giovedì 9 luglio 2020

Giancarlo Giannini: “Quando ho detto no a Robert De Niro!



da: La Repubblica - di Arianna Finos

Giancarlo Giannini, 77 anni, vincitore di numerosi David di Donatello e Nastri. Nominato all’Oscar nel 1977. L’attore avrà la sua stella sulla Hollywood Walk of fame

In attesa di inaugurare a inizio 2021 la stella che Hollywood gli dedica sulla Walk of fame, Giancarlo Giannini, 78 anni ad agosto, se n’è costruita una da solo: «Mi piace fare il muratore, ne ho incassata una sulla pietra serena del marciapiede della casa di campagna», spiega ridendo, «sono il secondo attore italiano a riceverlo dopo Rodolfo Valentino, con Anna Magnani, Sophia Loren e Gina Lollobrigida».

La stella suggella il suo lungo rapporto con Hollywood.
«In America a volte mi hanno amato più che in Italia. I primi film hollywoodiani li ho girati da noi. Nel ’68 Lo sbarco di Anzio, con Robert Mitchum e Peter Falk, ero l’unico italiano, il marine Cellini, piccoletto rispetto agli altri. Lo girammo a Taranto, la sera la troupe giocava a poker tra decine di bottiglie di birra, Mitchum non beveva e ce ne andavamo in giro. Mi raccontava di quando aveva convinto un giornalista che andava a raccogliere farvalle nei boschi, o quando aveva radunato cento invitati in smoking obbligatorio a una festa e si era presentato nudo con le parti intime coperte di panna. Era un grande consumatore di marijuana, si faceva le sigarette spacciandole per Marlboro. Io avevo studiato inglese a Londra per il ruolo,
con un maestro che mi metteva lo stuzzicadenti per pronunciare “th”, sul set ridevano tutti, Mitchum e gli altri mi dovettero insegnare lo slang americano. Quando lo rividi a Todi, tantissimi anni, dopo si ricordava ancora le battute che mi aveva insegnato».

Nel 1989 “New York Stories” con Francis Ford Coppola.
«Lo conobbi a una cena anni prima, aveva visto Amore e anarchia e mi voleva per Apocalipse Now nel ruolo con cui Duvall ha vinto l’Oscar, ma ero impegnato con Visconti. Mi disse “ma fai spostare il film”, come se io avessi quel potere. Un anno prima me lo aveva detto anche Spielberg, mi aveva chiamato per l’antagonista di I predatori dell’arca perduta ma slittò per uno sciopero e poi io ero impegnato con Fassbinder, “chi è? Ma sposta quel film”, disse Spielberg. Gli americani sono strani, bisogna saperli prendere. Poi Coppola mi richiamò, “devi interpretare mio padre”, che era stato primo flauto di Toscanini. Avevo in ballo Il male Oscuro con Monicelli, che ebbe un incidente con molte fratture. Coppola mi chiamò il giorno stesso: “allora puoi fare il film”».

Mai pensato di trasferirsi?
«No, mi piace il mio paese e a Hollywood ti offrono ruoli da italiano. La Columbia mi offrì un contratto da sei mesi all’anno come protagonista di una serie, un detective italiano rompiscatole in America: “Sistemi economicamente figli e nipoti”. Non volevo essere legato per anni».

Ha lavorato con una sconosciuta Julia Roberts.
«Legami di sangue, western poco interessante in cui ero un patriarca viticoltore, mio figlio era Eric Roberts e avevano chiamato la sorellina. Nella scena in cui assaltavano il ranch Julia aveva un primo piano disperato ed era intensissima, la segnalai ai produttori. “Ma figurati, è solo la sorella di Eric”. Poco tempo dopo era una stella».

Le è capitato altre volte di intuire il talento?
«Con Daniel Craig, Bond, all’inizio tutti scettici, io sapevo che grande attore fosse, di una simpatia devastante, fa da solo gli stunt. Stavamo così bene che dopo Casino Royale ho fatto Quantum of solace».

Incontri folgoranti?
«Con Billy Wilder. Ero a Los Angeles per un film italiano, mi portano da Spago e lui mi fa invitare dal cameriere al suo tavolo, con Diana Ross, Sidney Poitier, Michael Caine. Mi presenta e si mette a citare, col suo accento anglotedesco, battute di Mimì metallurgico. Con Andy Warhol passeggiavamo, lui aveva sempre una polaroid e un registratore. Mi portò nella sua Factory e mi fece un servizio fotografico».

Poi “Hannibal” di Ridley Scott.
«Scott cercava in Italia una attore giovane, ma non lo aveva trovato. De Laurentiis voleva me, per il regista ero vecchio. Dino mi chiama una sera: “Scurisciti i capelli col carbone e manda un video provino”. Io mando una cassetta in inglese, i capelli scuriti, cazzeggio: cito Shakespeare, mi tolgo la giacca, “che classe eh” e poi finisco “vuoi che faccia altro? Tanto sono un genio, che importa, who cares?”. Sul set quella battuta è diventata un tormentone, Ridley facava solo un ciak e e poi “vuoi farne altro? Sei un genio, who cares?”».

Ha intercettato un giovane Guillermo Del Toro.
«Mimic era il suo primo film americano, un horror pieno di effetti speciali. Giriamo una scena in un salone enorme, pieno di letti, con gran dispiego di mezzi e io “ammazza, ti trattano come Kubrick”. E lui: “Zitto, che forse è l’unico film che faccio, prima che mi rimandino in Messico, sfruttiamo il momento”».

“Man on fire” con l’altro Scott, Tony. E Denzel Washington.
«Washington bravo, severo, un grande attore. Il mio ruolo bellissimo fu tagliato nel finale, non è simpatico spiegare perché. Le dico solo che gli attori americani hanno un potere enorme, un italiano che fa? Se Ridley era silenzioso, Tony era esuberante. I due fratelli erano in competizione. Ricordo una scena faraonica di incendio in un locale, “mio fratello in Black Hawk Down ha avuto 16 macchine, io ne ho 36!”. Era geloso perché Ridley era più famoso. Mi faceva arrivare in Messico bottiglie di Brunello di Montalcino, ed ero astemio, mi regalava piante a cui ero allergico. La mattina alle 4 andava a scalare montagne. Non credo che si sia buttato dal ponte perché malato, penso che abbia sbagliato una di quelle grosse operazioni finanziarie che facevano lui e il fratello e non ha retto alla vergogna».

Di recente cosa le è piaciuto fare?
«Con Clooney la serie Catch 22. George mi ha mandato il testo con la sua voce registrata, sul set mi ha preparato bellissimi cartelli con le frasi. Ho invece rifiutato il film Dubbing De Niro, un doppiatore che perdeva la voce e andava in America a incontrare De Niro, ci riusciva nelle ultime scene. Conosco De Niro, ma il progetto non mi ha convinto».

Nella casa di campagna conserva gli oggetti della sua carriera?
«Qualcosa, la lettera dispiaciuta di Spielberg quando ho detto no, i complimenti di Ridley Scott e i fumetti che Tony mi mandava la sera sulle riprese, le foto di Warhol. Ma le conservo senza enfasi, le cose si fanno e si dimenticano».

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