mercoledì 4 ottobre 2017

Antonio Manzini: 7-7-2007 / 2



RUE PIAVE

UN DELITTO ANCORA IRRISOLTO

Non si parla più dell’omicidio di rue Piave che più di un mese fa ha visto la vittima Adele Talamonti crivellata da sei colpi mentre era ospite, a quanto riportato dal portavoce della procura, in casa del vicequestore Rocco Schiavone. Chi è penetrato in quell’appartamento per uccidere la povera Adele? Era proprio lei il bersaglio o le pallottole erano destinate al vicequestore? Ormai siamo gli unici a farci ancora domande. È nostro dovere ricordare ai lettori che alcuni fatti apparentemente inspiegabili hanno magari una risposta semplice ma scomoda. Come quella per esempio di non gettare fango su un dirigente della polizia che da dieci mesi lavora nella questura di Aosta e che sembra il protégé del questore Andrea Costa. Noi invece ricordiamo che la notte del 13 maggio Adele Talamonti è stata brutalmente assassinata e che da allora, nonostante le tante promesse, di quell’omicidio non si conoscono i mandanti e tanto meno gli esecutori. Una sola cosa è accaduta: Rocco Schiavone ha cambiato casa. Evidentemente non riesce a convivere con le sue responsabilità. Ci auguriamo che la questura o il dottor Baldi diano presto al giornale e ai cittadini una risposta concreta.
SANDRA BUCCELLATO

Accartocciò il quotidiano e lo lanciò nel cestino dei rifiuti. Doveva chiudere la bocca una volta e per sempre a Sandra Buccellato, la giornalista, ex moglie di Costa, responsabile dell’odio che il questore aveva per i giornalisti grazie a una sua fuga con un cronista de «La Stampa». Doveva incontrarla, minacciarla, picchiarla. Come si permetteva? La frase nell’articolo: «... Evidentemente non riesce a convivere con le sue responsabilità...» più di ogni altra gli aveva scosso i nervi. Lui con le sue responsabilità ci conviveva dal 7 luglio 2007, che ne sapeva Sandra Buccellato? Ma non c’era niente da doverle spiegare, bisognava solo fare un salto in redazione e ridurla al silenzio.
Il caffè sapeva di terra e le brioche di burro fuso.
«Che ha dottore?» chiese Ettore. Nel bar c’erano già una decina di persone che facevano colazione. Rocco scosse la testa. «Ettore, stamattina non è giornata».
«Già sveglio? C’è qualcosa che bolle in pentola?».
«No, niente. Tu conosci Sandra Buccellato?».
Ettore sorrise. «Se la conosco? Viene al bar almeno tre volte al giorno. La redazione è qui di fronte».
«E me la puoi descrivere?».
«No. Perché io i giornali li leggo, lei la conosco, e so che vuole un identikit per individuarla e farle qualcosa di molto sgradevole».
«Ettore, io le donne non le tocco».
«Ah no? Allora parliamo di Nora Tardioli, che le ha versato, proprio qui fuori, uno Spritz sulla giacca. O di Anna Cherubini, che al solo sentire il suo nome diventa pallida e le vengono delle chiazze rosse sul collo...».
Rocco guardò il barista negli occhi. «Certo che i cazzi tua...».
«Mai dottore, mai! Ho un bar...» disse a giustificazione del suo comportamento. Si voltò e tornò al bancone. Rocco finì il caffè. Fece per uscire, poi si fermò sull’uscio. «E allora, visto che sai tutto» gridò. Tre persone si voltarono a guardarlo. «Sai anche di che razza è il mio cane?».
«Saint-Rhémy-en-Ardennes, dottor Schiavone. Come non conoscere quella razza?».
Scoppiarono a ridere. Ettore gli piaceva sempre di più. «Le dica che la sto cercando!».
«Riferirò».
Doveva esserci uno sciopero fra gli addetti alle pulizie dell’ufficio perché nessuno sembrava aver messo piede nella stanza. Il disordine della sera prima era ancora lì, neanche la sua scrivania fosse la scena di un crimine che deve restare intonsa fino all’arrivo della scientifica. Chiuse la porta, aprì il cassetto. La scatoletta di legno intarsiato era vuota. Un pugno allo stomaco. Un ostacolo insormontabile. Quella che stava per fumare era l’ultima canna. La preparò con attenzione maniacale. L’accese. E se la gustò in santa pace guardando il cielo fuori dalla finestra aspettando che i neuroni intasati dalla notte insonne riprendessero a funzionare.
Il telefono squillò alla terza boccata. «Schiavone...».
«Costa».
«Stavo per salire da lei, dottore...».
«Bene. E lasci il cane nella stanza. L’ultima volta mi ha mangiato una zampa della sedia». Rocco mise giù il telefono. Guardò Lupa che se ne stava accucciata sul divano a dormire. Raccolse da terra la pallina da tennis che le aveva comprato e gliela mise vicino al muso. Aprì la finestra e uscì dalla stanza.
Costa era piazzato al centro della scrivania e Baldi seduto su una delle due poltrone di pelle chiara. Il giudice scrutò fisso Rocco, a malapena gli strinse la mano, mormorando a mezzavoce un «Salve...» carico di risentimento. Anche Costa era nervoso e, al contrario di Baldi, sparò il saluto a tutto volume, come era solito fare: «Buongiorno dottor Schiavone, prego si segga!» e indicò la poltroncina libera, proprio accanto al giudice. «Bene bene bene...». E il questore intrecciò le mani poggiandole sul tavolo, poi andò subito al punto. «Parliamo del caso di rue Piave. A quanto mi dice il dottor Baldi, lei è a conoscenza dell’omicida e del movente, ma non vuol dividere le informazioni con noi. È vero o è solo una speculazione del magistrato?».
Rocco guardò Baldi e gli sorrise. «Sapete tutto. Quindi perché girarci intorno?».
«Lei è un rappresentante delle istituzioni» intervenne Baldi, «e dovrebbe agire come tale. Io le ripeto: sappiamo che lei va spesso a Roma, sappiamo con chi si incontra, chi frequenta...».
«E sapete anche il nome dell’omicida, Enzo Baiocchi».
A quel nome Costa e Baldi si guardarono. «Chi è Enzo Baiocchi e perché la vuole morto?».
Rocco stirò il collo, dolorante ancora dalla notte passata in bianco. «Sapete tante cose di me, perché questa non la sapete?».
«Lei è un uomo irritante e non si rende conto, Schiavone, che io e Baldi stiamo provando ad aiutarla. Questo lei lo capisce? La stiamo proteggendo!».
«Proteggendo da cosa?».
«Ha tanti nemici, e mica solo fra i delinquenti. No, ne ha tanti pure al Viminale. L’hanno mandata qui, ma le sarebbe potuto andare molto peggio».
«Sicuro?».
«La pianti con la sua ironia del cazzo!» gridò Baldi. «Lei rischia il deferimento, e molto peggio».
Schiavone allargò le braccia. «Tipo? Essere cacciato dalla polizia? Mandato in qualche posto sperduto sull’Aspromonte?».
«No, amico caro» e Costa sfoderò un sorriso di convenienza. «Lei rischia una seria indagine sui suoi conti, sui suoi acquisti, le sue proprietà, le sue amicizie. Essere cacciato dalla polizia, mi creda, sarebbe un regalo in confronto a quello che le potrebbero fare». Costa si alzò in piedi. Fece due passi verso la finestra. Strinse le mani dietro la schiena e tirò un respiro. «E non avrà alleati, Schiavone. Né in me né nella procura. Per lei inizierebbe un calvario infinito, e le giuro che ce la metteremo tutta per arrivare fino in fondo. Allora» si girò di scatto verso Rocco, «ci racconta qualcosa o chiudiamo qui la riunione?».
Rocco si passò le mani sul viso. Guardò i due inquisitori. «Tre cose: tempo...».
«E quello ne abbiamo quanto ne vuole» disse Baldi.
«Caffè...».
«Faccio portare... la terza cosa?».
«Voglio qui il mio cane».
Costa alzò il telefono. «Rispoli? Porti su il cane di Schiavone. E dica di non passarmi telefonate per tutto il giorno. Giacché ci si trova, ci faccia portare acqua e caffè». Chiuse la comunicazione. Si sedette. «Bene. Siamo tutt’orecchi».
«Prima di cominciare...».
«Ancora?» fece spazientito Baldi.
«Posso sapere tutte queste notizie su di me come le avete avute?».
Baldi e Costa sorrisero. «Lei ha i suoi canali, noi i nostri».
Rocco prese una sigaretta dal pacchetto e la mise in bocca. «È permesso?».
«Questo è un caso eccezionale. Ma è la prima e l’ultima volta nel mio ufficio». Gli accese la sigaretta con un Dupont da scrivania. Rocco fece il primo tiro, sputò il fumo verso il soffitto, poi attaccò: «Allora, facciamo come quando si legge un libro. Io racconto il 70 per cento, il resto lo mettete voi con un po’ di fantasia. Ne avete da vendere, no?».
Baldi e Costa non risposero e Rocco cominciò.

Nessun commento:

Posta un commento