domenica 2 febbraio 2020

Concessioni Autostrade: I piani di Conte sulla revoca e le furbate dei Benetton




da: Il Fatto Quotidiano - di Giorgio Meletti 

Concessioni - Nessuna trattativa. Il gruppo si affida alla speranza che di fronte alle difficoltà il governo rinunci. Ma il premier va avanti

È un giro di poker bloccato. Il gruppo Atlantia e la famiglia Benetton che lo controlla attendono le mosse del governo. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha il dossier sulla sua scrivania, aspetta le mosse del plenipotenziario dei Benetton Gianni Mion. Ma si è predisposto all’attesa dopo aver messo una pistola sul tavolo, l’impegno a revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia (Aspi) per sanzionare le gravi colpe e inadempienze all’origine del crollo del ponte Morandi, nel quale il 14 agosto 2018 sono morte 40 persone. La partita ha un valore economico notevole.

Le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, con una netta vittoria della Lega di Matteo Salvini, avrebbero potuto far cadere il governo e mandare a monte la partita della revoca. Eppure, all’indomani della sconfitta di Salvini il titolo di Atlantia ha guadagnato in Borsa l’8 per cento: le mani informate che hanno approfittato dell’occasione si sono messe in tasca, complessivamente, un miliardo e mezzo. E questo perché sapienti veline hanno fatto strombazzare la notizia che il Pd, forte della vittoria emiliana, attraverso un uomo di peso come il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri avrebbe imposto agli indeboliti alleati M5S e allo stesso Conte la rinuncia alla revoca. Il premier però ha fatto sapere che non intende fermarsi e Mion non sa che pesci prendere, se non sperare che Conte alla fine non trovi il coraggio di far partire quel missile.

Effettivamente di coraggio ce ne vuole. Il giorno che il governo annunciasse la revoca, ad Atlantia verrebbe sottratta la gallina dalla uova d’oro. Nel 2017, ultimo bilancio non intaccato dall’effetto Morandi (500 milioni di danni contabilizzati per il 2018), le autostrade di Aspi e controllate hanno incassato 3,9 miliardi spendendone solo 1,5 per gestione e manutenzione e consegnando alla controllante Atlantia 2,45 miliardi di margine operativo lordo (Ebitda): una redditività superiore a quella della cocaina e a quella degli immigrati di Salvatore Buzzi sommate. I profitti di Aspi valgono circa due terzi dei profitti del gruppo Atlantia.

L’annuncio della revoca della concessione provocherebbe con tutta probabilità un crollo del titolo in Borsa: se sfumano due terzi della redditività è possibile che si volatilizzi la metà del valore delle azioni, dagli attuali 18 miliardi a non più di dieci. La famiglia Benetton perderebbe all’istante 2,5 miliardi, il fondo sovrano di Singapore darebbe l’addio a 6-700 milioni sull’unghia, i fondi Lazard a 4-500 milioni e via piangendo. È improbabile che gli investitori stranieri la prendano bene. E non è improbabile che per ritorsione, o per delusione sull’aria che tira in Italia, diano il via a massicce vendite di titoli di Stato tricolori. Lo spread potrebbe impennarsi. Non solo.
Atlantia impugnerebbe sicuramente la revoca e ne nascerebbe un contenzioso di anni (odo avvocati far festa, direbbe il poeta). Il governo sarebbe obbligato a gravare da subito il deficit dello Stato dei circa 20 miliardi che vale il rischio incombente: una mezza manovra che non farebbe un bell’effetto anche se il rischio di perdere fosse remoto.

Tutto considerato, rimane un fatto: per tenere conto degli umori dei mercati finanziari internazionali il governo dovrebbe decidere di non fare niente e ufficializzare la vigenza in Italia del noto brocardo “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. E ci sarebbe da decidere chi lo va a dire al M5S, ma soprattutto alle famiglie dei 40 morti di Genova.

Il piano B sarebbe una transazione. Il governo rinuncia alla revoca e i vertici di Atlantia accettano un sacrificio: pagano un significativo risarcimento allo Stato (misurato in miliardi, non in centinaia di milioni) e soprattutto sottoscrivono una revisione della convenzione che garantisca d’ora in poi che i soldi dei pedaggi vengano spesi per investimenti e manutenzioni sulla rete anziché finire nelle tasche dei Benetton e dei loro soci, magari con l’ingresso nell’azionariato di Cassa Depositi e Prestiti come garanzia pubblica di una più seria gestione della rete.

Il governo lamenta però che dai Benetton non arrivano segnali significativi in questa direzione. Si limitano a far trapelare offerte un po’ stitiche e nei corridoi di Palazzo Chigi dicono che “è un anno che ci prendono in giro”. Anche questo ha una spiegazione. Sottoscrivendo una transazione punitiva (ma non quanto la revoca), Atlantia ammetterebbe una pesante responsabilità nel crollo del Morandi.

Supponiamo che il punto di accordo sia il dimezzamento della redditività di Aspi (anziché l’azzeramento comportato dalla revoca): il danno per gli azionisti di Atlantia sarebbe la metà ma a questo punto sarebbero tutti obbligati (per rispetto dei rispettivi azionisti) a fare causa alla stessa Atlantia e a tutti i manager e consiglieri d’amministrazione degli ultimi anni. I loro avvocati direbbero ai Benetton e ai loro collaboratori più o meno stretti: “Avete gestito male le autostrade al punto da dover accettare uno stravolgimento della convenzione che tanti profitti ci faceva fare, e per colpa vostra le nostre azioni hanno perso valore per centinaia di milioni”. Le richieste di danni potrebbero risalire alla Edizione, la cassaforte dei Benetton. Orribile prospettiva.

Così Mion non apre una trattativa seria con il governo sperando che novità politiche o d’altro genere facciano desistere Conte dal suo battagliero proposito di schiacciare il pulsante rosso della revoca della concessione. Conte dice di aspettare solo i pareri giuridici dell’Avvocatura e del Consiglio di Stato, ma forse in cuor suo spera che nell’attesa i Benetton addivengano a più miti consigli. Improbabile. Anche perché c’è una novità rispetto alla tradizione dei rapporti tra imprese e politica: Conte ha fatto sapere che il confronto lo vuole istituzionale e trasparente, e gli imprenditori italiani non sanno come si fa. Così è tutto un fiorire di volontari che cercano di aprire canali diplomatici per portare la discussione sul terreno prediletto dal sistema nazionale, un salotto riservato propiziato da qualche abile mediatore, magari massone.

Nessun commento:

Posta un commento