«United united
united we stand, united we never shall fall!».
Aprì gli occhi e si tirò su di scatto. «Ma
che...?». Lupa allarmata dai movimenti del padrone aveva alzato le orecchie. La musica veniva dall’appartamento accanto.
«United united
united we stand, united we stand one and all!». Ritmo tribale,
schitarrate catarrose e distorte, un coro scimmiesco con uno slogan da
cerebrolesi. Quel genere di musica, l’heavy metal, era per Rocco Schiavone al
settimo posto nella graduatoria delle rotture di coglioni. Se suonato alle tre
e quarantacinque di notte, saliva di diritto al nono. «Porca troia!» urlò e si
alzò dal letto. Dopo dieci giorni aveva preso confidenza col nuovo appartamento
di via Croix de Ville, non però con i vicini. Soprattutto i dirimpettai.
Alternative non ce n’erano, gli toccava
andare a fare una visita.
Aprì la porta, il freddo delle scale lo
investì, tornò in casa, si infilò il loden direttamente su boxer e maglietta e
uscì di nuovo a piedi scalzi. Bussò. Nessuna risposta. La musica si riversava
anche sul pianerottolo.
«So keep it
up, don’t give in...».
Suonò il campanello percuotendo la porta
coi pugni. Improvvisamente tutto tacque. Seguirono passi veloci. Un graffiare
sul legno, segno che qualcuno stava osservando dallo spioncino.
«Sì, sono Schiavone, il vicino. Apra!».
E la porta si spalancò. Apparve un ragazzo
di 16 anni. Brufoli, capelli lunghi e in mutande, una maglietta bucata degli
Iron Maiden, la pelle bianca come la pancia di un pesce. «S... sì?».