sabato 17 marzo 2018

La vecchia Corrida e le generazioni della domenica



Ho appreso per puro caso, leggendo le scritte scorrevoli sotto un programma, che dopo molti anni la Rai si appresta a riproporre una nuova serie della Corrida e, sebbene sia stato un programma che ho sempre odiato, anche prima che si ibridasse con la volgarità del televisivo berlusconiano, sono rimasto piacevolmente colpito da questo ritorno che potrebbe anche suonare come un piccolo, minimo segno di rinsavimento. Rivedere finalmente allo sbaraglio dilettanti che orgogliosamente si dichiarano tali al posto di presuntuosi  e sedicenti talenti creati in studio con tutta la tecnologia disponibile per fare scena è una consolazione perché ammette il dilettantismo e non lo spaccia per capacità o creatività come per gli spettacoli di questo tipo. In realtà la trasmissione nata mezzo secolo fa in radio da un’idea che Corrado Mantoni aveva in qualche modo rubato a Cesare Zavattini, ha portato alla ribalta molta più capacità ed estro di non quanto non ne abbiano diffuso i talent standardizzati e omologati al basso che servono solo a fungere da carne da cannone per uno squallido universo marchettaro che va dalle discoteche alle cucine: dopotutto dalla vecchia Corrida sono usciti fuori personaggi come Neri Marcorè, Gigi Sabani o Emanuela Aureli.

Naturalmente non è di palinsesti che voglio parlare, ma dei sintomi che essi esprimono e della pandemia neoliberista di cui soffre il Paese. Scuole  sempre peggiori e sempre più orientate non alla cultura personale, ma all’addestramento a un lavoro privo di diritti, l’aspirazione unica al denaro e
all’apparenza, il culto della fisicità più idiota come ubi consistam,  l’insaziabile consumismo di eventi e personaggi da un minuto, assenza di prospettive, hanno creato non solo in Italia, ma in tutto l’occidente una società di dilettanti da usare e buttare, riconquistare con l’ultimo giocattolo, sedurre con i lustrini della comunicazione di massa, con qualche momento di vita in cambio dell’atarassia sociale. Solo pochissimi sono consapevoli che occorre molta fatica per acquisire la capacità di dire qualcosa di nuovo, di intelligente e di originale in qualsiasi campo e ancor meno sono quelli che sono disposti ad affrontare un iter così difficile anche avendone le possibilità. Abbiamo generazioni della domenica che fanno dell’approssimazione e del dilettantismo ontologico, del resto teorizzato dai salmi della flessibilità e della precarietà, una religione obbligata nel momento in cui si accorgono che le promesse nelle quali sono stati allevati non erano che illusioni. E in cambio sempre più adolescenti della upper class pretendono di fare l’operazione contro la miopia, perché si sa portare gli occhiali potrebbe non sbalzarli nell’empireo dell’immagine.

Così si spera in qualcosa di numinoso che dalla polvere porti agli altari e nel frattempo si nascondono le piaghe con molte diverse strategie: quella di negare l’angoscia e il contesto che la provoca dicendosi felici così, la miserabile astuzia di travestire sotto altisonanti cartigli anglofili la modestia delle posizioni e delle responsabilità, la rincorsa a miracolosi quanti inutili master forniti dal Cepu globale, che ha trasformato alcune università in vere e proprie Lourdes della pseudo cultura, il vagheggiare la famosa emigrazione all’estero che poi regolarmente si arena nei pub o nei casi in cui si hanno le spalle ben coperte si trasforma con ridicola tracotanza l’incompetenza in una risorsa. Si tratta di salvagenti per la sopravvivenza interiore visto che da molti anni sono state rimosse chirurgicamente le prospettive di cambiamento e lotta sociale, che la cultura si è infantilizzata in modo spaventoso, il gusto si e ridotto a tendenza del momento o ad eccentricità, che non vi sono più insomma gli strumenti per affrontare e risolvere la  disforia tra l’identità che viene imposta alle classi popolari dall’esterno e la possibilità per queste ultime di permettersela se non metaforicamente. Dunque occorre continuare a sognare senza svegliarsi e sedarsi con i gadget che permettano di sembra diversi da ciò che si è e cercare di di vivere al di sopra dei propri mezzi, delle proprie competenze e anche dei propri talenti, se proprio vogliamo agganciarci a quei “ceti aspirazionali” che bazzicano in varia forma nel mondo della cultura, che consumano messaggi e ambiguità nell’illusione di essere elite.

Per quello mi piace che qualcuno finalmente dica e proclami di essere un dilettante e non un talento straordinario: é come un bagno termale in una realtà che ancora dopotutto esiste.

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