domenica 24 novembre 2019

Ex Ilva: Conte conquista un tavolo, ma servirà un nuovo piano


da: Il Fatto Quotidiano - di Salvatore Cannavò

Verso l’azzeramento dei vecchi patti: adesso si profila la cassa integrazione

Abbiamo riaperto un tavolo, ma è solo un punto di partenza”. A palazzo Chigi si commenta così l’incontro con ArcelorMittal che riapre da capo i destini dell’Ilva. “Si avvierà una negoziazione che sarà faticosa e complicata, ci saranno tanti risvolti economici, produttivi, tecnici, giuridici...”ha detto Giuseppe Conte al termine di un confronto serrato, durato a lungo e conclusosi poco prima di mezzanotte.

Da una parte il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli; dall’altra Lakshmie Aditya Mittal. I quali, ha annunciato Conte, “si sono resi disponibili ad avviare immediatamente una interlocuzione volta a definire un percorso condiviso sul futuro delle attività dello stabilimento ex Ilva”. Ieri mattina la conferma di Mittal: “Investco conferma che l’incontro tenutosi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed altri membri del Governo per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo. Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto”.

Fin qui i convenevoli e le dichiarazioni di intenti. Ma la strada da percorrere è lunga e non è detto che la conclusione sarà positiva. Troppe le variabili ancora sul tavolo, troppi gli elementi da discutere, i conti di fare e i costi da valutare.

Giuseppe Conte, per far capire il proprio approccio, ha regalato a Lakshmi Mittal, padre di Aditya, una copia del suo libro L’impresa responsabile. Ma Mittal sembra soprattutto orientata a minimizzare i costi e ottenere vantaggi ben superiori a quelli ottenuti con la sigla, a settembre del 2018, del Verbale di accordo sull’Ilva.

A sentire l’umor e di palazzo Chigi, le preoccupazioni espresse ieri dal sindaco di Taranto e i paletti posti dal segretario della Cgil, Maurizio Landini, la preoccupazione è quanta occupazione sarà possibile conservare. La cifra di 2 o 3000 dipendenti di troppo non sembra campata in aria. “Quali che siano i numeri non si tratterà di esuberi, ricorreremo agli ammortizzatori sociali” assicurano al ministero dello Sviluppo economico. Mentre il governo si dice “disponibile a sostenere questo processo anche con misure sociali, ove mai necessarie, in accordo con le associazioni sindacali".


Duemila unità, del resto, era la differenza tra la prima e la seconda offerta di Arcelor-Mittal (8.000 e 10.000) che poi, in sede di trattativa finale, firmò l’accordo con 10.700 addetti da assumere. Il rischio che si possa tornare indietro è alto e non è un caso che Landini insista sulla salvaguardia della base occupazionale e chieda la garanzia dell’intervento pubblico.

“Questa ossessione di far entrare il pubblico per controllare l’azienda è l’ossessione di mettere soldi pubblici dove avrebbe dovuto metterli il privato” scrive su Twitter il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli che pure è d’accordo sulla salvaguardia dell’occupazione.
Di “scudo penale” nell’incontro dell’altra sera non si è parlato, segno che ormai il contenzioso riguarda come garantire a Mittal la convenienza dell’investimento più che gli aspetti legali. Per questo il secondo nodo complicato è quello, come spiega ancora Conte, “di un coinvolgimento pubblico in ragione dell’importante ruolo dell’Ilva nell’economia italiana”.
L’intervento pubblico equivale a un ulteriore costo per lo Stato e quindi a un alleggerimento dei conti per Mittal. Ad oggi non è ancora chiaro la forma che questo intervento potrà assumere, se tramite la Cassa Depositi e Prestiti oppure con un intervento più specifico di Fincantieri o altro ancora.

Ma la questione è ormai posta e, un po’ alla volta, si rischia di tornare all’offerta di acquisto dell’Ilva, quella di AcciaItalia, che fu scartata dai commissari, sotto la supervisione dell’allora ministro Carlo Calenda, formata da Jindal, Arvedi e dalla Cdp. Allora fu scelta Mittal perché offriva di più anche se il piano industriale della concorrente era migliore. Lo ha sottolineato polemicamente ieri, intervenendo alla festa del Foglio, Matteo Renzi:“Qualcuno ha scelto, sbagliando, e oggi fa finta di niente, dando più valore al prezzo che al ritorno di quell'investimento” ha detto l’ex premier affondando il colpo contro Calenda oggi si suo rivale politico.
Ma al di là delle contraddizioni del passato, su cui però sarà anche utile fare più chiarezza, il problema è la strada in salita che si presenta per risolvere il nodo di Taranto. A spostare l’azienda e convincerla a trattare è stata certamente anche l’azione della magistratura e infatti il governo ha garantito che per avviare la trattativa “inviterà i commissari dell’Ilva ad acconsentire a una breve dilazione dei termini processuali e a un rinvio dell’udienza fissata per il prossimo 27 novembre dinanzi al Tribunale di Milano. Ma ArcelorMittal devemantenere “il normale funzionamento degli impianti” e “garantire la continuità produttiva anche durante la fase negoziale".

E ieri sera una nota di agenzia faceva sapere che “nell’acciaieria ex Ilva di Taranto gli ordinativi dei clienti nella settimana appena conclusa sono soddisfacenti, la produzione è in marcia secondo un normale livello di funzionamento degli impianti e le materie prime sono state ordinate secondo i consueti programmi di approvviggionamento.

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