giovedì 19 febbraio 2015

Cosa ci fa l’ISIS in Libia?




da: Il Post 


Negli ultimi giorni la stampa italiana ha scritto molto – e con toni a volte sensazionalistici – sulla presenza dello Stato Islamico (o ISIS) in Libia e dei pericoli che la sua espansione potrebbe creare per la sicurezza dell’Italia. Nelle ultime ore è anche circolata molto la notizia secondo cui l’ISIS è arrivato in Libia per poter raggiungere più facilmente le coste italiane e compiere attentati nei paesi dell’Europa meridionale. Le cose non stanno proprio così: diversi analisti credono che la minaccia dell’ISIS non vada sottovalutata ma nemmeno sopravvalutata. Al momento l’ISIS controlla piccole parti del territorio libico e i suoi miliziani non dovrebbero essere più di qualche centinaia. Abbiamo messo in ordine alcune cose – come è arrivato l’ISIS in Libia, che rapporti ha sviluppato con al Qaida e che pericolo esiste per l’Italia – per capire meglio le notizie degli ultimi giorni, e anche quelle che verranno.

Come è arrivato l’ISIS in Libia
La scorsa estate, scrive il Wall Street Journal, il capo dell’ISIS Abu Bakr al Baghdadi mandò in Libia alcuni suoi collaboratori per verificare la possibilità di una collaborazione con i jihadisti locali. L’ISIS si mise in contatto con alcuni

Michele Serra: “Si è ucciso? Bene, uno di meno”, l’ultima vergogna del carcere



da: la Repubblica

C’è solo una cosa peggiore del rosario di odio e di bestialità snocciolato, a proposito del suicidio di un ergastolano rumeno nel carcere di Opera, da alcuni agenti di custodia sulla pagina Facebook del loro sindacato (“uno di meno” è il commento che li riassume tutti). Questa cosa peggiore è la motivazione con la quale i responsabili di quel sito hanno rimosso quei commenti disumani. Non sono stati cancellati perché ripugnanti.
Non perché inaccettabili da parte di dipendenti dello Stato, e sulla pagina ufficiale di un sindacato; non perché esultare per una morte è comunque, ovunque disgustoso; ma perché «hanno ingenerato strumentalizzazioni tali da comportare un possibile danno di immagine al Corpo di Polizia penitenziaria».
Come sia possibile “strumentalizzare” frasi che, in perfetta autonomia e chiarezza, esprimono giubilo per la morte di un disgraziato, non è lecito sapere. Quello che si sa, invece, è che uno dei veri, profondi problemi del nostro Paese, quasi al completo, è l’atroce ipocrisia che impedisce di attribuire un senso, una gravità, una responsabilità agli atti, ai comportamenti, alle parole delle persone. Una per una, individuo per individuo, cittadino per cittadino.
Gli episodi di progressiva retrocessione delle forze dell’ordine a una mentalità, come dire, pre-statale e pre-costituzionale, da guerra per bande, da squadre di

Bruno Tinti: Falso in bilancio, ancora non basta



da: Il Fatto Quotidiano
  È una consolazione che il patto scellerato con B. sia decaduto. I frutti cominciano a vedersi: il “nuovo” falso in bilancio è molto migliore di quanto sembrava dovesse essere. Niente soglie di punibilità (forse una soglia “oggettiva” per società di piccole dimensioni, ci può stare) e niente procedibilità a querela.
Sono variazioni importanti rispetto all’obbrobrio giuridico ed etico del duo Ghedini-B.; e dimostrano la consapevolezza delle conseguenze criminali che da quello derivavano: la legalizzazione del “nero” (che significa l’accettazione implicita della corruzione e dell’evasione fiscale) e la sostanziale impunità consentita dalla querela.
Anche le pene sono accettabili (al di là delle conseguenze di un sistema generale che garantisce l’impunità a tutti i condannati a pene sotto i 4 anni): il massimo edittale di 6 anni consente la carcerazione preventiva e le intercettazioni telefoniche; nel rispetto dei requisiti richiesti dalla legge, si tratta di strumenti investigativi indispensabili.
Ma manca ancora qualcosa perché la riforma sia davvero significativa, rispettosa della legalità e non dei delinquenti: la riforma della prescrizione e il ritorno alla fattispecie di reato di pericolo.

mercoledì 18 febbraio 2015

Cinema: “Noi e la Giulia” di Edoardo Leo




Noi e la Giulia: i 40enni, il piano B e una risata per seppellire i “cattivi”

  
Una risata li seppellirà: è questa la frase che i protagonisti di Noi e la Giulia (qua il trailer ufficiale) hanno scelto come simbolo, leit motiv, sintesi del film. Seppellirà chi? Nel caso specifico, (magari) la criminalità organizzata che tenta di posare i suoi tentacoli su quell’agriturismo; più in generale, una risata (magari) seppellirà tutti coloro che mirano a violentare i sogni altrui, reprimere la voglia di riscattarsi con un piano B e la voglia di fare “qualcosa di bello”. Noi e la Giulia è il terzo film da regista di Edoardo Leo, dopo Diciotto anni dopo e Buongiorno papà. Come nei due casi precedenti, Leo ha anche scritto la sceneggiatura – stavolta con Marco Bonini – ed è fra gli interpreti. Con lui, a comporre il cast, Claudio Amendola, Luca Argentero, Stefano Fresi, Anna Foglietta e Carlo Buccirosso. Noi e la Giulia è tratto dal libro di Fabio Bartolomei Giulia 1300 e altri miracoli. Leo lo dice chiaramente: è la realizzazione di un sogno. E’ un crocevia. La prosecuzione del suo percorso da regista dipendeva

Bob Dylan: album ‘Shadows in the night’



da: http://www.rockol.it/ - di Alberto Sibilla/Gianni Sibilla


Affinità elettive tra Bob Dylan e Frank Sinatra? Se dovessimo stabilire chi è il Grande Cantante Americano, il corrispettivo musicale del Grande Romanzo Americano, Dylan e Sinatra, sarebbero in gara assieme a ben pochi altri candidati.
Dylan ha sempre giudicato Sinatra come un simbolo della musica americana e ha sempre amato le canzoni di Sinatra. Già in passato aveva cantato come un crooner in "Self portrait" e in "Dylan", con una voce influenzata sicuramente da Elvis (terzo candidato al Grande Cantante Americano) e appunto da Sinatra. Sempre per restare nella tradizione, ha inciso un disco natalizio, "Christmas in the heart", che sembra cantato dal fratello rauco (e ubriaco) di Sinatra.
Dai fan e da parte della critica gli album di cover sono considerati come momenti di temporanea follia o di carenza di idee. Anzi, c'è ormai un'insofferenza diffusa, dovuta alla sovraesposizione del formato. Ma "Shadows in the night" Non è un disco di cover, non è un disco di standard. E’ un gran disco, da ogni punto di vista: la scelta dei brani, l’arrangiamento, l’interpretazione, l’idea.

Aldo Grasso: ‘Braccialetti rossi’ conquista i giovani con una retorica buonista



da: Corriere della Sera


Se la vita in ospedale, da pazienti in lotta contro malattie che lasciano poche speranze, è dura, anche quella fuori dalle corsie non scherza, soprattutto se si è adolescenti e si devono affrontare tutte le sfide del passaggio all’età adulta.
Questo il punto di partenza della seconda stagione di «Braccialetti Rossi», la fiction di Rai1 basata sulla serie spagnola «Polsere Vermelles», prodotta da Palomar e diretta da Giacomo Campiotti (domenica, ore 21.20). 

Il gruppo dei giovani protagonisti, legato dalla condivisione dell’esperienza tragica della malattia, sembra essersi sgretolato, come se l’amicizia faticasse a proseguire senza la protezione delle mura dell’ospedale, non solo un luogo d’angoscia. Leo (a cui intanto sono ricresciuti i capelli) pare vicino alle dimissioni dal reparto di oncologia ma le cose prendono una piega drammatica, Cris è tornata sui banchi di scuola: nella loro storia d’amore s’intromette un nuovo compagno di classe. Vale si è chiuso in se stesso e tutti rimpiangono Davide, morto tragicamente nella scorsa stagione e ritornato in versione fantasma in questi nuovi episodi. 

martedì 17 febbraio 2015

Massimo Gramellini: Dove girano le eliche



da: La Stampa

Colpito da malore durante una vacanza ad Alghero, il dottor Gaetano Marchese ha rifiutato il ricovero nel vicino ospedale di Sassari e si è fatto dare uno strappo fino a Palermo dall’elicottero del 118 siciliano di cui è direttore. La notizia, orgogliosamente sbandierata dal 118 come prova di efficienza, è di sicuro una prova di attaccamento alla propria terra di origine. Tra le lenzuola del nosocomio sardo l’esimio Marchese sarebbe stato accudito meglio di un principe. Ma è nel momento del bisogno che l’uomo sente risuonare con più prepotenza il richiamo delle radici. Ed è commovente che la comunità abbia assecondato quel richiamo, mettendo a disposizione del Marchese in ambasce un velivolo del pronto soccorso diretto dal Marchese medesimo.
Qualcuno ipotizza favoritismi e abusi di potere. Figuriamoci, la regola del Marchese varrà per tutti i cittadini. Ovunque nel mondo ci colga un malore, basterà chiamare il 118 siciliano per vedere stormi di elicotteri levarsi in volo come in una scena di «Apocalypse Now». Di giorno e di notte, come nel suo caso. Dite di no? Dite che l’altra settimana a Catania, quando si è trattato di farne decollare uno per porre in salvo una neonata, a levarsi in volo sono stati solo i consueti ostacoli burocratici? Temo abbiate ragione. Invece di vantarsi

Alessandro Dal Lago: L’accanimento neo-coloniale



da: Il Manifesto

Il vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb all’Iraq.
Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.
E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è in un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione

Lucio Caracciolo: Le armi sono un regalo al Califfo



da: la Repubblica

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari). Eppure del nuovo sbarco sulla quarta sponda si discetta nelle cancellerie europee e nei palazzi dei monarchi e delle giunte militari arabe, con il discreto ma pressante incoraggiamento americano. Una operazione di controguerriglia da sviluppare su un territorio largamente desertico grande sei volte l’Italia, in totale caos geopolitico, dove si affrontano decine di bande e milizie di vario colore e appartenenza etnica, locale o regionale, tutte armate fino ai denti. Una campagna che in teoria si presenta non dissimile dalle guerre sovietica o americana in Afghanistan, solo in un contesto molto più confuso e senza i mezzi delle superpotenze. Ma con la stessa carenza di obiettivi chiari e perseguibili. Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute.
In ogni caso, per una spedizione oltremare toccherebbe esibire una bandiera Onu autorizzata dal Consiglio di Sicurezza — percorso non scontato — in modo

Marco Travaglio: Lo spirito prostituente



da: Il Fatto Quotidiano

Chissà, forse con la guerra alle porte parlare di stile è un lusso che non possiamo permetterci. Eppure lo stile, in democrazia, non è solo estetica e apparenza: è sostanza. Ne abbiamo talmente bisogno da appassionarci persino alla notizia che il presidente della Repubblica per i suoi viaggi privati utilizza voli di linea, anziché l’aereo di Stato. E lo fa senz’annunciarlo in pompa magna, mentre Renzi ha promesso mille guerre ai privilegi della casta e poi è il primo a profittarne (l’ultima volta a Capodanno, quando si imbarcò su un volo militare da Roma ad Aosta, con scalo a Firenze per prelevare la famigliola e andare a sciare a Courmayeur). Così la notizia che in altri paesi sarebbe normale, come lo era in Italia ai tempi di Pertini, diventa eccezionale. E viene usata dai leccatori professionisti per santificare vieppiù Mattarella dopo aver beatificato Napolitano per il motivo opposto: prendeva sempre i voli blu e, quand’era eurodeputato, volava in low cost da Roma a Bruxelles ma si faceva rimborsare il decuplo come avesse volato Alitalia. Non sono questioni penali, né morali: solo di stile.
Ieri Renzi ha mostrato stile, dissociandosi dai tamburi di guerra che echeggiano a destra e a manca, beceri almeno come quelli contrari del felpato Salvini (lui la guerra vuol farla solo ai profughi e ai disperati in alto mare, così almeno è

Frequenze tv: rispunta lo sconto a Mediaset, vantaggi anche per la Rai


da: la Repubblica

Frequenze tv, rispunta lo sconto a Mediaset
Salta l’emendamento al decreto Milleproroghe, che avrebbe sottratto all’AgCom la competenza sul canone. Il gruppo che fa capo a Silvio Berlusconi verserà 13 milioni l’anno contro i 20 del 2012.
di Aldo Fontanarosa

E’ caos sul canone frequenze. E Mediaset è oggi più vicina all’obiettivo che persegue da quasi due anni. E cioè pagare meno, molto meno come fitto allo Stato per le frequenze televisive che utilizza. Nella peggiore delle ipotesi, il gruppo Berlusconi verserà all’erario 13 milioni di euro l’anno (contro gli oltre 20 che ha pagato nel 2012).
Da dicembre, il governo Renzi ha lavorato ventre a terra su questo dossier. Ma ieri, nel momento della verità, è saltato l’emendamento al decreto Milleproroghe, all’esame alla Camera, che avrebbe impresso una svolta alla vicenda. L’emendamento – scritto al ministero dello Sviluppo – avrebbe tolto la competenza a decidere sul canone al Garante per le Comunicazioni (AgCom) e la avrebbe restituita al governo, legittimato così a scrivere una legge in materia. E questa legge, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, avrebbe

Gerhard Mumelter: “La vendetta di Gheddafi”




da: Internazionale

Sono bastati pochi fatti drammatici in Libia per far balenare in Italia addirittura i lampi di un possibile intervento militare nel paese nordafricano. Le immagini dell’evacuazione degli italiani rievocano quelle di 45 anni fa, quando furono cacciati da Muammar Gheddafi. Quelle atroci della barbara uccisione di 21 poveri operai copti ricorda che il pericolo jihadista è arrivato sulle coste del Mediterraneo, a un’ora di volo dall’Italia: “Siamo a sud di Roma”.
Le incaute dichiarazioni dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti sull’Italia “pronta a intervenire” e sul “possibile invio di cinquemila uomini” hanno alzato ulteriormente il livello di allarme. Infine, l’inconsueta ondata di migranti in pieno inverno e la tragedia che ha provocato più di trecento vittime hanno riproposto la necessità di un intervento dell’Europa, che guarda al conflitto in Ucraina trascurando per l’ennesima volta le coste del Mediterraneo. Da mesi l’Italia cerca di convincere la comunità internazionale dell’urgenza di un intervento in Libia, paese lacerato con due parlamenti e due governi e in mano a milizie in guerra tra loro.
È la pesante eredità della guerra aerea del 2011 per rovesciare Gheddafi, servita innanzitutto al presidente francese di allora, Nicolas Sarkozy, per motivi elettorali. Eliminato il dittatore, l’alleanza si è scordata il compito più difficile:

Libia: dalla caduta di Gheddafi all’avanzata dell’Isis



da: la Repubblica

Libia, dalla caduta di Gheddafi all'avanzata dell'Is: 4 anni terribili
Le speranze della rivoluzione si sono spente in una guerra civile che ha frammentato il potere al punto da rendere impossibile identificare chi detiene la vera autorità nel Paese
a cura di Monica Rubino

A quattro anni dalla rivolta contro il dittatore Muammar Gheddafi, le speranze della 'primavera libica' si sono spente tra la violenza delle milizie e l'indifferenza dell'Occidente, lasciando il terreno ai jihadisti dell'Is.

L'ex 'regno' di Gheddafi è in balia di una situazione esplosiva che ha generato due parlamenti e due governi: da un parte il primo ministro Abdullah al-Thani e il suo nuovo, e più "laico", governo riconosciuto dalla comunità internazionale costituito a giuno 2014. Un esecutivo, tuttavia, trasferito a Tobruk, ai confini con l'Egitto, a 1.300 chilometri da Tripoli, per ragioni di sicurezza. E che non controlla neanche alcune città circostanti. A meno di due ore la città di Derna è stata proclamata Califfato dagli estremisti di Ansar al-Sharia, che non ha esitato a dichiarare l'alleanza con l'Is. Più a Sud, Bengasi è teatro di una guerra aperta

Liuzzi e Vecchi: “Bacioni a Firenze. Il poltronificio di Renzi e Boschi”



da: Il Fatto Quotidiano 

La geografia del potere che ha traslocato a Palazzo Chigi e dintorni nasce tutta in terra di Toscana. Non a caso li chiamano il giglio magico
di Emiliano Liuzzi e Davide Vecchi

Dalla Leopolda al Governo. Chi è rimasto al fianco di Matteo è stato premiato. Da uomini del rottamatore, sono poi diventati normalizzatori di un Pd che è sempre molto più Margherita, molto più centro che sinistra. Ma di rivoluzionario c’è rimasta la vecchia stazione Leopolda, i panel e le slide. Insomma, l’impressione di essere proiettati in un mondo politico del futuro e che nella realtà è molto attaccato al passato. Molto governativo. Ma con accento fiorentino. Tanto che le persone al suo fianco sono state ribattezzate “giglio magico”. Ma quasi nessuno è del capoluogo: arrivano tutti dalla provincia. Come lo stesso Matteo da Rignano sull’Arno, paesello alle porte di Firenze Sud che guarda la provicnia di Arezzo.

Giannizzeri e nani
Il consigliere più fedele di Renzi è Luca Lotti. Siede nel cda della fondazione Open, cassaforte personale di Renzi, e nei palazzi cura i rapporti più

sabato 14 febbraio 2015

Stefano Feltri: “Popolari, Vegas e Telecom, merchant bank Palazzo Chigi”



da: Il Fatto Quotidiano

La riforma del settore del credito ha fatto emergere l’agensa d’affari del governo: silurare il capo della Consob e riprendersi la rete telefonica.

Le banche popolari sono l’inizio. A Palazzo Chigi il lato business del renzismo è molto più attivo di quello parlamentare: c’è in atto una guerra con il capo della Consob, Giuseppe Vegas, e si discute di un piano per riportare la Telecom sotto il controllo del governo, quasi vent’anni dopo la privatizzazione e i “capitani coraggiosi” di Roberto Colannino ora avanzano i “boiardi coraggiosi” guidati da Franco Bassanini, il presidente della Cassa depositi e prestiti.

Premessa: con discrezione ma metodica perseveranza, Matteo Renzi ha costruito a Palazzo Chigi un governo ombra molto più coeso ed efficace di quello vero. Il “ministro” del Lavoro è l’economista bocconiano Tommaso Nannicini, c’è l’economista esperta di finanza Carlotta De Franceschi che ha curato l’operazione del Tfr in busta paga. Un altro economista, Marco Simoni, cerca operazioni internazionali riempiendo il vuoto lasciato da Invitalia, l’agenzia pubblica che doveva attirare capitali ma è occupata soprattutto a gestire sussidi in Italia.

Marco Travaglio: “Arte Etrusca”



da: Il Fatto Quotidiano

Ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine la risposta ufficiale alla domanda del Fatto è arrivata: Maria Elena Boschi, ministra delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento, era assente al Consiglio dei ministri riunito fra le 15.45 e le 17.20 del 20 gennaio 2015 per varare il decreto sulle banche popolari. Dunque non si pose il problema della sua astensione per il suo personale conflitto d’interessi (piccolo) di mini-azionista della Banca popolare d’Etruria né di quello (più grande) di figlia del vicepresidente dell’istituto, il padre Pier Luigi, e di sorella di un altro socio nonché dipendente, il fratello Emanuele.

La ministra aveva già replicato al Fatto il 26 gennaio spiegando che sei giorni prima non era a Palazzo Chigi in quanto “impegnata in Parlamento nel percorso di riforme costituzionali ed elettorale”. Poi però si era scoperto che alla Camera nessuno l’aveva vista, mentre al Senato risultava un suo intervento-lampo alle 17.40, dopo la chiusura del Cdm. Prima – ci ha poi detto il suo portavoce – era “chiusa in una stanza di Palazzo Madama”. Ieri il verbale (segreto) del Consiglio dei ministri, in cui la Boschi risulta assente, è stato passato al sito di Repubblica, che peraltro non le aveva chiesto nulla. Ma non saremo noi a dolercene: se

venerdì 13 febbraio 2015

Benjamin Clementine: album ‘At least for now’



da: http://www.rockol.it/ - di Claudio Todesco


Che ne sapeva Benjamin Clementine che i tormenti personali sarebbero stati il lasciapassare per il successo? Da quando è apparso di fronte alle camere di “Later… with Jools Holland”, una presenza mite eppure potente, il cantautore inglese s’è fatto strada nel mondo del pop come una splendida anomalia. Ora è arrivato anche in Italia il suo album, un lavoro solido, pieno di belle canzoni, intenso. “At least for now” è frutto d’una musicalità istintiva, come ha spiegato l’artista a Rockol. Eppure non mancano riferimenti “alti”: la teatralità della chanson française, il canto dell’altro mondo di Antony Hegarty, lo stile pianistico di Rufus Wainwright. Clementine non raggiunge il loro livello, ma un talento ce l’ha: riesce a trasformare piccole storie di vita in quadri struggenti.

Un tempo si sarebbe detto che “At least for now” è un concept album giacché gira attorno a un tema: il vagare fisico e spirituale dell’artista, la ricerca di sé, il tormento esistenziale. Ogni canzone è un pezzo di vita vissuta. “Winston Churchill’s boy” dipinge la solitudine di Clementine mentre attraversa la Manica e dalla piccola Edmonton si trasferisce a Parigi, dove per un certo periodo vivrà

Carmen Consoli: album ‘L’abitudine di tornare’



da: http://www.rockol.it/ - di Mattia Marzi



"L'abitudine di tornare" rappresenta una sorta di nuovo inizio per Carmen Consoli, che torna con un nuovo album di inediti a distanza di sei anni dall'ultimo, "Elettra"; sei anni segnati da due avvenimenti in particolare, uno più strettamente musicale (la pubblicazione della raccolta "Per niente stanca", datata 2010, ideale momento di sintesi della prima parte della carriera della cantantessa) e uno legato più alla cronaca rosa (la nascita del suo primo figlio - comunque interessante, se si pensa che proprio al piccolo Carlo Giuseppe è dedicata la traccia conclusiva del disco). Se, in altre parole, con "Per niente stanca" Carmen aveva archiviato i suoi primi tredici anni di (onorata) carriera, con questo suo nuovo disco da studio dà il via a quella che potremmo definire una "nuova era" della stessa.

L'album è vario al punto giusto, e per quanto riguarda l'aspetto musicale e per quanto riguarda i contenuti; partiamo dall'aspetto più strettamente musicale: il disco si apre con "L'abitudine di tornare" (primo singolo estratto dall'album - al quale dà anche il titolo) che, insieme a "E forse un giorno" e a "San Valentino",

Stefano Feltri: “I conservatori violenti anti-Uber”



da: Il Fatto Quotidiano

Chi detiene un privilegio, che in economia è una rendita di posizione o un monopolio, di solito fatica parecchio a trovare argomenti per giustificarlo. A Milano, quelli che non tollerano l’impatto di Uber sul trasporto urbano non hanno trovato di meglio che appendere uno striscione davanti a casa della responsabile italiana dell’azienda, Benedetta Arese Lucini. Contenuti del garbato messaggio: la manager è una “puttana” che “riceve a” – segue indirizzo di casa – e per Maran, cioè l’assessore comunale ai Trasporti, Pierfrancesco Maran, “è gratis”.
Il mittente è ignoto, sarebbe legittimo pensare che sia stato qualche tassista - gli unici nemici ufficiali di Uber –, ma facciamo lo sforzo di non attribuire colpe senza prove. La vicenda è comunque istruttiva. La colpa di Benedetta Arese Lucini sembra essere, su tutto, di essere donna. Per di più giovane, 30 anni, che nel modo di lavorare è un’americana alla conquista dell’Italia. Uber sta cambiando il settore del trasporto urbano più di qualunque liberalizzazione (tentata e fallita) negli ultimi anni: non offre servizi tangibili, si limita a far incontrare domanda e offerta. I clienti scaricano una app sul cellulare, quando devono spostarsi chiamano un’auto, sanno in anticipo il prezzo della corsa e pagano con carta di credito, tutto tracciato. Uber trattiene una

L’Amaca di Michele Serra



da: la Repubblica

Chissà se i tassisti milanesi avranno l’eccellente idea di denunciare, con nome e cognome, il loro collega che ha appeso un cartello di insulti sessuali contro la giovane manager di Uber (azienda loro concorrente) proprio davanti a casa della signora [leggi qui]. Chissà se le tassiste milanesi, soprattutto loro, sono in grado di far notare al farabutto che ha scritto quel cartello che se il manager di Uber fosse stato un maschio nessuno gli avrebbe dato della puttana. Chissà se i tassisti milanesi si rendono conto che un utente come me, da anni loro affezionato cliente, dopo un episodio come questo, e dopo i casi di vero e proprio bullismo corporativo del quale i tassisti non solo milanesi si rendono a volte responsabili, ha una gran voglia di cambiare abitudini e dedicarsi al car sharing o diventare cliente di Uber. Chissà se i tassisti milanesi sanno che le loro buone ragioni (una licenza costa quattrini) diventano carta straccia se spiegate così malamente, urlate in faccia a chi non è d’accordo con loro, e capiscono la differenza tra i diritti di chi lavora e i privilegi di una casta. Chissà se i tassisti milanesi (e ancora di più quelli romani) colgono la differenza abissale tra il servizio che offrono loro e il servizio di Londra, di Parigi o di una delle tante città europee dove per trovare un taxi libero basta fare un cenno con la mano. Chissà se i tassisti milanesi avranno l’intelligenza di scusarsi con

giovedì 12 febbraio 2015

Berlusconi vende il 7,79% di Mediaset



da: Digital-Sat

Berlusconi vende il 7,79% di Mediaset, quota vale 390 mln di euro

Berlusconi vende Mediaset. Non tutta la società ma una bella fetta del capitale del gruppo televisivo, il 7,79%, viene messa sul mercato e ceduta a investitori istituzionali italiani ed esteri. È un accelerated bookbuilding la procedura scelta da Fininvest per collocare i 92 milioni di azioni che, ai prezzi di borsa, vale più di 390 milioni: prima dell'avvio dell'operazione e dell'annuncio, Mediaset ha chiuso la seduta a Piazza Affari a 4,26 euro (in rialzo dell'1,48 per cento) sui massimi da un anno.
Il prezzo definitivo si saprà una volta chiuso il collocamento, curato da Merrill Lynch e Unicredit, in serata o domani prima dell'apertura di Piazza Affari. Al termine Fininvest passerà dall'attuale 41,28 al 33,4% del gruppo di Cologno Monzese. Manterrà quindi il potere di condizionare le assemblee straordinarie. Per dirla con le parole della società «potrà continuare ad assicurare a Mediaset la stabilità di un azionariato di riferimento». Nessun disimpegno quindi, a dispetto delle ricorrenti voci di vendita del gruppo. Ma un bel alleggerimento sì. L'obiettivo della dismissione lo spiega in una nota la holding che fa capo al Cavaliere: «La liquidità che si renderà disponibile con questa operazione

mercoledì 11 febbraio 2015

Naufragio Concordia: Schettino condannato a 16 anni



da: Rainews

Processo processo concordia, schettino condannato a 16 anni e un mese
Interdetto per 5 anni da comandante di nave. l'accusa aveva chiesto per una pena di 26 anni di reclusione e tre mesi di arresto. francesco schettino non era presente in aula alla lettura delle sentenza di primo grado.

Francesco Schettino è stato condannato a 16 anni di reclusione e un mese di arresto nel processo di primo grado per il naufragio della costa concordia. il tribunale di grosseto ha poi deciso l'interdizione di 5 anni come comandante di nave. l'accusa aveva chiesto per una pena di 26 anni di reclusione e tre mesi di arresto. l'ex comandante non era in aula alla lettura della sentenza. nel naufragio avvenuto nel luglio 2103 morirono 32 persone.

La sentenza
Il tribunale ha inflitto a schettino 5 anni per il reato di disastro colposo, 10 anni per gli omicidi plurimi colposi e 1 anni per il reato di abbandono di persone minori o incapaci, per un totale di 16 anni di reclusione a cui è stato aggiunto un mese di arresto. il tribunale non ha invece riconosciuto, come invece richiesto

Naufragio e strage di migranti, 300 morti. Amnesty accusa l'Ue




Nuova tragedia nel Canale di Sicilia. L'associazione umanitaria: colpa della fine di Mare Nostrum

Almeno 300 morti. E' il bilancio ancora del tutto provvisorio dell'ennesima tragedia dei viaggi della disperazione, avvenuta nel Canale di Sicilia e raccontata dai nove migranti superstiti, giunti all'alba di stamane a Lampedusa dopo essere stati salvati da un mercantile. I sopravvissuti, che si trovavano a bordo di due gommoni, hanno riferito di aver fatto parte di un gruppo molto più ampio, ma al momento è difficile stabilire esattamente il numero. Di certo, secondo quanto raccontato dai migranti, la cifra non sarebbe inferiore alle 300 vittime. Almeno duecento, infatti, erano gli occupanti dei due natanti intercettati, mentre un altro centinaio era a bordo di una terza imbarcazione, della quale però non si ha più traccia. I migranti hanno riferito di essere partiti sabato dalla Libia, e di aver affrontato il mare con onde altre anche dieci metri prima di venire recuperati. A seguito della notizia, Amnesty International ha dichiarato che l'Unione europea e i suoi stati membri devono abbassare la testa per la vergogna. "Con questa nuova tragedia si sono avverati i nostri peggiori timori sulla fine dell'operazione di ricerca e soccorso Mare Nostrum. Stanno

Marco Travaglio: “Rubate un pò”


da: Il Fatto Quotidiano

Ieri, all'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti, Matteo Renzi non c'era, come sempre quando c'è poco da ridere. 
Si spera però che la ministra Madia, casomai ci avesse capito qualcosa, gli abbia fatto un sunto della relazione del presidente Raffaele Squitieri: "Crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso nel quale l'una è causa ed effetto dell'altra" e oggi "il pericolo più serio per la collettività è una rassegnata assuefazione al malaffare, visto come un male senza rimedi".
Il presidente Mattarella assentiva. Speriamo che se ne ricordi quando gli arriveranno sul tavolo per la firma il decreto delegato sui reati fiscali e, se mai il ministro Orlando riuscirà a scriverlo, il ddl sui reati contabili: due provvedimenti che sono frutto dell'assuefazione al malaffare" che non riguarda solo "la collettività", ma anche e soprattutto il governo.
Cosa sono infatti le "soglie di non punibilità" (sei o sette nel decreto fiscale, a partire dal famigerato 3% sull'imponibile dichiarato, e almeno tre nel "nuovo" falso in bilancio) se non la presa d'atto che i delinquenti sono troppi per punirli tutti, dunque bisogna mettersi d'accordo e salvare quelli che delinquono solo un po'? Viene in mente la vecchia battuta di Enzo Biagi sulla ragazza "un po' incinta".

Il sistema bancario italiano: Stefano Zurlo, “I furbetti delle Banche, un’inchiesta fa tremare Renzi”


da: Il Giornale

Un’inchiesta fa tremare Renzi
Nelle mani della Consob la lista di chi avrebbe speculato sulla riforma delle Popolari
di Stefano Zurlo 

La Consob ha fra le mani una lista con i nomi degli intermediari che si sarebbero mossi con straordinario tempismo, sul filo dell'insider trading, facendo incetta di titoli delle banche Popolari oggetto della discussa riforma annunciata da Matteo Renzi. Gli aspetti politici della questione si intrecciano con le possibili speculazioni di chi fra il 15 e il 16 gennaio, a ridosso della svolta renziana, ha anticipato i tempi acquistando in Borsa le azioni delle Popolari per passare poi all'incasso quando la partita era già diventata ufficiale.
La pesca dà i suoi primi frutti. La Consob ha tra le mani una lista con i nomi degli intermediari che si sarebbero mossi con straordinario tempismo, forse sul filo dell'insider trading, facendo incetta in anticipo di titoli delle banche popolari che Renzi ha trasformato in spa per decreto legge.

Se ne saprà di più oggi quando il presidente dell'organismo di vigilanza,