da: https://www.tag43.it/
Con
la morte di Berlusconi se ne va l’uomo che ha stravolto di più la politica,
l’economia e l’immaginario collettivo dell’Italia, che a lui deve una mutazione
antropologica. Lascia un impero mediatico pieno di dubbi e un partito che
sparirà con lui. Maestro dei folgoranti inizi, poteva ritirarsi e restare padre
nobile della destra. Ma ha cercato il mito dell’eterna giovinezza.
Silvio
Berlusconi non c’è più. E la notizia della morte, per altro anticipata dal
continuo aggravamento delle sue condizioni di salute, è qualcosa cui si stenta
a credere. Perché il Cavaliere aveva costruito una buona parte della sua
narrazione sulla compiaciuta mitologia del suo essere immortale, perché
comunque la si giudichi la sua figura ha condizionato gli ultimi cinquant’anni
della vita pubblica. Prima come imprenditore rampante, poi come politico.
Infine dal 1994, anno della sua discesa in campo, come politico-imprenditore.
Berlusconi
è stato ispiratore, vittima, innovatore, narciso
Molto
su di lui è già stato scritto, molto detto, e ancora se ne scriverà negli anni
a venire. Perché la biografia di Silvio ha le prerogative dell’interminabilità.
Perché l’uomo ha inciso non solo sull’economia e poi sulla politica, ma pure
sull’immaginario collettivo di un Paese che a lui deve una mutazione
antropologica. Dal quartiere modello di Milano due al partito azienda, nulla
della vita pubblica di questo Paese è rimasto immune dalla sua impronta.
Giocata con grandissima abilità su più registri: ispiratore, vittima, custode
come nessuno mai del suo personale tornaconto, innovatore, narciso fino a
rasentare la parodia di se stesso.