lunedì 27 febbraio 2017

Eutanasia o no: perchè non ho certezze...



Ho scritto questo post nel lontano 22 gennaio 2009, nel momento in cui imperversava il “dibattito” dei Sacconi, dei Quagliarello e del cardinale Poletto sulla morte di Eluana Englaro, sulla decisione del padre di staccare la spina.
Sono passati 8 anni. Nulla è cambiato dal punto di vista legislativo, e non solo, in Italia.
Io la penso come allora. Non ho certezze. Ho le stesse domande di allora. La risposta a certe domande è il presupposto per scrivere una legge sensata in uno Stato laico in cui convivono credenti e non credenti.

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Inizierò con domande che per la Chiesa, Sacconi e altri risulteranno banali e inutili. E’ che non sono dotata come loro, per quanto, ritengo che Dio - nel quale credo - mi abbia dato il dono dell’intelligenza.

Una persona subisce un evento traumatico per effetto del quale viene ricoverato in ospedale in condizioni cosiddette gravi. Ed entra in coma.
I medici non sanno valutare o non si esprimono in merito a quando il malato potrà uscire dallo stato di incoscienza. Ovviamente, non essendo autonomo nè fisicamente nè cerebralmente, viene sottoposto a cure adeguate e alimentato forzatamente per vivere.

Credo che conveniamo tutti sul fatto che vogliamo e ci aspettiamo per il paziente cure appropriate che comprendono anche un sostitutivo dell’alimentazione. Non ci aspettiamo certo che i medici stacchino la spina. Tanto meno per liberare un posto letto.

Non sono un medico. Quindi mi chiedo. Lo stato di coma non provocato farmacologicamente, ma dovuto appunto ad un evento che ha danneggiato il fisico e il cervello di una persona, può essere di entità e sviluppi diversi? E’ in grado la medicina di stabilire se il paziente può risvegliarsi dal coma: come e quando?


Poniamo di essere in presenza di una persona in coma, con danni cerebrali, per la quale non è possibile prevedere se e quando potrà riprendere una vita autonoma. Ci sono pazienti che stanno in coma per anni e ad un certo punto si risvegliano. Domanda. La medicina sa spiegare perchè. Mi spiego. Se si verifica l’evento “a” e “b” ci può essere il risveglio, se si verifica l’evento “c”, no.
Se è possibile stabilire - non con certezza - ma con un fondamento dettato da conoscenza ed esperienza in quali casi è possibile che il paziente riprenda vita autonoma la questione è semplice. Anzi, forse non c’è questione. Non si dovrebbe trattare di accanimento terapeutico, ma, di cure adeguate per mettere in condizione il paziente di tornare a miglior vita.
Se, viceversa, non è ragionevolmente pensabile di definire a priori o nel corso delle cure se e quando il paziente tornerà a vivere autonomamente (seppure con le conseguenze e gli strascichi lasciati dall’evento traumatico) la questione si apre.

Siamo nel caso in cui, i medici hanno predisposto cure per restituire alla salute fisica e psichica il paziente e conseguentemente, poichè il malato non era in grado di alimentarsi autonomamente, hanno disposto l’alimentazione forzata. Il tempo passa, il paziente continua nello stato di coma. Si può definire la sua condizione stato vegetativo? Si o no? Quando scientificamente si può definire uno stato come vegetativo?

Vorrei capire a questo punto cosa sia quel comportamento che alcuni sostengono essere praticato per il quale, in presenza di alcune condizioni, si sospende l’alimentazione forzata o non so che altro e nel silenzio, nell’ignoranza dell’opinione pubblica, il paziente passa a tutti gli effetti a miglior vita. Vorrei sapere se ciò che una parte del popolo mormora succeda talvolta in qualche ospedale  abbia un fondamento di verità.
Se vi sono casi umani come quelli di Welby o di Eluana Englaro nel quale “qualcuno” “alcuni” provvedono nel silenzio, di che si tratta?E’ eutanasia?

Veniamo al caso in cui il tempo passa e la persona vive, nel senso che il suo cuore batte, che altri organi lavorano più o meno compiutamente e correttamente ma la testa non riprenda appieno le sue funzioni. Il mantenimento in vita è dovuto ad una macchina e/o ad una alimentazione forzata.
Se abbiamo umanamente e sensatamente deciso che vogliamo che i medici pongono in essere tutte le cure adeguate perchè il paziente potrebbe risvegliarsi e quindi, non ci aspettiamo che stacchino la spina, se l’attesa si protrae, se passano i mesi e nulla muta nella condizione del paziente, le condizioni che hanno consentito di mantenere le funzioni che servono per stare in vita, cioè per avere un battito cardiaco sono da considerarsi lecite, morali, dovute o accanimento terapeutico. Staccare una spina, togliere l’alimentazione forzata è eutanasia o no in questi casi?

C’’è poi il caso di chi ha subito un evento traumatico per effetto del quale non è incosciente ma il suo fisico è collegato ad una macchina, tolta la quale il battito cardiaco cesserebbe. La persona in questa condizione non ha vita propria autonoma e si considera un vegetale. Staccare la macchina tramite la quale vengono mantenute le funzioni essenziali perchè non si passi a migliore vita cos’è. E’ eutanasia?

Dopo queste banali domande alle quali il cardinale Poletto e molti altri che si definiscono - come me - cattolici credenti, hanno già le risposte, aggiungo per onestà quanto segue.

Viviamo. Nel senso che abbiamo facoltà fisiche e psichiche che ci fanno sentire vivi. Nel momento in cui questo equilibrio si dovesse spezzare per noi o per una persona che amiamo il dolore ci porta immediatamente a pensare: non voglio vivere così, non voglio che viva così. Questa non è vita.
La fede può venire in aiuto e farci accettare qualcosa che razionalmente respingiamo. Ma non tutti hanno fede. Non si può obbligare nessuno ad avere fede. E, comunque, anche chi crede può attraversare momenti di crisi profonda. Di dubbi e di domande. Può trovare risposte. Può allontanarsi dalla fede.

Laicamente e ragionevolmente parlando e riconoscendo un valore alla parola collettiva morale, non è pensabile che in uno Stato ognuno decida - seppure spinto da amore - quando deve porre fine alla vita. Certo. Nessuno può impedire il suicidio. Se seguissimo il “sentire” il “volere” dell’uno o dell’altro (e con quale criterio, perchè uno e non perchè l’altro) superata la soglia di tolleranza e attesa di questo, si deciderebbe per sè ma anche per altri.
E’ ovvio - la storia insegna - che il decidere la fine della persona non è sempre affare di cuore. Anzi, quasi mai.
Nel corso dei secoli, si sono succeduti modelli politici sociali diversi. Ciò che un tempo era norma è diventato illecito in altri momenti e viceversa. Si gettavano i bambini nati con malformazioni dalla rupe Tarpea. Oggi si mostrano in televisione per farsi quattro risate. Come scriveva Brecht: prima di tutti vennero a prendere gli zingari, poi vennero a prendere gli ebrei....La diversità rispetto al modello è stata perseguitata ed eliminata. Persone che non sono in grado di vivere autonomamente possono essere ritenuto un peso, un costo. Da evitare. Da eliminare.
L’eutanasia può essere un modo per eliminare pesi sociali. Come l’aborto.

Capisco - e non può essere diversamente perchè sono umana - che ciò che molti sentono è la sofferenza per l’amore che provano. Che non vi è intento di abuso e di manipolazione nel chiedere di porre fine ad una certa condizione di vita. Ma il vivere insieme in un paese comporta - laicamente - che lo Stato pensi alla vita delle persone, non che ne disponga la morte secondo un modello politico sociale di convenienza. Non è pensabile che si lasci ad ogni singola emozione - seppure rispettabilissima e comprensibile - una decisione che ha riflessi collettivi. Uno Stato deve mettere in condizioni di vivere, deve garantire il rispetto della dignità umana. Deve porre in essere le condizioni di massima assistenza ai malati e alle loro famiglie. E deve legiferare per rispondere alle esigenze, alle attese di chi vive un dramma umano che bandisce certezze presunte.

Si facciano leggi. Ma non potranno essere dignitose, ragionevoli e accettabili dalle diverse concezioni personali se non ci poniamo alcune domande e se non siamo attraversati anche da qualche dubbio.
Coloro che non hanno dubbi, che non si pongono domande, sono morti dentro anche se hanno una vita autonoma a tutti gli effetti.
A loro non delego la decisione su cosa sia o no eutanasia. Capito Poletto?

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