martedì 17 settembre 2019

Davide Casaleggio: I 7 paradossi della democrazia, a sbagliare non è mai chi vota


da: https://www.corriere.it/ - di Davide Casaleggio

Chi contesta scelte prese da oltre 100 mila persone spesso tollera che le prendano in cinque
Caro direttore, nell’era della cittadinanza digitale siamo entrati in un dilemma culturale schiacciato tra le abitudini consolidate e le nuove opportunità che ci offre la Rete e le tecnologie esponenziali. Aggrapparsi alle tradizioni ignorando le possibilità del presente crea sette brevi paradossi della democrazia.

Il paradosso del secondo incomodo
Il rappresentato dovrebbe decidere sempre, salvo quando lo può fare solo il suo rappresentante.
Succede quasi sempre il contrario.
Che si parli di riunioni degli azionisti di un’azienda o di un partito politico, i delegati o i rappresentanti scelti sono soluzioni temporanee a un problema legato all’efficienza decisionale, non all’incompetenza nel saper decidere cosa è meglio. Quando è possibile, è importante che siano i rappresentati a poter decidere. Sul piano politico esistono molti casi in cui gli iscritti di una comunità decidono sul proprio futuro. Nel 2018 in Germania la Spd, per confermare il contratto di governo con la Cdu della Merkel, ha fatto votare i suoi iscritti; 239 mila persone hanno dato il loro assenso via posta. Invece, in molti casi, i rappresentanti scelgono per conto dei rappresentati anche quando potrebbero
farne a meno. Si pensi alle province in Italia: non sono state abolite, ma la possibilità di votarne i consiglieri è stata trasferita dai cittadini ai consiglieri comunali.
«Scambiare per dittatura la democrazia diretta è come affermare che Gandhi era un pericoloso sovversivo antidemocratico». Gianroberto Casaleggio, dal libro «Insultatemi».

Il paradosso del luddista con lo smartphone
Il medium è il messaggio quando si comunica, è un semplice strumento quando si partecipa.
Solo qualche anno fa era normale trovare persone affezionate allo sportello bancario per gestire il proprio conto corrente o all’agenzia viaggi per prenotare un volo. Ora è normale fare bonifici online e far vedere al controllore il biglietto del treno sul cellulare. La tecnologia si è sempre evoluta più rapidamente della cultura, ma ci siamo sempre adattati velocemente. Le persone affezionate al passato ci saranno sempre, dovremo semplicemente accompagnarle nel cambiamento o garantire loro di potersi stampare l’email del treno ad una macchinetta in stazione. Ora è il momento di superare le tecnologie del quindicesimo secolo per quanto riguarda il voto e la partecipazione alla vita della propria comunità. Sostenere che il voto online sia pericoloso ricorda molto l’introduzione del treno nel 1800: illustri scienziati sostenevano che viaggiare oltre i 30 km/h (la velocità massima delle carrozze di allora) potesse spezzare le ossa dei passeggeri. La paura del futuro si supera con la cultura e con l’esperienza.

Il paradosso del delegante a sua insaputa
Chi sostiene il modello dei partiti come strumento di democrazia è colui che si lamenta della bassa rappresentanza rispetto agli elettori dei movimenti.
La struttura dei partiti è nata per dare organizzazione a persone che vogliono spendersi in modo attivo per la propria comunità, condividendo un’idea. Sono ambienti chiusi e a pagamento, nati su base geografica perché lo scorso secolo ci si poteva confrontare solo incontrandosi di persona. Di norma hanno un numero di iscritti pari a circa un centesimo del loro elettorato e le decisioni importanti vengono spesso prese da poche persone in stanze chiuse lontane da quelli che hanno pagato l’iscrizione. I movimenti sono inclusivi, non richiedono quote per iscriversi e danno il potere di decidere agli stessi iscritti sui temi importanti. Un gruppo di persone quanto più vasto possibile che ha l’ambizione di crescere e coinvolgere chi vuole partecipare. È curioso che a contestare che le scelte vengano prese da più di centomila persone, spesso sono gli stessi che tollerano che vengano prese da cinque persone o che si affidano quotidianamente a sondaggi di sole poche centinaia di persone.

Il paradosso del decisore muto
Ci si preoccupa più che chi vota «sbagli» a votare che non di spiegargli le nostre ragioni.
Se pensiamo che la maggioranza della nostra comunità prenderà la scelta che riteniamo sbagliata è nostro compito impegnarci a convincerla del contrario. Se non lo facciamo probabilmente non pensiamo che sia importante farlo, o di non essere nel giusto fino in fondo o di non essere in grado di convincerla con le nostre ragioni. Quando sosteniamo che non ci sia sufficiente tempo per permettere il voto stiamo solo dicendo che non ci siamo impegnati a sufficienza a coinvolgere le persone nel percorso di scelta, quando era opportuno farlo. Cortocircuiti istituzionali come il caso della Brexit, o giornalistici come il caso della campagna elettorale di Trump, nascono sempre da questo meccanismo.

Il paradosso dell’allenatore che si credeva attaccante
L’intellighenzia di una comunità decide il meglio per il proprio futuro.
Le scelte politiche impattano sulla nostra vita e in alcuni casi anche su quelle dei nostri figli. Chi pensa che solo gli esperti del tema possano scegliere, confonde la conoscenza con la scelta. Gli esperti possono spiegare il tema (es. i rischi del nucleare) e l’impatto che avrà una decisione sulle nostre vite, ma la decisione finale (es. se correre quel rischio) deve essere la comunità a prenderla, se è possibile.

Il paradosso del partecipante sovversivo
Ascoltare i cittadini fuori dal voto istituzionale collide con il rispetto delle istituzioni.
Chi si lamenta del mancato rispetto delle istituzioni, dall’altra appoggia apertamente che le stesse decisioni siano state prese, fino ad oggi, da un piccolo gruppo dirigente anziché dagli iscritti. Che si trattasse di supportare o meno un governo o di scegliere i componenti delle liste elettorali, a scegliere sono stati spesso i cosiddetti «dirigenti» del partito, non certo i parlamentari o le «istituzioni», tirate in ballo quando fa più comodo.

Il paradosso del diverso che unisce
Una comunità che vota si unisce anche se ha opinioni diverse. Una comunità che non fa votare si divide e allontana chi la pensa diversamente.
La partecipazione e il rispetto delle scelte della maggioranza sono valori che tutti condividono. Il disaccordo è solo uno spazio in cui possiamo agire per dimostrare meglio le nostre tesi. Una comunità unita può cambiare le cose, una divisa può al massimo gridare i propri pensieri. Il vero paradosso è di chi, per paura di cambiare abitudini, preferisce pensare che l’innovazione sia pericolosa a prescindere. La cittadinanza digitale in realtà porta una nuova dimensione di partecipazione alla vita della propria comunità. Ci saranno limiti che dovremmo immaginare, ma anche strumenti che dovremo costruire e nuovi diritti che dovremmo affermare per permettere, senza discriminazioni, a tutti di partecipare per poter condividere il loro valore.

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