuove regole per calcolare queste commissioni, dette anche di rendimento o performance fee, che premiano la bravura di un gestore. Con le nuove regole, a parità di rendimento dei fondi, le commissioni incassate dalla banca diminuiranno del 75 per cento. Possiamo leggere questa notizia anche in questo modo: chi oggi investe con Mediolanum paga fino a 4 volte tanto il dovuto su queste commissioni di rendimento. Voglio sottolineare questo: i fondi non cambiano; il rendimento non cambia; cambia solo la metodologia utilizzata per calcolare le commissioni applicate al rendimento. Prima sfruttavano i clienti, ora possono farlo il 75% in meno.

Di cosa si tratta e a quanto ammonta questa differenza? Per un cliente, prima il costo medio di queste commissioni all’anno era intorno al 0,75% ogni anno. Se la commissione scende del 75%, vuole dire che il cliente paga invece 0,19% ogni anno. Quindi, a parità di rendimento per il cliente, prima lo 0,56% del rendimento, ossia 560 euro ogni 100mila euro investiti, finiva nelle casse di Mediolanum, dal 2018 rimarrà nelle tasche del cliente. Sembrano pochi soldi, ma l’effetto a lungo termine è importante.