venerdì 3 maggio 2019

La banalità del male di Manduria riguarda tutti noi



Da dove viene l'orrore del povero pensionato torturato e ucciso da un branco di aguzzini, molti dei quali minorenni? E quali connessioni ha con altri recenti fatti di cronaca nera, dal pestaggio dei figli allo stupro di gruppo? La verità è che la violenza è stata sdoganata nell'immaginario collettivo con le stesse modalità della pornografia
di Alberto Pellai

In Manduria un pensionato ultrasessantenne viene rinvenuto morto nella propria abitazione. O forse dovremmo dire prigione. Perché quella casa per lui era diventata una gabbia. Una trappola. Una stanza delle torture. Da anni, l’anziano signore, affetto da problemi psichici, era il bersaglio preferito di una banda di giovanissimi che passavano il tempo minacciandolo, picchiandolo, torturandolo, ricattandolo, rubandogli denaro. Era così spaventato da non uscire più di casa per la paura di incontrare chi gli aveva devastato una vita, già vulnerabile in sé, senza alcun freno inibitorio, senza nessuna compassione. Con prepotenza e aggressività.

Ci sono 14 indagati per questa morte, 12 dei quali sono ancora minorenni. Sono ragazzi che, almeno in parte, vanno ancora a scuola, che passano il loro tempo commettendo azioni di bullismo per riempire di vuoto, il vuoto che hanno dentro la loro vita e dentro il loro cuore. I video delle angherie e delle sopraffazioni sono diventate oggetto di scambio nei social. Viaggiavano di cellulare in cellulare. Come se fossero barzellette utili per suscitare qualche risata fra amici. Ma intanto per quell’uomo, quelle presunte barzellette hanno agito come e peggio di un pugnale. E lui ne è rimasto ucciso.


Ora nel paese in cui si è verificato questo fatto efferato, molti si stanno domandando come è stato possibile arrivare a tanto. Da anni la cosa andava avanti. Apparentemente nessuno sapeva nulla, se non i diretti interessati. Ma alcune persone della comunità, tra cui un educatore del locale oratorio, dichiarano di avere più volte denunciato la cosa, di aver convocato i genitori, di aver mosso le forze dell’ordine. Tutti guardavano. Ma nessuno ufficialmente sapeva. E nessuno ha sentito il bisogno di farsi carico della tutela fisica, morale, sociale ed emotiva di un uomo, debole fra i più deboli. La vittima perfetta per un branco di prepotenti, che hanno l’età dei nostri figli, degli studenti che affollano le nostre classi.

Che cosa sta succedendo ai nostri figli? E più in generale che cosa sta succedendo alla nostra società? Una violenza bestiale e senza senso sembra essersi impossessata in modo pervasivo e – ahimè – apparentemente inconsapevole dei nostri spazi di vita, delle nostre relazioni più intime. Solo la settimana scorsa abbiamo avuto la notizia tremenda di due piccolissimi uccisi dai loro stessi genitori, ovvero da chi di quelle giovani vite doveva prendersi cura, proteggendole come se fossero la cosa più importante di tutte. Ma sempre negli stessi giorni, se andate a cercare nelle notizie di cronaca locale, c’era anche la notizia di natura opposta: ovvero due giovani figli che avevano ucciso il proprio padre. E ora questa storia di orrore ambientata in Manduria. Nello stesso giorno in cui le cronache nazionali si sono occupate di un caso di violenza sessuale agito da due militanti politici di estrema destra su una loro compagna di partito.

Ogni giorno nelle scuole italiane, molti docenti e dirigenti si devono occupare di casi di cyberbullismo in cui qualche minore viene deriso, umiliato, picchiato e le immagini di tali violenza circolano negli schermi dei nostri figli, fino a quando qualcuno – ma non sempre succede – le intercetta.

La violenza è stata sdoganata nell’immaginario collettivo con la stessa modalità con cui la pornografia ha reso la sessualità un semplice esercizio di corpi al servizio dell’eccitazione, svuotato di qualsiasi connotato intimo, emotivo, relazionale.  Al pari della pornografia, la violenza entra nelle nostre vite come uno spettacolo senza senso, usato per intrattenere e divertire, come se fosse una cosa da niente. Se un adulto con alte funzioni rappresentative imbraccia un mitra come se fosse un giocattolo per farsi un selfie ad alto impatto “social” e un ragazzo preadolescente passa ore della sua giornata a uccidere dentro ad un videogioco per fare punti, il rischio della banalità del male di cui bene ha parlato Hannah Arendt comincia a diffondersi come un virus capace di infettare ogni ambiente che non si dota di alcuna immunizzazione attiva e diretta nei confronti di questi che diventano progressivamente “modi di essere”, attitudini e stili di pensiero e che si diffondono sempre più in quella che Baumann ha giustamente definito “la società liquida”.

Se nessuno si occupa di promuovere riflessioni sul valore della vita, sull’importanza della compassione, sul ruolo che l’empatia e l’attenzione cooperativa e solidale nei confronti di chi ci vive a fianco, ma anche di chi vive a migliaia di chilometri di distanza, tutti noi rischiamo di diventare un branco di disperati senza senso che non sa dare valore alla propria vita. Né a quella degli altri. E che quindi permette che si creino le condizioni perché gesti sempre più efferati diventino sempre più quotidiani.

Auspico che sempre più famiglie e sempre più scuole si fermino con i loro figli e studenti a riflettere sui “fondamentali” che reggono la vita delle persone. Di tutte le persone. Perché non esistono persone di serie A e persone di serie B. Auspico che gli adulti si interroghino sulla pervasiva presenza della violenza nella vita dei giovanissimi (e non solo): una violenza apparentemente “innocente” perché presente nel virtuale, nei videogiochi, nei programmi televisivi e radiofonici più seguiti dai minori, ma in realtà capace di forgiare e modellare un’attitudine mentale che normalizza gesti brutali, senza più permettere di riuscire a fare distinzione tra reale e virtuale, tra immaginato e agito.

Ed auspico a questa classe politica che ci governa e che si fregia del merito di aver introdotto di nuovo l’educazione civica a scuola, di riflettere sul senso profondo del proprio ruolo, del proprio esempio, della propria missione di servizio. La prima educazione civica che serve ai nostri figli è l’educazione del cuore, è la capacità di guardare in modo empatico all’altro e ai suoi bisogni. La prima educazione civica che serva ai nostri figli è basata sul concetto di solidarietà, accoglienza, attenzione ai bisogni dell’altro, responsabilità. Tutti elementi che nell’omicidio della Manduria risultano totalmente assenti, vacanti, latitanti.

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