venerdì 1 novembre 2019

Alda Merini, 10 anni senza la poetessa dei Navigli


da: https://www.lettera43.it/ - di Emilio Fabio Torsello

Le prime poesie da adolescente, gli amori sofferti, l'esperienza del manicomio, la rinascita negli anni Anni 80. Nell'anniversario dalla morte la figlia Emanuela ripercorre la vita di un'icona della poesia italiana.

  
«Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta. / Così Proserpina lieve / vede piovere sulle erbe, / sui grossi frumenti gentili / e piange sempre la sera. / Forse è la sua preghiera».

Alda Merini è nata il 21 marzo del 1931 e se ne è andata esattamente 10 anni fa. E questi 10 anni di silenzio e assenza sono molto simili a quel periodo – tra il 1965 e il 1978 – in cui la poetessa dei Navigli venne rinchiusa in un manicomio e la sua voce sepolta tra le mura di un ospedale psichiatrico. Per molto tempo i critici hanno parlato del «ventennio di silenzio» da parte di Alda Merini, sostenendo che in quegli anni costellati di elettroshock, farmaci e rare uscite dal manicomio, la Merini avesse smesso di scrivere.

Eppure – proprio come Giuseppe Ungaretti nella trincea della Prima Guerra mondiale – così Alda Merini continuò a salvarsi in quell’inferno attraverso la poesia e grazie alla lungimiranza di un medico dell’ospedale psichiatrico che non la considerò mai «matta» (come invece molti all’esterno del manicomio per anni la etichettarono) e cercò di darle strumenti per esprimere quel dissidio e quell’inquietudine interiore che da sempre Alda portava con sé: le mise a disposizione una macchina da scrivere.

LA GIOVINEZZA DI ALDA MERINI E LE PRIME POESIE

Ma andiamo con ordine. L’infanzia di Alda Merini conosce la Seconda Guerra mondiale, il fascismo, i bombardamenti, la caduta del regime di Benito Mussolini. Emanuela Carniti – autrice del libro Alda Merini, mia madre, edito da pochi giorni per i tipi Manni editore, e figlia di prime nozze della poetessa milanese – racconta a Lettera43 che «a cinque anni nonno Nemo regalò a mamma un vocabolario di italiano, e ogni sera le insegnava 10 parole nuove. Così, per gioco, Alda ha imparato a scrivere prima di andare a scuola». A 10 anni», prosegue, «vinse il Premio Giovani Poetesse Italiane, che le fu consegnato dalla regina Maria José e consisteva in un libretto della Cassa di Risparmio di mille lire. Ne era molto orgogliosa, e la regina le sembrò bellissima».

A 15 anni Alda Merini viene assunta come segretaria di uno studio notarile a Milano, in via Verdi, e si fa quasi licenziare perché sorpresa a battere a macchina alcune sue poesie. È il 15 novembre 1947 quando Alda Merini trascrive questi versi, nel chiuso dello studio notarile: «Non avete veduto le farfalle / con che leggera grazia / sfiorano le corolle in primavera? / Con pari leggerezza / limpido aleggia sulle cose tutte / lo sguardo della vergine sorella. / Non avete veduto quand’è notte / le vergognose stelle / avanzare la luce e ritirarla? / Così, timidamente, la parola / varca la soglia / del suo labbro al silenzio costumato. / Non ha forma la veste ch’essa porta, / la luce che ne filtra / ne disperde i contorni. / Il suo bel volto / non si sa ove cominci, / il suo sorriso / ha la potenza di un abbraccio immenso”.

Alda Merini sta descrivendo la Vergine, ha solo 15 anni ma in questa poesia sono presenti già molti degli elementi di quella che sarà poi la sua poetica “adulta”. Dai sentimenti d’amore a quella metafisica personale che negli ultimi anni darà forma e senso a componimenti importanti dedicati a Dio e a San Francesco. La stessa esperienza dell’ospedale psichiatrico viene trasposta nelle poesie de La Terra Santa, dove simboli ed elementi religiosi divengono elementi di un mondo altro, con leggi ignote agli uomini.
LA STORIA D’AMORE CON GIORGIO MANGANELLI
Nella Milano del Dopoguerra, la giovanissima Alda cerca di intrattenere contatti con gli intellettuali dell’epoca. Conosce Giacinto Spagnoletti, un intellettuale della redazione di Democrazia, il settimanale della Dc. A casa di Spagnoletti incontra personaggi come Maria Corti, David Maria Turoldo, Luciano Erba, Mario Luzi – quest’ultimo la definirà «un tipo misterioso» – e soprattutto Giorgio Manganelli.

Manganelli ha 26 anni, è sposato e ha una figlia. Eppure proprio Manganelli – che diventerà una delle più eminenti voci del panorama letterario italiano – instaura una relazione di amore e passione con Alda Merini. I due iniziano a vedersi di nascosto, nel pied-à-terre di Maria Corti. «Ogni sabato pomeriggio», racconta Maria Corti, «lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro la aiutava a raggiungere la coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro». Ma Alda Merini dà già i primi segni di un’inquietudine che porterà con sé tutta la vita. E quel riferimento a «Turro» fatto da Maria Corti riguarda l’ospedale Villa Turro, dove la Merini venne ricoverata una prima volta da giovane.

In quegli anni Spagnoletti scrive a proposito di Alda: «Lo psichiatra che la teneva in cura si è dimostrato scettico sui risultati di un anno e mezzo di psicanalisi ed elettroshock. L’ha dichiarata, a bruciapelo, inguaribile. E allora, vista questa situazione, ho pensato che sarebbe giusto, umanamente, intervenire con quello che ella ha di più suo, cioè con la poesia. Chissà che questo non serva di più che gli elettroshock».

Anche Manganelli – futuro autore di Centuria (edito da Adeplhi), cerca di salvare la Merini. Di lui la Corti racconta: «Durante le visite settimanali che mi faceva la strana coppia, degna di un dramma antico, scopersi la complessità della natura di Manganelli, che affiancava a sublimi raptus intellettuali, una profonda e rara e squisita umanità. Con essa egli cercava di salvare la ragazza, di affidarla in mani sicure, ma la paurosa immensità degli abissi della follia cominciava a dare i suoi segni esteriori. Un giorno egli scomparve in Lambretta verso Roma». Manganelli esce di scena. Alda Merini ha 22 anni. Nel frattempo vengono pubblicate le sue prime poesie, all’interno anche i componimenti per cui rischiò di essere licenziata.

IL MATRIMONIO CON ETTORE CARNITI
Terminata la relazione con Manganelli, Alda sposa Ettore Carniti, un panettiere di Milano, da cui avrà quattro figlie. «Si conobbero nel 1953», spiega Emanuela a Lettera43, «in un cinema. Questo lo sappiamo dai racconti di mamma. Lei era seduta davanti a papà e portava un cappellino alla maschietta. Lui era dietro, ed essendo basso di statura aveva difficoltà a vedere. Credendo di avere a che fare con un ragazzo, le diede uno scappellotto esclamando: “E togliti questo cappello!”. Da quel momento iniziarono a frequentarsi. Nel 1954 si sono sposati nonostante mio nonno non fosse così convinto di questo matrimonio. Sembra che le avesse detto: ‘Alda fai un buco nell’acqua’. E chi conosce mamma sa che non c’è cosa peggiore che dirle di non fare una cosa».

«Papà era un uomo semplice», prosegue Emanuela Carniti, «era rimasto presto orfano da piccolo e cresciuto dalle sorelle. Fin da bambino aveva sofferto molto e per questo anelava ad avere una famiglia. Una famiglia normale. Era un uomo di poche pretese ma con dentro un grande amore da condividere. Era una persona semplice, fu molto affettuoso e lo fu anche con i nipoti. Mamma al contrario aveva una personalità complessa, era sempre inquieta ed era difficile per papà avere con lei la vita domestica che sognava: doveva sostenere la mamma ma non ne era molto capace. Tornato da lavoro si ritrovava a fare le veci di nostra madre nelle vicende domestiche, perché spesso lei proprio non voleva saperne di rassettare casa e fare la casalinga».

«Ricordo», aggiunge Emanuela dopo un momento di silenzio, «che papà era un bravo giocatore di carte, andava a giocare all’osteria sul Naviglio – un’osteria che adesso non esiste più, si chiamava Nigretti – lì gli amici lo chiamavano “il poeta delle carte”»

ALDA MERINI ENTRA IN MANICOMIO
Il ricovero in manicomio per Alda Merini arriva nel 1965. «Papà era andato a un funerale di un parente nella bergamasca», ricorda Emanuela, «doveva rientrare la sera stessa ma non tornò e ci fece contattare da qualcuno a casa. Mamma disse: “Non ha nemmeno telefonato lui”. Iniziò a provare un’ansia molto forte. Passò così l’intera notte. All’epoca non esistevano i cellulari e con il passare delle ore mamma iniziò ad agitarsi sempre di più. La mattina successiva era chiaro a tutti che quando papà fosse tornato, sarebbe successo un putiferio. E così accadde».

Una volta rientrato, Ettore Carniti si trova davanti quella che Emanuela ricorda come «una tempesta»; non sapendo più come arginare la crisi della moglie, il marito chiama un’ambulanza. «Quando arrivarono i barellieri, mandarono noi figlie dalla portinaia. Ma sentivamo la mamma urlare per le scale». Per Alda Merini inizia l’inferno del manicomio. «In manicomio», scrive Alda Merini ne L’altra verità, diario di una diversa, «ero sola; per lungo tempo non parlai, convinta della mia innocenza. Ma poi scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili».

Per quanto fosse un luogo infernale, proprio l’ospedale psichiatrico più di ogni altra esperienza insegna ad Alda Merini la resilienza della parola e la poesia diviene lo strumento per salvarsi. «Papà le chiese diverse volte perdono», racconta Emanuela, «ma mamma per un periodo gli fece comunque scontare quel primo ricovero. Penso che l’esperienza del manicomio, per quanto di grande e profonda sofferenza, le abbia dato quel qualcosa in più proprio nella poesia. Mamma», continua, «era già molto brava a scrivere, ma dopo l’esperienza del manicomio e nonostante il dolore, la sua poesia è diventata quella che oggi leggiamo: un conforto per chi soffre, la speranza di un riscatto, di salvarsi nonostante le esperienza più dure».

Grazie al dottor Enzo Gabrigi, che le mette a disposizione una macchina da scrivere, in manicomio Alda Merini torna a scrivere. Uscirà da quell’inferno solo nel 1978. Pochi anni dopo il marito Ettore muore e per Alda inizia una seconda vita. Conosce il poeta Michele Pierri, un intellettuale tarantino che nella vita aveva esercitato la professione medica. «Con Michele si erano conosciuti diverso tempo prima della morte di papà. Posso dire che morendo papà gli abbia quasi affidato nostra mamma». Michele Pierri è un uomo colto, sa parlare di poesia, riesce a corrispondere le aspettative di Alda Merini: i due parlano di poesia, di letteratura e di vita. Si tengono in contatto grazie a lunghe, lunghissime telefonate – all’epoca molto costose – tant’è che alla morte di Alda Merini le figlie trovarono «una bolletta da 5 milioni di lire da pagare».

QUEL PONTE SUL NAVIGLIO CHE PORTA IL SUO NOME
Per ricordare Alda Merini, la città di Milano le dedicherà un ponte sul Naviglio, il quartiere dove Alda visse da sempre. «Nel 2017 vennero raccolte oltre 13 mila firme», racconta Diana Battagia, direttore artistico dello Spazio Alda Merini, Casa delle artiste, dove è stata ricostruita la stanza di Alda e dove si trova anche il famoso muro di casa Merini su cui la poetessa scriveva appunti, numeri di telefono, poesie, «ma la burocrazia impone che siano trascorsi almeno 10 anni dalla morte di una persona prima di poterle intitolare un luogo».

E il calendario unico delle iniziative in memoria di Alda Merini presenta tavole rotonde, incontri con i traduttori che hanno permesso di far conoscere la poesia di Merini all’estero e una fiaccolata poetica che dallo Spazio Alda Merini arriverà fino al Naviglio. «La scrittura di Alda Merini», spiega Diana Battagia, «oggi è un messaggio di forte reattività per i giovani, insegna la resilienza della parola in un mondo fatto di ambiguità e spesso di contraddizioni. Ma non solo. Oggi», prosegue Battagia, «leggiamo Merini perché è un conforto non buonista ma capace di accogliere il diverso e gli ultimi. Lei ritraeva spesso i personaggi del Naviglio, con una partecipazione emotiva importante e senza mai dare giudizi». E Merini «gli ultimi» li accolse anche nella sua casa. Dopo la morte di Ettore Carniti ospitò clochard, pittori senza il becco di un quattrino e vagabondi, persone che come lei avevano conosciuto l’esclusione dal consesso sociale e la sofferenza.

E proprio a vagabondi, amici, confidenti Alda Merini regalava poesie, appunti, biglietti. Un insieme di carte grazie alle quali ogni tanto qualche editore ancora oggi pubblica l’ennesimo libro di “inediti”. «Lei», spiega Battagia, «regalava tutto a tutti, per cui era facile che qualcuno avesse qualcosa in tasca. Per salvaguardare la memoria di Alda Merini credo adesso sia giusto fermarsi, studiare ciò che già è stato pubblicato e in qualche modo selezionato dalla memoria. Diversamente si darà modo ai detrattori della poesia di Merini – che pure ci sono – di accusarla di essere “la poetessa dei Baci Perugina”, una sciocchezza che a volte capita ancora di ascoltare. In generale», conclude Battagia, «il troppo non persegue il buono: pubblicando di tutto solo per far uscire un libro, si rischia di offuscare il buono che nella produzione di Alda Merini è stato davvero tanto e profondo».

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