lunedì 9 settembre 2019

Governo Conte 2: un discorso da piano decennale in un paese “stabilmente instabile”


da: https://www.glistatigenerali.com/ - di Jacopo Tondelli 


Abbiamo (ri)ascoltato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si è mosso – e non poteva essere altrimenti – nel solco che aveva tracciato accettando l’incarico dalle mani di Sergio Mattarella. Ora che la riserva è sciolta approfondisce i punti, entra nel dettaglio dei programmi, declina le idee in azioni ma anche, soprattutto, diremmo, in grandi principi.

Il quadro che tratteggia oggi, chiedendo la fiducia al parlamento, è tanto ampio e radicale da impressionare, e lasciare vagamente interdetti, se lo si inserisce nel contesto in cui si cala. Parla anzitutto di una revisione delle regole della stabilità economica e politica europea. Di un tavolo di aprire ad hoc. Una questione epocale – invero già cara all’ex alleato leghista che preferiva agitare le regole che ci sono come spauracchio e minaccia, anzichè provare a cambiarle – che richiederà sforzi titanici e tempi lunghissimi. Perché che l’austerità e il rigore di bilancio su cui si fonda l’Unione sia un problema a detta di molti è vero, verissimo: che cambiarlo sia facile, e sia nello spettro delle volontà dei padroni d’Europa, beh, è tutt’altro discorso.

Anche sul versante migranti, il programma di Conte non sembra meno impegnativo. “Rivedere Dublino”: rivedere cioè le regole pesantemente svantaggiose per i paesi che hanno i porti di primo approdo di migranti e richiedenti asilo (come l’Italia) a vantaggio di una condivisione del problema più solidale tra paesi europei. È sicuramente vero che lo “stile Salvini”, tutto teso a vedersi riconosciuto come nemico dall’Europa di Macron e Merkel, non aiutava a trovare spiragli di collaborazione su un tema così delicato, per ogni governante, oggi, in occidente. Altrettanto è vero,però, che le resistenze dei nostri compagni di continente non nascono con Salvini, e difficilmente saranno finite solo perché ora non governa più lui.


Anche sul fronte di politica interna e di politica economica, il programma di Conte è sembrato travalicare il confine dei tre anni di legislatura che ha davanti. Non è tanto sulle misure contingenti che serviranno per impedire l’aumento dell’Iva, o sul pur complicato percorso che porterà un governo che per il 50% è quello vecchio a modificare i decreti sicurezza. Ma è su parole come “green new deal”, valorizzazione del patrimonio turistico e ambientale, rilancio strutturale del sud “ma anche” autonomia differenziata per le regioni del nord che si vive la sensazione di un orizzonte temporale ben più vasto non solo, e non tanto, di quello su cui potrà ragionevolmente contare questo governo: ma anche, soprattutto, di quello che le società contemporanee sono disponibili a concedere a qualunque governante.

Del resto, è appena il caso di ricordarlo, questo governo nasce dal matrimonio innaturale non solo tra due popoli che non si amano, come ha ben spiegato Paolo Natale qui, ma anche come la fusione nel piombo del potere di due classi dirigenti che si sono disprezzate e vilipese fino a ieri, sia per distanze politiche per (apparentemente) irredimibile lontanza antropologica. In una politica che cambia colore e umore così rapidamente, è possibile pensare e credere, ragionevolmente, che proprio da questo strano sodalizio nasca un’unione in grado di lavorare per un tempo lungo e faticoso, che è quel che serve per mettere a terre i cambiamenti epocali prospettati da Conte e, in gran parte, davvero necessari al paese?

È quantomeno lecito dubitarne, ovviamente sperando di essere smentiti. Vorrebbe dire che la politica ritroverebbe una dimensione concreta, di lungo periodo, di coerenza programmatica. Traguardi che paiono altissimi: quasi come la “lingua mite” che sempre Conte ha ufficialmente adottato, a nome di tutti, quest’oggi, davanti agli ululati che si alzavano dai banchi della Camera dei deputati.

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