mercoledì 6 settembre 2017

Come non promuovere la cultura: il bonus diciottenni



da: http://phastidio.net/ - di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,
nei mille giorni del fu governo Renzi sembrò di vivere in un mondo incantato, ove l’erogazione di pubbliche risorse alle categorie da lui prescelte avrebbe sempre e comunque sortito effetti virtuosi, essendo motivata da pregevoli intenti. La nobiltà dell’obiettivo perseguito bastava a giustificare l’impiego di soldi dello Stato – cioè dei contribuenti – senza necessità di alcuna trasparenza circa l’impatto che avrebbe prodotto: il beneficio era scontato. Pertanto, la bontà dell’intervento dell’esecutivo veniva misurata in termini di fondi distribuiti, non di risultati concretizzati.
Dubitare della logica di questo meccanismo era reputato una sorta di oltraggio. Chi osava insinuare che l’ex presidente del consiglio dilapidasse denaro pubblico a meri fini di consenso veniva zittito in quanto gufo e catalogato tra chi “rema contro”. Nel magico mondo renziano bastavano le buone intenzioni, e il gioco era fatto.
Così nacque “la politica del bonus” (cit. Istituto Bruno Leoni): il bonus-80-euro
declinato da misura equitativa (anche se i meno abbienti ne restavano esclusi e quelli che lo fossero diventati dovevano restituirlo) a incentivo ai consumi (con effetti molto dubbi); il bonus-bebè, presentato con “malafede” (si può dire?) e col poco credibile fine di incentivare la natalità (forse su un altro pianeta, ove poche decine di euro bastano a sostentare un nuovo nato); e altri bonus, connotati dal comune denominatore dell’essere erogati “a prescindere” (cito Totò, è proprio il caso): ossia omettendo ogni valutazione ex ante circa gli effetti attesi ed ex post per aggiustare il tiro o eliminarli, se inefficaci.
D’altronde, dato il loro valore “a prescindere”, non aveva senso verificare che fossero serviti: anzi, l’ex capo del governo appariva smanioso di rendere strutturale ogni bonus che, come un prestigiatore, tirasse fuori dal cilindro. Quello che meno di altri doveva essere posto in discussione, per la valenza attribuitagli dall’ex primo ministro, era il bonus-cultura per i diciottenni (tornato alla ribalta di recente). A seguito della strage di Parigi, nello stanziare un miliardo di euro per la sicurezza e la stessa somma per la cultura, Renzi dispose – tra le altre cose – un’elargizione di 500 euro per tutti i neo-maggiorenni, di qualsiasi censo.
Come faceva spesso, non mancò di conferire alla misura una connotazione, da un lato, emotiva (“asciugate le lacrime, è il tempo di reagire”), cosa da evitare come sa ogni buon regolatore; dall’altro, simbolica, come attestato da una frase che in concreto non significava molto (“la consapevolezza di cosa significhi diventare maggiorenne in Italia: protagonista e coerede del più grande patrimonio culturale del mondo”), ma serviva a chiudere qualunque discorso. Se pure è vero che la fruizione di ogni forma d’arte acuisce spirito critico, sensibilità e tolleranza, tuttavia destavano perplessità certi beni – non proprio “culturali” – in cui i bonus potevano essere investiti.
La scoperta, dopo alcuni mesi, che essi venivano venduti a metà prezzo da neomaggiorenni poco propensi alla cultura e molto inclini a monetizzarli, fece sorgere qualche sospetto; il fatto poi che, a seguito di tali usi impropri, non si ebbe notizia di contromisure nei riguardi di chi aveva snaturato la funzione dei bonus in discorso, indusse a pensare che davvero venissero erogati “a prescindere” (repetita iuvant) dal loro buon impiego; infine, quando si rinnovò la misura senza verificare che la fruizione culturale si fosse realmente ampliata – e cioè che i 500 euro non avessero finanziato acquisti che sarebbero comunque avvenuti – restarono ben pochi dubbi che si trattasse di spesa pubblica a fondo perduto (una “mancetta”, per dirla tutta). Qualche lettore in sintonia con l’ex presidente del consiglio potrebbe ancora obiettare che investimenti finalizzati alla cultura, “a prescindere” dall’effettivo utilizzo, fanno onore a chi li statuisce. Allora, oltre a evidenziare che una spesa fatta “a prescindere” da qualunque stima dei risultati va evitata anche se effettuata per mera filantropia – Bill Gates docet – svolgo alcune considerazioni ulteriori.
Nel disporre la misura in esame, Renzi sembrò ignorare che, se è vero che la cultura rappresenta un efficace deterrente da tentazioni letali, è dove essa è meno diffusa che occorre intervenire in maniera più efficace. In altri termini, egli trascurò la circostanza che servisse agire là dove ce n’era più bisogno: quindi, da un lato, che “la spesa culturale dei comuni nel Mezzogiorno è meno di un terzo di quella del Nord” e che la “propensione a visitare i musei o i siti archeologici” è molto inferiore nelle regioni del sud rispetto alle altre; dall’altro, che “dare 500 euro a tutti significa trattare in modo uguale giovani che si trovano in condizioni di partenza molto diseguali, violando il principio dell’eguaglianza di opportunità”. Una qualche selettività nella distribuzione avrebbe giovato: altro che bonus a pioggia, “a prescindere” da considerazioni ulteriori.

Nel definire misure contro terrorismo e altre degenerazioni “culturali”, Renzi forse non prestò molta attenzione a “storie” come quella della preside di Caivano: gli sarebbe stato utile a far sì che la c.d. (molto cosiddetta) buona scuola, quale luogo preposto a diffondere la cultura, favorisse anche il recupero dei giovani in condizioni più precarie. E chissà se i bonus erogati a tutti i diciottenni, pure i benestanti, non abbiano sottratto preziose risorse a quei progetti volti “riequilibrare e compensare situazioni di svantaggio socio-economico, in zone particolarmente disagiate, nelle aree a rischio e in quelle periferiche” per sostenere “l’inclusione sociale e la lotta al disagio”, non partiti nei mesi estivi anche per i ritardi derivanti dallo stiracchiamento di una coperta finanziaria probabilmente troppo corta. Scuole aperte nei mesi di “vuoto” eviterebbero tentazioni pericolose ai giovani che non possono permettersi una vacanza, arginando il degrado. Il tema è sempre quello.
Peraltro, mentre declamava la funzione del bonus “culturale” come antidoto al terrorismo, l’ex premier riduceva le spese in cultura, in generale: non proprio un esempio di coerenza, né una scelta da statisti, considerato che in Italia “nessun museo appare tra i 10 più visitati al mondo, uno su tre ha meno di 1000 visitatori l’anno e il 70% degli italiani non li visita”. Peraltro, per ampliare la fruizione della cultura (e per molto altro) serve digitalizzare: eppure, solo il 57% dei musei ha un sito web e non sempre esso è “costruito” in modo da facilitare l’interazione con l’utilizzatore. I contenuti “solo nel 20% sono indirizzati a particolari categorie di utenti (famiglie, disabili, gruppi, etc.). I numeri sono ancora più piccoli quando si indaga la presenza di servizi più avanzati come la possibilità di acquistare on line merchandising o materiale legato al museo (6% dei casi), effettuare donazioni (anche in questo caso 6% e per il 70% si tratta di musei privati) e crowdfunding (1%)”. Forse, nello stanziare i denari per i bonus, a Renzi è sfuggito questo loro miglior impiego.
Infine, nella strategia contro il terrorismo, egli è sembrato sorvolare sulle indicazioni della UE al riguardo. Relativamente ai ragazzi, la Commissione afferma che vanno incoraggiati “a esercitare il loro spirito critico nei confronti dei messaggi estremisti. L’istruzione e gli scambi tra giovani sono elementi essenziali” per aiutarli a “riflettere in modo critico sulle opinioni e sui discorsi estremisti”. Il bonus corrisposto per generiche spese culturali, ma spendibile anche per voci che con la cultura non hanno molto a che fare, agevola questo risultato “a prescindere”? Se ne può dubitare.
E si potrebbe continuare. Solo un ultimo cenno conclusivo. Nel magico mondo renziano, ove ottenere flessibilità – cioè fare debiti – è una medaglia, non si considerò la possibilità che a pagare la spesa per i diciottenni fosse qualcun altro diverso dallo Stato: ciò non avrebbe tutelato l’interesse del Paese? Peccato, questo Renzi non lo dice.

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