sabato 25 maggio 2019

Luigi Ciotti e Vittorio V.Alberti: Per un Nuovo Umanesimo / 7


Democrazia e bene comune 
Politica, Chiesa, Eresia 
di Luigi Ciotti  
  
Oggi chi è l’elettore? La democrazia sta procedendo a sondaggi, alcuni pilotati, senza alcuna idea e disegno, lasciando che sia il consenso di volta in volta a decidere la direzione. Questa è la morte della politica, il via libera ai veri spacciatori di illusioni, quelli esperti di slogan e semplificazione. In queste fessure si insinuano mafie, corruzione, furberie, illegalità.
I social network sono strumenti formidabili di consenso e dunque di potere, strumenti su cui si sono lanciati i politici più scaltri con l’intenzione di creare un rapporto diretto, disinvolto e fintamente paritario con l’elettore, ma gli elettori con questa metodologia e con questo uso di questo strumento vengono ridotti al rango di seguaci, di fan e tifosi. Dobbiamo stare attenti a questa modalità che va a scavalcare i tempi e i modi della democrazia.

[…] Viviamo una crisi di corresponsabilità. Il noi si è sfilacciato, è diventato a volte un artificio retorico, una maschera di potere e di interessi privati.
La corruzione, il furto del bene comune, la privatizzazione degli spazi pubblici, hanno profondamente inciso sull’anima della città, che oggi è un’anima ferita, smarrita, disorientata. La cultura dell’individualismo - le relazioni solo esclusive e opportunistiche - è la prima responsabile di una crisi che è economica negli effetti, ma etica e culturale nelle cause.
E la politica? Essa nasce per governare le città, per garantire la giustizia sociale e la pacifica convivenza. Nasce cioè dall’etica. Politica è etica della comunità, servizio per il bene comune. Da tempo, però, assistiamo  a un divorzio tra politica ed etica. La politica non serve il bene comune, ma le logiche dell’economia finanziaria. Si è snaturata, ha tradito la sua essenza. Nell’enciclica Laudato sì, papa Francesco denuncia questo tradimento: «La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possono accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica». Gli effetti del divorzio si vedono a livello globale: crescita delle disuguaglianze, aumento della povertà e della disoccupazione. Ma si vedono anche a livello nazionale, locale e cittadino.
In molte città è precipitata la qualità dei servizi, si sono formate nuove sacche di povertà ed emarginazione. Si sta delineando un mondo a doppia corsia. Da una parte quello dei privilegiati, dall’altra quello dei poveri, degli immigrati, dei profughi. Una spietata logica selettiva che richiama quella descritta da Primo Levi nei Sommersi e i salvati.
Inoltre, i beni comuni non possono obbedire alla logica del «mercato». La salute, l’istruzione, la casa, il lavoro sono l’ossatura di una comunità, la sua fonte di vita. Questi beni sono vita, e la vita non è una merce in vendita. L’economia senza etica finisce per divorare se stessa.
Anche noi siamo implicati in questo furto di speranza. Non basta puntare il dito perché la politica è anche il frutto delle nostre scelte, lo specchio dei nostri atteggiamenti. Non basta nemmeno la solidarietà, la quale rischia di diventare complice se interviene senza denunciare le cause politiche della povertà, la quale non è mai una fatalità.
Quale speranza in questo contesto? La speranza parte dalle periferie. E’ l’orizzonte indicato da Francesco sin dal primo giorno di pontificato. Le periferie geografiche ma anche esistenziali. Il papa ci dice che non solo la Chiesa, la comunità cristiana, ma tutto il mondo laico costruisce il futuro uscendo dai confini, dalle certezze, dagli egoismi, facendosi viandante di speranza per le persone escluse, respinte, emarginate, umiliate.
E saranno i poveri a fornirci le coordinate del nostro futuro. Saranno loro l’anima di nuove e autentiche «Città del noi», il noi che implica il bene comune.

[..] Il bene comune si costruisce a partire dai rapporti umani, dalla capacità di ascoltare, di accogliere le parole dell’altro, le sue speranze, le sue paure, i suoi bisogni. Dalla capacità di mettersi nei suoi panni. Il bene comune resta una nozione astratta se non parte dal bene concreto di chi ci è accanto. Se manca questa formazione di base, l’azione sociale e politica restano sterili, non producono bene comune, o peggio, lo distruggono o lo rubano.
La crisi che stiamo attraversando ha la sua causa principale nella povertà di relazioni, nella perdita di legame sociale. In una società frantumata l’idea di bene comune viene soffocata sul nascere dagli egoismi e dagli individualismi.  

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