lunedì 9 dicembre 2013

Nelson Mandela: “Il buon Maestro della Libertà”

di Adriano Sofrida: la Repubblica


Quello sguardo oltre le sbarre che guida i giovani.

MANDELA nacque nel 1918, quando quella che noi chiamiamo Prima Guerra Mondiale stava per finire. Nel 1914 Gandhi aveva lasciato il Sudafrica in cui per ventun anni aveva svolto il suo tirocinio nonviolento, ed era arrivato a Londra nel momento in cui la Grande Guerra scoppiava.

Il tirocinio militante di Mandela fu non violento, a ridosso di quella che chiamiamo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’apartheid segregò ferocemente la comunità indiana e asiatica e il bantustan dei neri africani. Nel giro di pochi anni Mandela e i suoi reagirono alla spietatezza afrikaner scegliendo di lottare con le armi, né il lungo cammino successivo, anche dopo la liberazione e la riconciliazione, fece di Mandela un fautore assoluto della nonviolenza (cui lo stesso Gandhi riconosceva estreme eccezioni). Ma un filo lega la testimonianza e il mito di questi due campioni della libertà, che uno stesso carcere di Johannesburg ebbe detenuti.
La prigione ha segnato ben diversamente Mande-la, lungo quasi 27 anni, e 18
trascorsi nell’isolamento crudo di Robben Island. La vita lunghissima di Mandela ha incastonato quella micidiale prigionia fra passato e futuro, fino al distacco protratto degli ultimi mesi: al contrario della fine di Gandhi tradito e assassinato. I due destini diversi e complementari disegnano a gara le magliette dei ragazzi. In tempi di distanza rancorosa fra le generazioni, Mandela è fatto per essere amato dai ragazzi come un buon maestro, per la testimonianza fiera di una vita, e la distanza presa dal potere. E per non essersi ridotto a un monumento, e aver tenuto memoria del suo bel primo nome di Rolihlahla — il piantagrane, l’attaccabrighe. Dalla presidenza si allontanò dopo un mandato.
I ragazzi hanno bisogno di maestri molto vecchi, che abbiano tenuto a distanza il potere, che corrompe piuttosto i loro eredi. L’Africa va avanti, benché continuino guerre mondiali di milioni di morti senza più alibi anticoloniali, fra rivoluzionari trasformati in despoti dinastici e capibanda in proprio o al soldo degli insospettabili. La condizione peculiare del Sudafrica, con la sua tribù bianca afrikaner e il lungo colonialismo britannico, ha mostrato alla fine l’assurdità della disputa su che cosa sia indigeno e che cosa straniero. Il guerrigliero ed ergastolano Mande-la, eletto presidente, si indirizza in afrikaans ai funzionari spaventati e pronti ad abbandonare: scena esemplare per tanti posti del mondo, a cominciare da Israele e Palestina. Nei libri di Andrè Brink l’umanità degli afrikaner e delle tribù nere si scopre affine e anzi parente. Israeliani e palestinesi si conoscono a fondo, dice Grossman, e si riconoscono somiglianti, possono specchiarsi gli uni negli altri. La controversia fra chi è indigeno e chi è straniero, per mostrarsi assurda e superstiziosa, ha però bisogno che lo schiacciante divario di forze si equilibri.
Quando Botha inaugurò un dialogo con lui, Mandela era in una cella, e ci sarebbe restato ancora a lungo, e da lì aveva maturato la sua apertura senza cedimenti, e personalmente integerrima. Un riequilibrio dei rapporti di forza, suscitato dalla resistenza dei più deboli e dalla lenta reazione della comunità internazionale, ha a che fare, più ancora che con l’interesse materiale dei più forti, con la riottosità dei loro cervelli e pregiudizi, senza di che basterebbe la persuasione. Il genio cordiale di Mandela dubitò di poter contare sulla propria forza fino al punto di rovesciare quella avversaria, e soprattutto decise che quella vittoria sarebbe stata una sconfitta per ambedue. «Oppressore e oppresso sono derubati entrambi della propria umanità».
Il Sudafrica del passaggio dall’apartheid alla democrazia scambiò la guerra civile con lo sforzo di verità e riconciliazione — come l’India dell’indipendenza, lacerata però dalla secessione, che fu per Gandhi il dolore irreparato e la morte. La Commissione, che guardava al Cile del dopo-Pinochet, e sarebbe stata guardata da tanti paesi martoriati, e mancata in altri dove più occorre, come la Bosnia, mise la verità umana davanti a quella giudiziaria, e la riconciliazione al posto della vendetta, senza far torto alle vittime. Fu piena di simboli, la vicenda sudafricana, e non a caso fonte formidabile di racconti e film e canzoni — è soprattutto nella musica dei grandi concerti che la leggenda di Mandela ha incontrato i giovani. Mandela ricevette il premio Nobel uscendo da una galera in associazione con De Klerk che usciva dal palazzo, e per rientrarvi grigiamente da suo vice. Guardate la pagina di Wikipedia, in fondo, dov’è la lista delle medaglie e onorificenze assegnate a Mandela: appese tutte insieme a un petto, avrebbero fatto stramazzare un gigante. Era inevitabile che diventasse anche un marchio, e del resto pure lui teneva famiglia, anzi famiglie, e ne era tenuto, e il mondo si inondò di cianfrusaglie e perfino delle sue impronte digitali carcerarie controfirmate: lezione istruttiva ai carcerieri, se sapessero apprenderle, a cominciare da quella croce che doveva essere segno di infamia, e diventò di martirio e devozione.
Mi piace la fotografia in cui Mandela tiene un gomito sul ripiano della finestra, e guarda oltre le sbarre: non fuori dalle sbarre, ma oltre. È molto ufficiale, e magari è stata presa in una visita da libero al suo vecchio carcere, e vuole significare la lungimiranza tenace dell’uomo che sa guardare comunque al futuro. Mi piace lo stesso, per una ragione che so, e che mi ha appena confermato il racconto di una visita estiva all’Asinara, dove i gitanti vanno richiamati, oltre che dalla bellezza naturale, dal richiamo torbido del carcere speciale. C’è, a guidarli, un uomo che fu a lungo agente penitenziario, e ha voluto restarci e per la sua competenza ne è diventato custode, e avverte le allegre comitive curiose dei prigionieri più famigerati: «Ci sono stati qui i colpevoli di crimini efferati, e tuttavia questo era un luogo di dolore e sofferenza, e solo un cretino potrebbe desiderare di venirci per farsi la foto con la faccia dietro le sbarre e le mani che vi si aggrappano».
Era bello esser vivi in un mondo in cui era vivo Mandela. Penso a chi, della generazione meno giovane, morì al tempo delle cose che non avremmo mai creduto di vedere cambiate: non so, la fine dell’Urss, l’uscita di Madiba dall’ergastolo, la fine dell’apartheid. Certo, sono durate così a lungo. Ma quello fu il più grande equivoco della nostra generazione: di crederle incrollabili, e che la resistenza contro di loro fosse solo un fulgido esempio morale, e che invece la lotta capace di cambiare le cose, e trascinare un giorno nei propri successi il trinceramento progressivo e infine il soffocamento delle dittature, potesse avvenire solo nelle democrazie. Scoprire che le cose infrangibili vanno improvvisamente in frantumi per un urto inaspettato è stata la lezione, che dunque incombe sulle altre muraglie che vogliono sembrare perenni, fino alla Cina dell’ultracapitalismo socialista. Tutto cambia. Mandela muore mentre il mondo va esplodendo per motivi drammatici, tragici, futili e belli. Non si prevengono i motivi drammatici e futili se non facendo larga giustizia, e però tenendo sempre la valigia pronta. Pensino questo, nella tribuna d’onore del funerale del piantagrane ammiraglio Nelson Rolihlahla Mandela: nessun potente può scommettere sulla propria durata.

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