domenica 22 agosto 2021

Il Meeting “green” lo paga chi fa affari con trivelle e gas

 


da: Il Fatto Quotidiano – di Stefano Vergine

Rimini - La kermesse di Cl promuove la “sostenibilità”, ma i suoi principali sponsor - da Intesa a Eni - puntano su petrolio e metano

La parola più frequente nei titoli dei convegni è “sostenibilità”. Se si analizzano i nomi dei finanziatori del Meeting di Comunione e liberazione, però, abbondano le società che fanno affari estraendo o finanziano i combustibili fossili, molto poco sostenibili perché responsabili principali del cambiamento climatico.

Partiamo dai “main partners” dell’evento ciellino. Tra i quattro principali sponsor ci sono Intesa Sanpaolo e Generali, grandi finanziatori di progetti legati a carbone, gas e petrolio. La banca guidata da Carlo Messina nel solo 2020 si è esposta nei confronti del settore fossile per 5,4 miliardi di euro (per metà finanziamenti e per l’altra metà investimenti), hanno documentato in uno studio pubblicato nell’aprile scorso le associazioni Greenpeace e ReCommon. A luglio l’istituto di credito ha annunciato che smetterà di concedere prestiti alle aziende che estraggono carbone, ma solo a partire dal 2025. “Sono cose che servono a poco se prima della loro entrata in vigore si concedono finanziamenti a mega-progetti che mettono a repentaglio il clima, l’ambiente e le comunità locali”, hanno commentato le due ong. Il riferimento è a uno dei principali progetti in cui Intesa è coinvolta: l’Arctic LNG-2, che punta a trivellare l’Artico, tra i luoghi più delicati del pianeta.

Giovanni Valentini: La lobby Fiat liquida il glorioso “Espresso” e sega Stampubblica

 


da: Il Fatto Quotidiano

“Alla carta stampata spetta la funzione di recuperare il sentimento del tempo, una memoria del passato che sola permette di dare una visione prospettica del futuro”. (Eugenio Scalfari alla Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università La Sapienza – Roma, 22 aprile 2009)

La smobilitazione annunciata da Gedi, il gruppo editoriale che fa capo alla famiglia Agnelli e a cui appartengono i quotidiani la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX oltre al glorioso settimanale L’Espresso, assomiglia per certi versi a quella ben più precipitosa e drammatica degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Più che un ritiro, anche questa è una fuga.

Nel nostro caso, una fuga dalla carta stampata; dalla libertà d’informazione; da quel pluralismo che va sempre più soffocando sotto l’assalto delle lobby padronali: cioè di quegli editori “impuri” che, tranne rare eccezioni, s’impadroniscono dei giornali per fare affari in altri campi e curare i propri interessi economici, finanziari, imprenditoriali.

A poco più di un anno dalla sua costituzione, e a cinque dall’infausta maxi-fusione che partorì l’ircocervo di “Stampubblica”, ora Gedi intende ridimensionare drasticamente gli organici redazionali e progetta addirittura di vendere L’Espresso, fondato nel 1955 da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari. Una bandiera per diverse generazioni di

sabato 21 agosto 2021

Anche l'occhio vuole la sua parte 😉 : Theo James

 

Sanditon     



Quelli che “coi talebani non si dialoga” ma in realtà lo fa già tutto il mondo. Compreso Draghi col dittatore Erdogan

 


da: https://www.tpi.it/

La feroce polemica contro Giuseppe Conte sulla sua presunta (e in realtà inventata) “apertura ai talebani” è una strepitosa patacca che merita di essere studiata con attenzione. Nel senso che è frutto di una operazione di sapiente ritaglio che ha cambiato radicalmente il senso della frase dell’ex premier, prima stravolgendolo, e poi addirittura ribaltandolo.

Nel giro di 24ore, infatti (accade da due giorni, e non ancora è finita) non c’è testata che non abbia riportato una pioggia di critiche a questa frase, che la abbia sottratta al contesto in cui era detta, e privata di quello che prima e dopo Conte diceva nel discorso. Ed ecco il lavoretto di forbici: “(Occorre) “coltivare – diceva Conte – un serrato dialogo con il nuovo regime in Afghanistan che appare, almeno a parole, su un atteggiamento abbastanza distensivo”. Letta così, senza sapere cosa dicesse Conte nel suo discorso, si potrebbe dire: una frase maldestra. Perché l’aggettivo “distensivo”, riferito ad un regime sanguinario, ovviamente stride.

Ma bastava aggiungere la frase successiva a quella incriminata perché il senso del discorso si ribaltasse completamente: 1) “Dopo – diceva Conte – valuteremo se per esempio, gli accordi di Doha fatto dagli americani nel 2020 sono stati sbagliati nei contenuti e troppo concessivi nei confronti dei talebani”. 2) “Dopo valuteremo se si poteva ottenere di più o no, se si poteva prevedere, come credo possibile, un esito così rapido”. 3) Dopo valuteremo “se si poteva insistere di più con le armi della diplomazia e del sostegno finanziario ed economico”.

Alberto Negri: Da tempo l’Occidente è amico dei peggiori talebani del mondo

 


da: https://ilmanifesto.it/

Afghanistan. I «turbanti neri» sono eredi della nostra storia. E hanno preso il potere negli anni Novanta a Kabul grazie al Pakistan legato a fil doppio ad al Qaeda (governava l’«eroina» Benazir Bhutto). Draghi «chiederà consiglio» nel G20 a Paesi arabi amici come l’Arabia saudita: chiediamo a oscurantisti truculenti di farsi paladini dei diritti delle donne e della libertà di opinione?

Siamo tutti talebani? Nel senso che da tempo l’Occidente è amico dei peggiori talebani del mondo? Pare di sì. Gli Usa, la Nato, l’Italia, vendono armi e lisciano il pelo a monarchie assolute e oscurantiste come l’Arabia Saudita. Mohammed bin Salman tortura e fa a pezzi un giornalista, Renzi si fa pagare da lui e lo definisce un “principe del rinascimento”. In fondo siamo tutti talebani, basta che paghino.

Sarebbe ora che ci dicessimo in faccia la verità: i talebani li abbiamo voluti noi occidentali con i nostri alleati arabi, quelli ricchi beninteso, dei poveracci non sappiamo che farcene.

L’ossessione del comunismo un tempo era tale che gli Usa e l’Occidente avrebbero fatto carte false pur di far fuori Mosca. La jihad in Afghanistan l’abbiamo fomentata e sostenuta negli anni Ottanta per sconfiggere i sovietici. Gli arabi pagavano i mujaheddin, il Pakistan ospitava i gruppi radicali, gli Stati Uniti dirigevano le danze.

ALL’EPOCA Osama bin Laden era un alleato benemerito perché la sua famiglia

Alessandro Di Battista: Chi è interessato davvero al popolo afghano dovrà parlare con i talebani. Il resto è ipocrisia

 

Concordo e sottoscrivo...

 

da: https://www.tpi.it/

 


Anche la prima vittima della guerra in Afghanistan è stata la verità. Una verità che ancora oggi, nonostante i nodi siano tutti venuti al pettine, viene vilipesa, oltraggiata, assassinata. Gli Stati Uniti e i suoi servi sciocchi non hanno bombardato l’Afghanistan (così come l’Iraq, la Libia o la Siria) per eliminare il terrorismo, la shari’a, il burqa o per garantire diritti umani. E chi ancora si beve questa balla è complice dei padroni e padrini del pianeta.

Dal crollo del muro di Berlino in poi – con la conseguente disgregazione dell’Unione sovietica – Washington ha semplicemente giocato a RisiKo muovendo le truppe dove ha ritenuto fosse geo-politicamente conveniente.

I talebani, che piaccia o meno, non avevano nulla a che vedere con l’attentato alle Torri gemelle, così come Saddam Hussein non possedeva armi chimiche, anche perché, nel silenzio (e in parte la compiacenza) dell’Occidente, le aveva già usate per fermare la controffensiva iraniana durante la guerra Iraq-Iran e per sterminare la popolazione curda di Halabja.

mercoledì 18 agosto 2021

Afghanistan, Giuliana Sgrena: L’Urss lasciò i tank gli Stati uniti un futuro nero

 


da: Il Manifesto

La cartina geografica che segna in rosso l’avanzata dei taleban fa venire i brividi. La prospettiva che potessero entrare nel governo già rappresentava un futuro nefasto per il paese. Ma ora c’è di peggio: la presa del potere assoluto da parte dei cosiddetti studenti coranici.

Che non siano cambiati rispetto a più di vent’anni fa lo si vede nelle zone occupate: in quella che era considerata la Svizzera dell’Afghanistan, Bamyan, i teleban sono entrati, promettendo ai locali rispetto se avessero accettato il loro controllo e invece hanno razziato i loro raccolti, soprattutto quelli delle albicocche che insieme all’uva di Kandahar sono prodotti di eccellenza in Afghanistan. Anche se scettica la popolazione non è in grado di opporsi all’avanzata dell’orda islamica, anche perché i soldati sono i primi ad arrendersi.

Vent'anni fa arrivando in Afghanistan, lungo le strade c’erano i carri armati abbandonati dall’Armata rossa in ritirata nel 1989. Avevamo visitato a Kabul anche quella che era la mastodontica ambasciata dell’Unione sovietica, occupata poi da senzatetto. Allora ci aveva sorpreso la speranza suscitata dall’intervento americano tra le donne, non perché credessero alla «liberazione dal burqa» uno degli slogan più ipocriti che hanno accompagnato l’avanzata delle truppe occidentali, ma perché, allora come adesso e purtroppo a ragione, pensavano che non potesse esserci niente di peggio dei taleban. Come dar loro torto avendo visitato Kabul al tempo dei taleban?

Paolo Giordano: Le nostre false promesse di futuro alle ragazze e ai ragazzi afghani

 


da: https://www.corriere.it/

Hanno creduto che avremmo protetto il loro stile di vita. Fin quando non ce ne siamo andati per ragioni ancora più nebulose di quelle che ci avevano portato lì

Sono stato in Afghanistan due volte, nel dicembre 2010 e un anno più tardi, a fine 2011. Nel mezzo del periodo che, a posteriori, è stato il culmine di intensità di questa guerra lunghissima. Una guerra che, qui, abbiamo sempre avvertito lontana, astratta. Raccoglievo materiale per un libro e il dubbio da cui avevo iniziato il processo era proprio quello: l’estraneità che io, come molti altri, avvertivo verso un conflitto che tuttavia si prolungava già da un decennio e del quale, che ci piacesse o no, anche noi italiani eravamo parte, con un contingente allora di quasi 3 mila soldati. Una guerra che era iniziata nel passaggio simbolico della mia maggiore età, combattuta dai miei coetanei, e che non accennava a finire.

Bene, ora è finita davvero e nel più disgraziato dei modi. Ricordo che, parlando con i soldati italiani laggiù, prima nella base di Herat poi in un avamposto angusto e pericoloso in Gulistan, cercavo di indagare quali fossero, secondo loro, le ragioni della nostra presenza. A che cosa servisse quella missione. Non si trattava di una domanda del tutto legittima da rivolgere a dei militari, lo sapevo, eppure continuava ad apparirmi una domanda sensata. Le risposte spaziavano dalle schermaglie più rigide («è il nostro mestiere»), alla retorica

Nichi Vendola: Afghanistan, la fiera della viltà

 


da: https://www.huffingtonpost.it/

Vigliacca fu la guerra per esportare la democrazia, vile la fuga bipartisan dell'Occidente e la resa firmata da Trump e attuata da Biden

In queste ore drammatiche per l’Afghanistan e per il mondo intero penso con rabbia alla retorica con cui vengono sempre confezionate le guerre. E alle menzogne di Stato con cui si occultano gli interessi indecenti che sono dietro le quinte di ogni guerra. E penso con ancora più rabbia al conformismo e al clima emergenziale che, in tempo di guerra, mettono il bavaglio alla democrazia. Chi criticava la guerra in Afghanistan e poi in Iraq veniva additato come disfattista, anti-patriottico o persino complice dei terroristi. Gino Strada era un utopista esagitato: e oggi, da morto, va considerato come un santo ma non letto con le lenti della politica (povero Gino, spogliato del senso delle sue parole e delle sue azioni e collocato su una nuvola, con una aureola in testa!). E noi della sinistra radicale eravamo grilli parlanti da schiacciare col martello del pensiero unico della guerra umanitaria e democratica.

Quando vedo le immagini devastanti della folla in fuga da Kabul o dell’assalto all’aeroporto penso a una parola che uso raramente: viltà. Vigliacca fu la guerra con cui dicevamo di “esportare democrazia” mentre esportavamo artiglieria pesante e supponenza coloniale. In cambio abbiamo importato, in tutto l’Occidente, l’artigianato del terrore e abbiamo dato argomenti all’islamismo imbottito di tritolo. Vile fu cercare i nemici

Gino Strada, Moni Ovada: "non so chi siano i 36 Giusti, ma so che lui è uno di loro"

 


Tratto dal Manifesto

"Una tradizione khassidica afferma che il mondo si sostiene su 36 giusti, si chiamano lamedvavnik, dalle lettere ebraiche lamed e vav che formano insieme il numero trentasei. Non si sa chi siano, a quale ceto appartengano, se siano semplici o con una alta formazione culturale, ma hanno una caratteristica comune. Sanno che la relazione sociale e umana muovono a partire dall’altro da sé, che il riconoscimento e l’accoglimento dell’alterità è valore primo. Il giusto è un essere umano che è pronto a rischiare la propria vita per la salvezza di un suo simile, in questo senso Gino Strada era un giusto nel significato più radicale del termine.

L’altro esprime il livello più intimo della sua essenza e del suo senso quando è oppresso, perseguitato, diseredato, sfruttato, ferito, mutilato."