San
Marino e le sue miracolose banche
da: http://mafie.blogautore.repubblica.it/
-
di Antonio Fabbri
Per anni nelle banche di San Marino si sono
accumulati denari senza che ci si preoccupasse troppo se fossero il frutto del
nero della Riviera o, peggio, dell’attività criminale delle mafie.
La convinzione è che il crimine paga,
soprattutto se il denaro lo si sa nascondere bene e nei posti giusti,
attraverso i consulenti adatti e i professionisti esperti.
Quando, anche dietro la pressione degli
organismi internazionali, pure sul Monte sono state approvate leggi adeguate
per la lotta al riciclaggio, quel denaro ha cominciato a puzzare.
E’ una dinamica rovesciata che si scorge da
lassù. Una dinamica che dagli strani passaggi di denaro - messi in atto per
occultare, trasferire sostituire, lavare il provento degli illeciti – risale ai
reati presupposti e fa prendere coscienza che la mano economica delle mafie
gestisce i suoi affari anche attraverso attività apparentemente lecite.
E’ lecito che una società sammarinese che opera nel settore immobiliare possa, ad esempio, intestarsi terreni e fabbricati. Diventa strano, però, quando questa società, nel giro di poco tempo tramite atti notarili sammarinesi, di immobili se ne intesta una quarantina, tutti in provincia di Trapani. Si scopre poi che quei fabbricati appartengono a un tale Calcedonio Di Giovanni, ritenuto dagli inquirenti italiani “contiguo” a Cosa Nostra.
E’ pure lecito che un commerciante all’ingrosso di origine cinese versi in banca a San Marino i proventi della sua attività di rivendita. Diventa strano quando lo fa utilizzando come schermo mandati fiduciari dai nomi pittoreschi come Maiale, Cinghiale e Muflone, aperti da una finanziaria del Monte attraverso la quale movimenta in sette anni 330 milioni di euro. Così gli inquirenti sammarinesi ritengono che tutti quei soldi siano in realtà il frutto dell’attività della mafia cinese nell'ambito della contraffazione e dell’immigrazione clandestina. E’ ancora più strano che, quella imponente liquidità dagli occhi a mandorla, venga utilizzata per finanziare una banca clandestina della ‘ndrangheta operativa in Brianza (operazione Tibet). Come dire: una mafia che fornisce liquidità a un’altra mafia, con una finanziaria sammarinese a fare da intermediario, finanziaria oggi chiusa e sotto processo per riciclaggio come persona giuridica.
E’ pure lecito fare il coltivatore diretto
e portare i risparmi sul Titano, ma quando questi risparmi ammontano a milioni
e milioni di euro non giustificati da nulla, se non da una attività da sempre
vicina alla ‘ndrangheta con trascorse condanne per ricettazione, estorsione e
sequestro di persona, qualche dubbio che quei soldi non siano il sudato frutto
della terra, agli inquirenti inevitabilmente viene. E così, a ritroso,
dall’indagine sammarinese sulla provenienza di quei soldi si riapre pure il
caso in Italia, dove al coltivatore diretto vengono posti sotto sequestro un
centinaio di immobili e lui finisce sotto custodia cautelare.
Lecito che una società sammarinese operi
nell’ambito delle energie alternative, diventa strano, però, quando lo fa a
Isola di Capo Rizzuto detenendo il 30% di una società calabrese che gli
inquirenti italiani riconducono alla cosca ‘ndranghetista degli Arena.
Da sud a nord e al centro un piccolo Stato
che qualcuno ha definito in passato “lavatrice”, ma che oggi ha gli strumenti
e, in molti ma non ancora in tutti, la volontà di affrancarsi dal recente
passato.
Dal Monte, dunque, si indaga a ritroso: dal denaro al criminale e ragionando a rovescio c’è buona probabilità che qualcosa vada per il verso giusto.
Dal Monte, dunque, si indaga a ritroso: dal denaro al criminale e ragionando a rovescio c’è buona probabilità che qualcosa vada per il verso giusto.
Nessun commento:
Posta un commento