sabato 15 febbraio 2020

Andrea Scanzi: “Sardine, il principino delle banalità”


Andrea Scanzi è un fan di Elly Schlein. Sarà bravissima, ma non è in grado di attrarre i voti degli astenuti. La sua immagine e il suo eloquio sono un pò da elite di sinistra, "specie filosofica" che sta sulle balle a parecchi italiani. 
In particolare, a quelli che non sono nè giornalisti, nè intellettuali, nè specie annesse e connesse.

I contenuti non arrivano se non “buchi”. Se non arrivano ai dubbiosi, agli incerti, a quelli che ne hanno pieni i coglioni dell'assenza di una classe politica onesta e capace. Tra lo “slogan pancista” e  il “discorsetto prolisso elitario” ci sta una dialettica efficace di trasmettere contenuti politici. 
A parte questa considerazione, Scanzi riesce a fare osservazioni sensate sulla "sardina" Mattia Santori. Non è che gli riesca spesso di scrivere articoli che hanno un senso...

da: Il Fatto Quotidiano

Mattia Santori, dopo la foto ilare con Benetton, il flop a Scampia e le tortoiate prese da Sallusti e Senaldi (avessi detto Frazier), è tornato a spron battuto in tivù. Fa piacere. Lo ha fatto come ospite di Merlino e Formigli, puntando sulle one to one per non correre il rischio di qualche ospite impazzito che lo mettesse in difficoltà anche solo chiedendogli “Pizza o calzone?”.

In tivù, e non solo in tivù, Mattia ride sempre. Fa piacere pure questo, sebbene di tutta questa ilarità non se ne capisca granché il motivo. Nelle interviste lo trattano spesso con un mix di indulgenza e deferenza, e se la prima è naturale la seconda suona surreale, perché se Santori induce deferenza allora Cacciari va eletto seduta stante Imperatore delle Galassie.

Santori dice che i grillini ce l’hanno con le Sardine perché “rappresentano quello che loro non sono più”, e ci prende il giusto. Sentenzia che “non bisogna vergognarsi di essere di sinistra”, e lo fa con la gravità definitiva di chi ha raccolto l’eredità morale di Bobbio.

Fa battute da asilo nido, asserendo – in uno dei suoi frequenti crolli contenutistici – che “Salvini è un erotico tamarro e noi un erotico romantico” (eh?). Propone (parola grossa) idee da liceale che occupa la palestra per far colpo sulla compagna di classe in prima fila, tipo “un Erasmus tra nord e sud” (autentica urgenza del Paese: altro che Reddito di cittadinanza!). E arriva a rivelare che per incontrare Conte bisogna “far coincidere le nostre agende”, quasi che la sua Smemoranda avesse di colpo acquisito il peso granitico dei quaderni di Gramsci (che chiaramente Santori mai ha letto).

Siam sempre lì: le Sardine sono uno splendido movimento spontaneo (sì, spontaneo), eterogeneo e per questo impossibile da tramutare in partito. Strepitose come catalizzatrici democratiche di indignazione, al momento (legittimamente) afasiche nel complicato passaggio da protesta a proposta. Va bene tutto: non puoi chiedere la Luna a una Sardina. Solo che hanno scelto come frontman quello (forse) più fotogenico, ma (sicuramente) più respingente e meno efficace. Siano benedette le piazze che hanno riempito e riempiranno: lo siano un po’ meno le nenie laiche espettorate dal principino azzurro delle Sardine.

Santori passa il tempo a criticare tutto quello che non gli somiglia, e questo va benissimo, ma non si capisce a nome di chi parli: se di se stesso va bene, se di tutte le Sardine allora è un problema. Sì, perché il Santori bastona (per quel che può) leghisti, fascisti e grillini, che per lui più o meno pari sono. E poi Conte, colpevole di avere avallato quegli obbrobri dei due decreti Sicurezza (dei quali, va da sé, Santori conosce giusto i bignami pubblicati dall’Espresso).

Il principino azzurro delle Sardine, con la sua voce vezzosamente in slow motion e l’aria di chi al ristorante ordina per ultimo per esser certo di distinguersi dalla massa, si dimentica però sempre di criticare con analoga nettezza colui che più di tutti sta facendo il gioco dell’odiato Salvini: ovvero Renzi. E perché mai non lo critica? Facile: perché Santori era (era?) renziano. Gli piaceva (piaceva?) il nulla ammantato di nulla del renzismo. Votò convintamente “sì” il 4 dicembre 2016. E ancora adesso, quando parla, somiglia più a un Calenda impreparato che non alla bravissima Elly Schlein (che vale 187 mila volte Santori).

Ecco, quasi-compagno Mattia, va bene tutto. Le banalità un tanto al chilo, l’entusiasmo credo sincero e persino quel buonismo posticcio da Benigni mai stato Cioni Mario. Va bene perfino la tua idea di “cambiamento”, così annacquata da risultare graditissima a quello stesso sistema che dici di voler – più o meno – scardinare. Però, di grazia, prima di rampognare gli altri dall’alto di un piedistallo immaginario, fai una bella cosa: scendi dal pero, esci dal favoloso mondo di Santorì e combatti anche chi sta consegnando il Paese a Salvini. Ovvero quel Matteo che votavi fino all’altroieri e che già sogna – spero invano – di cederti un giorno il posto da vicecapitano nella bad company chiamata “Italia Viva”.
Tra uno strale moscio e un’invettiva stitica, quasi-compagno Mattia, trova il tempo per criticare quel che eri e forse ancora sei. Dicci che su Renzi sei stato come minimo un bischero. Che hai sbagliato tutto. E che solo oggi hai compreso (se lo hai compreso) che in fondo tra lui e Salvini l’unica differenza è il cognome. Fallo, una volta per tutte. Solo a quel punto, forse, le tue intemerate disinnescate potranno sembrare veramente convincenti.
Altrimenti, e perdonami la mezza grevità, resterai sempre l’ex rappresentante di Liceo che faceva il politicizzato per conquistare le fighe. In classe lo abbiamo avuto tutti, ed era proprio uguale a te.

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