sabato 22 febbraio 2020

Coronavirus in Lombardia: la visita “pastorale” di Fontana e Sala alla comunità cinese




Il presidente della Regione Lombardia, il leghista Fontana, e il sindaco di Milano Giuseppe Sala (PD), si sono affrettati un paio di settimane fa a rassicurare i milanesi che non c’era nessun rischio di contagio nel frequentare i locali cinesi.

Prima l’uno, poi l’altro, hanno girovagato - con telecamere al seguito - per le vie della Chinatown milanese: via Paolo Sarpi.

I due - divisi politicamente ma con interessi elettorali in comune - hanno mostrato la medesima “sensibilità” nel confronti della comunità commerciale cinese. Pare che fossero diminuiti notevolmente i clienti nei locali cinesi di Paolo Sarpi. Il business dei cinesi stava subendo una flessione.

Confesso di essere totalmente insensibile a questa nefasta vicenda. Il contagio da coronavirus? No. Le minori entrate nelle tasche dei commercianti cinesi.

Sia chiaro. Nessuna preclusione ai cinesi a Milano. Ti accorgi della loro utilità soprattutto duranti i ponti festivi e ad agosto. Se ne accorgono soprattutto coloro che restano a Milano. I cinesi sono gli unici che tengono aperti i negozi nei giorni in cui la città si svuota.

Confesso che sentirli parlare a volte mi disturba le orecchie e non amo la cucina cinese. Ai ravioli cinesi preferisco di gran lunga gli agnolotti mantovani o di altre località lombardo-emiliane.

Nessun pregiudizio nei loro confronti, ma che il loro business possa scemare mi lascia totalmente indifferente. Sai quanti commercianti a Milano si sono visti ridurre le loro entrate a causa della crisi, dei costi della burocrazia, delle tasse elevate. Quando le pagano, si intende.

Sia chiaro, i commercianti italiani che hanno approfittato dell’entrata in vigore
dell’euro per aumentare i prezzi (in alcuni casi, raddoppiandoli) e poi hanno visto i loro introiti diminuire e hanno gridato alla crisi (che non c’era, c’erano meno utili) hanno la mia più totale indifferenza.
Coloro che hanno cercato onestamente di resistere e sono stati costretti a chiudere hanno la mia solidarietà. Più dei cinesi di via Paolo Sarpi che per un tempo ristretto intascheranno meno soldi.

La mia “insensibilità” è conseguente all’”attitudine” della comunità commerciale cinese nei confronti del Fisco italiano.
Mi baso su una rilevazione effettuata tempo fa da parte della Guardia di Finanza: “Nei primi mesi immeditamente suuccessivi all’apertura di un’attività, molti imprenditori e negozianti cinesi attuano un comportamento irreprensibile nei confronti del Fisco italiano, battendo scontrini fino al minimo centesimo. In media, dopo circa un anno e mezzo l’attività cambia ragione sociale lasciando alla vecchia gestione “un buco di tasse evase impossibile da recuperare”. Il limite di 18 mesi non è casuale: “Fino ad un anno e mezzo non possiamo fare nulla, perché gli esercenti sono ancora in tempo per versare le somme dovute, quando poi si potrebbe agire dei titolari, spariscono le tracce”.

Mi aspetto che - coronavirus in essere o debellato - Fontana e Sala facciano un giretto tra i negozianti italiani, tra coloro che cercano di resistere. Ovviamente, purchè non siano nel mirino della Guardia di Finanza. 

Può essere che il giretto non gli porti via molto tempo considerando che non passa giorno che a Milano i negozi chiudano e che ci sono commercianti “refrattari” a pagare le tasse.
Ma i pochi o tanti che invece lavorano onestamente si meriterebbero da Fontana e Sala - quantomeno - la stessa attenzione e collaborazione riservata alla comunità commerciale cinese.

Sono certa che il sindaco di Milano ci farà un pensierino e si “muoverà” nelle sedi opportune (dove si raccolgono voti). Ovviamente, con telecamere e giornalisti compiacenti al seguito. Perché l’anno prossimo si vota a Milano.
E possono essere cazzi amari. I voti dei cinesi non bastano.

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